Legalizzare, non criminalizzare: a Màt 2015 Benedetto Della Vedova e Franco Corleone

di Anita Eusebi
“Un’implicazione importante e un’efficace politica di riduzione del danno è la legalizzazione di tutte le droghe”, così scrive Don Andrea Gallo nel Cantico dei drogati. E prosegue: “A sentire questo molti tromboni cominciano a sbuffare e in tono scandalizzato si sussurrano l’uno nell’orecchio dell’altro: ‘Ma allora qui si vuole un società di drogati’. Stupidaggini. Legalizzare le droghe vuol dire, prima di tutto, darsi nuove regole”.
Si tratta di un tema chiaramente molto complesso e controverso per le tante e diverse implicazioni di tipo sociale, culturale, medico, legislativo, economico. Un tema che da sempre divide l’opinione pubblica, assumendo toni talvolta anche molto accesi. Eppure, comunque la si pensi al riguardo, l’avvio in generale di una politica pragmatica sulle droghe, soprattutto quelle cosiddette “leggere”, non può che costituire ragionevolmente un segno di maturità civile, culturale nonché democratica di un Paese. Questo il filo conduttore del dibattito, ricco e articolato, di carattere politico-sociale dal titolo Politiche sulle droghe leggere, che si è tenuto a Modena lo scorso ottobre in occasione della Settimana della Salute Mentale.
«Mi sono fatto promotore di un intergruppo parlamentare di lavoro per stilare quest’anno il disegno di legge sulla legalizzazione ad ampio spettro della cannabis. Sono passati anni e anni e le ragioni di un medio, intellettualmente libero, antiproibizionista sono ancora lì, anzi probabilmente sono aumentate; le ragioni invece di chi diceva “la cannabis fa male, non bisogna legalizzarla, bisogna proibirla e stroncare il traffico”, sono abbastanza evaporate. Nel senso che la cannabis resta un consumo di massa, ovunque. Va tenuto presente che è la sostanza più diffusa tra i giovani e ha esempi internazionali di legalizzazione», ha affermato l’On. Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli esteri, ospite dell’edizione 2015 di Màt. «E a questo vanno aggiunti anche segnali importanti, come quello della Direzione Nazionale Antimafia che nella sua ultima relazione ha messo esplicitamente, nero su bianco, una richiesta ai parlamentari di depenalizzazione».

Il testo di legge organico, stilato pescando in parte dai disegni di legge precedenti, prende seriamente in considerazione vari aspetti importanti. «Primo punto, la coltivazione, individuale o associata di tre-cinque piante in casa, con pieno riconoscimento giuridico. Secondo, il mercato. Quindi filiera, produzione, trasformazione, rigorosamente tutto controllato fino alla vendita finale, e relativa tassazione. Terzo punto della legge, la cannabis terapeutica. In Italia, in teoria, è previsto attualmente il diritto dei pazienti alle cure con farmaci a base di cannabis, se prescritti naturalmente dal medico. Ma di fatto è una gincana quasi impossibile», ha spiegato Della Vedova. «Io sono dunque molto fiducioso. Penso cioè che si arriverà presto alla legalizzazione della cannabis, perché la situazione con la cannabis legale è chiaramente migliore che con la cannabis “criminale”, e a cambiare politica anche sul resto delle droghe».
Altro ospite di rilievo al dibattito a Màt 2015 Franco Corleone, fondatore del Forum Droghe e Garante dei Diritti dei detenuti della Regione Toscana, con lunga esperienza in termini di battaglie sul tema. «In Italia, la questione della canapa e della politica delle droghe in generale ha avuto oscillazioni importanti, fasi molto diverse. Occorre innanzitutto non dimenticare la svolta proibizionista e punitiva nel 1990 con la legge Iervolino-Vassalli voluta fortemente da Bettino Craxi e che reputo sia stata un grave errore politico. Poi il referendum nel 1993, poi ancora la Fini-Giovanardi che per otto anni ha imperversato con un modello che è quello dell’ideologia della droga. Senza alcun distinguo fra legali, illegali e composizione stessa delle sostanze, si è fatto tutto un calderone e tutte sono state identificate alla stessa maniera come “la droga”. E quindi punite, che si trattasse di detenzione o di spaccio non faceva differenza, con una pena da sei a vent’anni di carcere. Il che significa, per capirci, una pena superiore alla violenza sessuale e alla rapina aggravata», ha puntualizzato Corleone. «C’è voluta la Corte Costituzionale, nel 2014, per dire che quella legge era stata approvata inserendola in maniera truffaldina in un decreto legge sulle olimpiadi invernali di Torino e per porre quindi il problema del mancato rispetto dei fondamenti della democrazia, di “una violenza contro il parlamento”».

Dunque, siamo tornati ora nella sostanza alla Iervolino-Vassalli del 1990? «Esatto. Tale legge riconosce la differenza delle sostanze fra le cosiddette “leggere” e le cosiddette “pesanti”, ma non è certamente, come dicevo, una situazione soddisfacente. Occorre fare passi avanti», ha commentato Corleone. «Il mito della guerra alla droga nel mondo che ha origini lontane: la demonizzazione della canapa, il proibizionismo, il prevalere della morale sul diritto risalgono a oltre cento anni fa. È una battaglia non solo impossibile, ma anche sbagliata. È un pensiero unico che è stato costruito a vantaggio delle narco-burocrazie che speculano su questo, e niente più. I contadini del Sud America sono stati massacrati, i territori sono stati inquinati… La questione della politica delle droghe non è un problema di sanità e di salute, è un problema di geopolitica. È una questione di politica internazionale».
E ha aggiunto alcuni dati. «Le carceri continuano a essere piene di tossicodipendenti e di persone che violano la legge sulle droghe per detenzione di sostanze stupefacenti. E per cosa entrano in carcere? Nel 49,16 % dei casi, per cannabinoidi (marjuana, hashish, piante). Dal 1990 ad oggi, sapete inoltre quante persone sono state segnalate ai prefetti per essere state colte con una sostanza in mano? Quasi un milione. E di questi l’80% per uno spinello. È questo il senso della guerra alle droghe? La criminalizzazione e la stigmatizzazione di un milione di persone, e di giovani soprattutto? Penso sia necessario uscire da questa persecuzione di massa, occorre senza dubbio un cambio di passo, una nuova politica sulle droghe, a cominciare dalla regolamentazione della cannabis. I fenomeni sociali vanno gestiti con intelligenza e messi in condizione di non creare illegalità. Vanno governati, non criminalizzati. Questa è la scommessa che va fatta, e che può far fare un salto di civiltà e di cultura al nostro Paese».

Un’impresa auspicabile. Certo non semplice, soprattutto quando a priori bisogna confrontarsi con leggende metropolitane da sfatare, ci si muove tra mille grandi contraddizioni e si finisce per correre dietro a inutili fantasmi. Molto interessante al riguardo l’intervento provocatorio dello psichiatra Ugo Zamburru, responsabile nazionale Arci delle politiche di welfare e tra i fondatori del Caffè Basaglia di Torino, che ha richiamato l’attenzione su altro tipo di complessità e contraddizioni, in particolare la tendenza recente e diffusa a correggere e psichiatrizzare comportamenti di bambini e adolescenti con trattamenti farmacologici con antidepressivi e anfetamine, considerati “terapeutici”. «A questo punto diventa un po’ difficile, se non perlomeno piuttosto incoerente, somministrare prima anfetamine, a scopo diciamo terapeutico, e criminalizzarli poi se fanno uso di cannabis, no?», ha commentato Zamburru. Ecco, forse una riflessione anche in tal senso non guasterebbe.


Màt 2015: ripensare le pratiche in chiave di recovery

di Anita Eusebi
“Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita. Se vogliamo sapere qualcosa di un uomo, chiediamo: “Qual è la sua storia, la sua storia vera, intima?” poiché ciascuno di noi è una biografia, una storia. […] Per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi, possedere, se necessario ri-possedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo ripetere noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il dramma interiore, il racconto di noi stessi”. Così scrive Oliver Sacks in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, quando racconta la storia del signor Thompson. Analoghe riflessioni sono state il filo conduttore del convegno Recovery: una sfida possibile che si è tenuto lo scorso 19 ottobre nell’ambito di Màt 2015 a Modena.
Tra gli ospiti, Antonio Maone, psichiatra del Dipartimento di salute mentale Asl Roma/A, è intervenuto introducendo abilmente ai nuovi paradigmi della salute mentale. «L’esperienza prolungata della malattia mentale produce “un’erosione del senso di sé”. Ed è questo un concetto saturo di significati. È cioè come se la malattia avesse un doppio, come diceva lo stesso Franco Basaglia. Noi ne vediamo solo l’aspetto esteriore, ma il vero bisogno – da cui nasce la malattia – è dietro. Come se, nel caso di una riabilitazione motoria di un arto che ha subito una rottura, noi curassimo i muscoli, e dimenticassimo che il danno sta nelle ossa. Per non parlare dello stigma interno che gradualmente si sviluppa e con il quale noi professionisti facilmente colludiamo: pensiamo che per quella persona non c’è niente da fare, allora la persona se ne convince e noi con lei», ha affermato Maone. «Questo tipo di danno erode chiaramente il senso di sé dell’autoefficacia, che è la “conditio sine qua non” dell’autodeterminazione. E la motivazione noi la recuperiamo solo restituendo strumenti opportuni e reali, con i quali le persone possono fare quello che desiderano. Se non riusciamo prima di tutto a riattivare la motivazione, allora le tecniche, anche le più aggiornate e raffinate in campo riabilitativo, rischiano di perdere senso ed efficacia».
L’importanza dell’esperienza personale, del metterla in gioco, come aspetto centrale del percorso riabilitativo, è stata sottolineata a Màt 2015 anche da Roberto Mezzina, Direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste: «Il termine recovery non significa necessariamente guarigione clinica, bensì enfatizza il viaggio compiuto da ciascuno nel ri-costruirsi una vita al di là della malattia. È presa di coscienza di sé e dei propri problemi, ma soprattutto dei propri obiettivi di esistenza».
Ma come ripensare le pratiche della salute mentale in chiave di recovery? «Questo è il punto essenziale», ha affermato lo psichiatra Giuseppe Tibaldi, altro ospite del convegno, responsabile del Centro di salute mentale di Barriera di Milano e coordinatore scientifico del Centro studi e ricerche in psichiatria di Torino. «Soprattutto quando il principio che riceviamo nei nostri percorsi formativi universitari è un principio di inguaribilità. Scientificamente infondato, è tra i principali ostacoli nei percorsi positivi perché, nel momento in cui si comunica per esempio a una persona che dovrà prendere i farmaci per tutta la vita, si manda un messaggio di inguaribilità. Ed è un messaggio che non è legittimo. Dobbiamo assolutamente ripensare il nostro modo di usare gli psicofarmaci, per il principio generale che il farmaco, da solo, non è sufficiente. E riporto posizioni molto critiche rispetto ai farmaci non perché io non li prescriva nel mio lavoro quotidiano, li uso tutti i giorni, ma li uso nella consapevolezza dei loro limiti, della loro parzialità».

“La guarigione non implica che il danno prodotto dalla ferita esistenziale non sia mai esistito, ma significa che quel danno non controlla più la nostra esistenza”, recitava una delle slide proiettate da Tibaldi. «Credo che questo sia un elemento chiave dei percorsi positivi. In altre parole, so che rimangono residui di sofferenza, ma so che non controllano più l’esistenza. C’è una sorta di rovesciamento degli equilibri interni che possiamo tradurre con il termine di “empowerment”: il nucleo psicotico di sofferenza perde potere, come una dittatura che è destinata a cadere, a cedere alle forze interne di resistenza e di opposizione. Noi professionisti dobbiamo credere che tali forze di opposizione vadano sostenute e favorite perché riprendano il controllo della persona con disagio psichico. Continuando nella metafora, penso che un professionista non possa allearsi col dittatore, non possiamo dire a una persona “rassegnati, la psicosi ti resterà addosso per il resto della tua vita”, sarebbe come dire “tieniti la dittatura che siamo tranquilli tutti e due”. Penso che, anche quando le cose non sembrano andare bene, vada fatto ogni sforzo possibile per sostenere la coalizione interna che può rovesciare la dittatura», ha ribadito Tibaldi. «Ritengo dunque che sia nostro compito ascoltare le storie di coloro che hanno attraversato questa esperienza ed entrare in una zona di relazione. Non possiamo far altro che discutere con loro, incontrare il loro punto di vista, in una sfida quotidiana verso una psichiatria post-paternalistica. Noi non siamo i migliori interpreti e rappresentanti dei bisogni dei nostri pazienti, dobbiamo costruire un’alleanza con loro che non sia asimmetrica, come invece di solito accade nei servizi. È questo quello che ci chiedono i “sopravvissuti” più consapevoli. Per questo dobbiamo ripensare l’uso del farmaco, soprattutto alla luce del fatto che lo psicofarmaco uccide la curiosità, sia del paziente che del professionista. C’è un rischio fortissimo che si dorma entrambi, si perda cioè la curiosità di capire perché si è avuta l’esperienza psicotica. Come sono solite dire le associazioni di uditori di voci, “non chiedetemi niente sui miei sintomi, chiedetemi che cosa mi è successo nella vita”. Questa è la domanda essenziale. L’unica domanda legittima che un professionista può fare».
Perché, come scrive ancora Oliver Sacks, “l’uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua dignità, il suo sé”. Per non sentirsi più visto come una persona malata, come un “diverso”, stigmatizzato dalla società e da se stesso.


Sguardi laterali di un inguaribile pessimista romantico: Gianluca Nicoletti a Màt 2015

di Anita Eusebi
In un articolo del 1943 lo psichiatra Leo Kanner parlava per la prima volta di autismo, sulla scia degli studi di Eugene Bleuler sulla schizofrenia. Da allora ne è stata fatta di strada. Da un lato, le diverse classificazioni nelle varie edizioni del DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), nella difficoltà di fornire, per la varietà e la complessità delle sintomatologie, una definizione clinica per quanto possibile chiara e unitaria di tale disturbo neuro-psichiatrico. Dall’altro, i clamori mediatici e le truffe sul dolore, le presunte epidemie, le diete “miracolose”, la teoria delle madri “frigorifero” di Bettelheim, le iniezioni di staminali, la bufala del legame con i vaccini smentito a gran voce dall’intera comunità scientifica.
«Per molto tempo si è pensato erroneamente che la responsabilità fosse delle madri. Una reale consapevolezza sull’autismo è emersa via via in questi anni grazie alla forza delle famiglie e dell’associazionismo. Le famiglie si son dovute organizzare anche contro le stesse istituzioni sanitarie. Nel 1943 appare per la prima volta nella storia della neuropsichiatria infantile il quadro dell’autismo con Kanner, nel ’44 con Asperger. Nel 1980 per la prima volta gli psichiatri statunitensi dichiarano che l’autismo è “una disabilità”, e non c’entra niente con la psichiatria e la malattia mentale. In Europa dobbiamo aspettare il 1994, e nello specifico in Italia il 1997, per trovare nei testi di riferimento questa banale affermazione». Queste le parole dello psichiatra Franco Nardocci, già presidente della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, in apertura della presentazione del libro Alla fine qualcosa ci inventeremo del giornalista Gianluca Nicoletti lo scorso 17 ottobre a Màt 2015.

Cosa è avvenuto poi in Italia? «Nessuna società scientifica ha mai preso seriamente in mano la situazione. Il primo documento ministeriale è del 2008 – ha proseguito Nardocci –, le prime linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità sono del 2012, la legge sull’autismo è ancora più recente. Per autismo si era sempre soliti poi intendere l’autismo infantile e basta. Quando arrivavano alla maggiore età o diventavano schizofrenici o psicotici o venivano di fatto cancellati. La questione degli adulti è veramente complicata. Per esempio, in un rilevamento del 2002 nella Regione Emilia-Romagna, è stato chiesto ai dipartimenti di salute mentale e alle neuropsichiatrie infantili “quanti ragazzi con autismo conoscete che hanno avuto un inserimento lavorativo?”. La risposta è stata “neanche uno”. Questa è un po’ la storia. Una storia che racconta di enormi difficoltà».
“Che ne sarà di mio figlio autistico quando non sarò più al suo fianco”, questo il sottotitolo del libro Alla fine qualcosa ci inventeremo di Nicoletti. In una breve frase il senso di profondo smarrimento di un padre, seppur sempre pronto a sdrammatizzare con ironia e grande forza d’animo. «Mi disse la psichiatra allora, “ci sono degli istituti, lo porti lì suo figlio poi il sabato o la domenica lo va a prendere e se lo porta a casa”. Mi sono sentito raggelare», ha raccontato Nicoletti. «Inventarmi qualcosa, dopo aver tanto cercato in questi anni, mi sembra tuttora al momento, a quasi un anno dalla pubblicazione di questo libro, l’unica soluzione. Ogni volta che incontro i miei colleghi di avventura, quelli che non si sono persi per strada, che non si sono lasciati prendere dallo sconforto, che non hanno ceduto alle chimere del fanta-autismo, continuano a dirmi “dobbiamo inventarci qualcosa”».

Da dove nasce questo enorme disorientamento delle famiglie? «La cosa grave è che c’è una grande presa in giro su questo tema. Sarebbe ora che la comunità scientifica prendesse ufficialmente le distanze da certe cose e desse delle linee guida serie, precise, cominciando a dire con chiarezza chi sono i buoni e chi i cattivi. Molti genitori vivono ancora situazioni disperate – ha spiegato Nicoletti –, spesso vittime del malaffare che si gioca sulla pelle dei nostri figli. Ci sono mamme che ancora perdono tempo a far terapie familiari con la musicoterapia, a ragionare sull’empatia. La situazione è veramente difficile e complicata. I nostri figli vanno trattati seriamente, è pazzesco pensare che possano finire in mano a persone non competenti. Ci sono medici che per curare l’autismo prescrivono approcci creativi totalmente inutili, o peggio dannosi, come diete disintossicanti o ricette magiche di sette segrete. Altri santoni vengono a dirci che dobbiamo essere felici e contenti di avere figli autistici perché sono una sorta di entità superiori, “figli delle stelle”, maestri mandati su questa terra a salvarci e a prepararci al mondo futuro che verrà. O ancora, c’è chi crede che i vaccini siano la causa dell’autismo, o chi tempo fa pensava di affidare i propri figli a Vannoni e di curare l’autismo con le staminali. Lo sapete che c’era una transumanza verso i paesi dell’Est dove i ragazzini autistici venivano portati a fare terapie con dei siringoni non si sa bene di cosa? Ci sono genitori che si sono venduti la casa per fare questo».
Parole preziose e amare, che si commentano da sole. Come non bastasse già il quotidiano con cui una famiglia con un figlio autistico è costretta a fare i conti. «La gestione quotidiana di un figlio autistico è qualcosa di massacrante, ti assorbe completamente, ti disintegra ogni assetto familiare. La tua stessa voglia di vivere. Ti disintegra ogni cosa tu abbia costruito prima, rapporti amicali, professionali. Tutto quello che mi piaceva fare, ogni cosa appare sempre più sfuocata fino a diventare irraggiungibile, perché tutto il mio tempo io lo dedico a lui, e alla causa», ha affermato Nicoletti. «D’altro canto, man mano che frequenti autistici perdi socialità, ti rendi conto di quanta sovrastruttura sia aggravata la nostra felicità, in nome certo di una civilizzazione che non rinnego ma benedico, che fa sì che i nostri figli non vengano bruciati in piazza o usati per fare esperimenti come accadeva fino al 1945 in Germania, dove per legge i disabili che nascevano venivano subito portati via e soppressi o usati appunto per esperimenti. L’olocausto degli ebrei è stato sperimentato sui disabili e sui malati mentali, lo sapete benissimo. Poi dicono che hanno fatto studi importanti in quegli anni, beh grazie, usavano gli esseri umani come cavie, altro che i topolini…».

Cosa faranno Tommy e i suoi amici finiti gli anni della scuola? «La cosa terribile è che i nostri figli crescono in fretta e c’è posto per tutti nel mondo del lavoro, anche per gli infami, per i ladri, ma per gli autistici no. Io lo so che mio figlio non sarà mai per esempio un ingegnere – ha puntualizzato Nicoletti –, ma ci sono comunque cose che lui può essere in grado di fare. Non posso pensare che nei prossimi anni Tommy si ritrovi ad andare in un centro diurno a infilare le perline o a fare le formine con la creta. Quella è l’anticamera del manicomio. E quando poi sarà troppo grande anche per stare lì? Dove finirà? A parte i tre o quattro centri della speranza in Italia per autistici dove beato chi ci sta, non ci sono altre soluzioni. Questo problema se lo pone qualunque genitore di autistico. E come qualunque altro ragazzo, anche mio figlio entrerà nel cono d’ombra che avvolge il suo futuro».
Eppure c’è una bella luce negli occhi di Nicoletti, la speranza e il coraggio non cedono un attimo il passo allo sfinimento. «Il mio sogno resta quello di un luogo idoneo per i nostri figli. Un luogo che non deve sembrare né un convento né un refettorio dei preti, né una galera, né un manicomio né l’anticamera di un ambulatorio. Un luogo dove dia piacere starci. Quello che fa l’Associazione Aut Aut Modena Onlus di Erika Coppelli, con Silvia Panini e molti altri, nel dare sostegno alle famiglie è fantastico. Con un team di professionisti capaci e formati ad hoc, realizza progetti individualizzati attorno al singolo ragazzo. Un paio di anni fa sembrava ancora un’utopia, un gruppo di mamme che creavano con coraggio una loro casetta. Ma vedere oggi che le istituzioni c’hanno messo il cappello sopra vuol dire che funziona, vuol dire che è un modello da studiare e da esportare, un punto di riferimento, un ambiente che aiuta i nostri ragazzi ad avere una vita dignitosa e felice», ha commentato Nicoletti.

«Nel mio essere inguaribilmente pessimista penso comunque che qualche barlume di speranza ci sia. Per esempio dieci anni fa non sarebbe stato concepibile che dei ragazzi neuro-diversi potessero stare qui, seduti, a un convegno insieme agli altri. Tommy sta qui tranquillo perché ci abbiamo lavorato molto, per lui un sacco di gente che lo guarda è fastidiosissimo. O anche soltanto vi fossero i genitori a portare la loro esperienza come elemento di discussione. Allora non se ne parlava. È vero però che resta con forza il problema della solitudine delle famiglie e dello stigma nella società. Da una recente ricerca risulta che, su oltre tre milioni di minori con problemi psichiatrici, ce ne sono in realtà solo seicentomila che seguono un percorso terapeutico. Uno solo su 5. Perché? Perché la gente ha paura, la gente si vergogna. Per un figlio si fa qualunque cosa, lo si porta da qualunque tipo di specialista perché stia bene, ma se ha un problema della sfera cognitivo-relazionale spesso non si fa niente, è molto difficile che venga portato da un medico. Ti rispondono “ma no, non è autistico, è solo timido, introverso”, perché non si vuole accettare che il proprio figlio possa avere questo tipo di problema. E ribadisco, occorrono strumenti opportuni, raffinati, persone con competenze adeguate e la qualifica giusta, per trattare gli autistici. Da un certo punto in poi la generosità, il buon cuore, le belle intenzioni, lo spirito imprenditoriale, l’intuizione geniale, non bastano più. Ci si deve affidare al pragmatismo, all’evidenza scientifica, per non cadere vittime dei venditori di fumo, e per fuggire dalla tentazione di dare un senso quasi catartico al perché hai avuto questo tipo di problema, del tipo se il Signore te l’ha dato vuol dire che tu questa croce sai portartela sulle spalle, oppure al contrario pensare chissà cosa hai sbagliato nella vita…».
Numerosi gli interventi del pubblico in sala. Tutti hanno confermato un quadro di grande disparità e di difetto culturale pesante. Alcune testimonianze sono state lo specchio drammatico di quello che succede quando per vergogna o incapacità per assenza di strumenti culturali e concreti non si interviene negli anni dell’infanzia. Realtà gravi in cui le famiglie diventano “autistiche al pari dei ragazzi” e più i ragazzi hanno comportamenti ingestibili più “si coprono disperatamente con il farmaco”, come ha denunciato Liana Baroni, presidente dell’Associazione nazionale genitori soggetti autistici (Angsa) di Bologna.

«Non bisogna perdere la speranza, ma l’autistico va affidato a persone seriamente competenti – ha ribadito Carlo Hanau, docente di programmazione e organizzazione dei servizi sociali e sanitari dell’Università di Modena e Reggio Emilia e membro del comitato scientifico dell’Angsa –, è possibile lavorare con risultati anche sugli adulti, non accadono miracoli ma è possibile migliorare di molto comportamenti e situazioni. Ma non basta l’amore, ci vogliono tecniche e abilità».
«Ce ne sono davvero molte di situazioni drammatiche in Italia – ha commentato Nicoletti –, storie di ragazzi chiusi in casa da anni, che sbattono i pugni e la testa contro il muro, con madri eroine, quasi sante, che trattano i propri figli come fossero malati terminali, con la differenza che hanno un’aspettativa di vita di 30-40 anni. Va compreso che chi ha un problema di questo tipo in famiglia ha enormi difficoltà, perde lucidità anche nel relazionarsi con chi potrebbe aiutarlo, è un corto circuito continuo. Ci si ritrova completamente soli. E io purtroppo non ho soluzioni, non sono un esperto di autismo, sono un esperto di mio figlio, sono solo un padre che facendo il giornalista ha scritto dei libri su suo figlio». Libri provocatori, arrabbiati, commoventi e bellissimi.
[foto di Anita Eusebi]


Le avvincenti Radiocronache di Radio Liberamente #7

di Radio Liberamente
 
Si è tenuto ieri mattina in una Sala degli Ulivi gremita il corso di formazione per giornalisti:
"Media e salute mentale: come i mass media contribuiscono all'immagine sociale della malattia mentale".
 
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Se le basi di questa cooperazione erano già state gettate nel 2011 quando nacque un progetto di formazione e collaborazione tra i giornalisti locali ed il mondo della salute mentale, da cui sorse un'osservatorio permanente, “termometro” dello stigma che può darci informazioni utili sull’ andamento del fenomeno sulla carta stampata modenese; + è importante proseguire in questa direzione.
Secondo Angelo Bagni, Presidente dell'Associazione Idee in circolo, lo scopo di questo lavoro, oltre a monitorare come la Salute Mentale viene trattata dalla carta stampata, è quello di promuovere termini alternativi a quelli che più ci offendono come raptus, follia omicida, .... ed al contempo lottare contro lo stigma che alcuni termini veicolano. Tutto ovviamente costruito sulla base di un rapporto di collaborazione e fiducia.
il percorso fatto a Modena è stato occasione di scambio: noi siamo entrati nelle redazioni, i giornalisti, dal canto loro, hanno visitato i luoghi della salute mentale e costruito con familiari utenti ed operatori una formazione congiunta su come si possa parlare meglio di salute mentale. Da questo scambio nel 2012 è nato il quaderno de "Le parole della Salute Mentale" una piccola guida ai corretti termini della Salute Mentale.
potete scaricarla da qui:
qrcode quaderno le parole della salute mentale
 
Dall'analisi riportata da Angelo Bagni, il termine Utente negli anni è passato dal 7% al 23% a discapito di termini come internato o malato mentale; anche se espressioni come follia o raptus omicida si leggono ancora spesso. Se da un lato ciò è concausa di avvocati che tentano di appellarsi al vizio di mente, "sui giornali, specie quelli nazionali, si parla in maniera impropria di salute mentale accostandola semplicemente ai fatti di cronaca - afferma la giornalista del corriere della sera Margherita De Bac - e la psichiatria dovrebbe mettere un filtro maggiore, senza permettere a sedicenti professionisti di rilasciare dichiarazioni imprecise o affrettate solo per finire su TV o giornali."
Secondo Enrico Grazioli, Direttore della Gazzetta di Modena, usare terminologie improprie non solo aumenta il dolore di chi leggerà quell'articolo condividendone la patologia ma continuerà ad alimentare pregiudizi, idee e convinzioni molto banalizzanti e improprie che spesso associano problematiche di salute mentale alla pericolosità: forse è una vera e propria azione di rimozione sociale, un inconscio collettivo che cerca di allontanare ciò che lo spaventa. Continua Enrico Grazioli dicendo che, anche se in una redazione giornalistica il tempo è quello che è, bisognerebbe sempre armarsi di "un po' di sana prudenza" prima di scrivere qualunque cosa.
Tramite proprio la Gazzetta di Modena il lavoro congiunto di Insieme a noi, Idee in circolo, Arci Modena, il Dipartimento di Salute Mentale e l'Ufficio Stampa dell' Ausl ha portato nel 2013 alla nascita di "Fuori come va?", che come ci ha illustrato Giorgio Casillo, volontario dell'Associazione Insieme a Noi, è una pagina ad uscita variabile che si pone l'obbiettivo di promuovere storie di guarigione e l'idea che la salute mentale è cosa che riguarda tutti noi, è una questione di benessere collettivo e comunitario.
"Se un giornale riesce a contribuire ad abbattere questo piccolo grande muro fa una roba da Màt" prosegue Grazioli "l'utilizzo di un linguaggio diverso e di una sensibilità diversa è stato qualcosa che ha arricchito il nostro quotidiano. Sogno di qualcuno che descriva con occhi diversi una situazione comune come quella del traffico all'ora di punta, chissà cosa ne uscirebbe".
Interviene anche Carla Chiappini, membro del Consiglio Territoriale di Disciplina, "le associazioni devono imparare ad essere più combattive, al momento in tutta Italia esistono zero esposti a tutela d'infrazioni verso fatti inerenti alla salute mentale e la Carta di Trieste ha una storia così bella (sembra fosse una lettera scritta dalla madre di un utente ad un giornalista triestino) perché non la fate approvare?"
E mentre si legge negli occhi del nostro Direttore Fabrizio Starace il desiderio di  scrivere una carta tutta modenese anche questo appuntamento svolge al termine.
 
(Modena, 23 Ottobre 2015)


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