Le avvincenti Radiocronache di Radio Liberamente #4

di Radio Liberamente
Ieri giornata intensa … ma davvero stimolante.
Alla mattinata sulla Recovery ha fatto seguito un pomeriggio ricco di riflessioni al circolo Arci, Vibra … si è iniziato con la presentazione del libro “Manicomio chimico” di Piero Cipriano, a cui ha seguito il dibattito sulle politiche delle droghe leggere, dal titolo “Giusto o sbagliato non può essere reato”.
Il filo rosso del pomeriggio sono stati una serie di paradossi attorno ai concetti di usi/abusi e legalità/illegalità.
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Piero Cipriano intervistato dalla nostra speaker Chiara Boni ha messo in evidenza le contraddizioni legate all’uso e purtroppo spesso abuso di psicofarmaci … la questione infatti non è dicotomica, ovvero si o no … ma è importante la prescrizione consapevole del farmaco che non può essere lo strumento terapeutico per la “S” maiuscola .. ma deve e può essere un mezzo. Nella pratica quotidiana quella che non dovrebbe essere ammessa è la contenzione farmacologia, dove non ha spazio la contenzione relazionale, il modo si stare con, che dovrebbe essere una competenza-capacità degli operatori che lavorano in psichiatria … ma purtroppo ci sono quelli che non ce la possono fare e quindi invece che produrre descalation, generano escalation.
Le tematiche uscite sono state molteplici … per esempio si è parlato di contenzione fisica, stigma sull’uso degli psicofarmaci creando quindi farmaci accettati e altri che al contrario creano stigma e pregiudizi sociali … per approfondire la tematiche vi invitiamo a leggere il libro e o ad attendere le video conferenze sul canale YouTube.
A seguire come dicevamo vi è stato un dibattito sulle politiche delle droghe leggere "Giusto o sbagliato non può essere reato"; in cui sono intervenuti il Senatore Benedetto Della Vedova, Franco Corleone, Gerardo Bisaccia, Ugo Zamburru, Bruno Giusti, Antonio Leardi, Enrico Tedeschini, Luigi Alberto Pini moderati da Davide Miserendino, giornalista del resto del Carlino di Modena.
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Benedetto Della Vedova ha esposto brevemente la proposta di legge dell' intergruppo parlamentare "Cannabis legale", che prevede una politica di depenalizzazione e di regolamentazione della produzione e uso dei derivati della cannabis azioni che avrebbero forti ricadute socio-economiche: la legalizzazione della marijuana può generare introiti fiscali e notevoli risparmi sul fronte del sistema giudiziario e carcerario. Attualmente la proposta di legge giace nella catena di montaggio delle sedute parlamentari.
Franco Corleone, garante dei detenuti della Regione Toscana, sottolinea come le carceri italiane, con le leggi repressive ancora in vigore, stanno vivendo un sovraffollamento. Anche per questo occorre intervenire su una regolamentazione delle sostanze, in particolare la cannabis: agendo in particolare su coloro che definisce "imprenditori della paura" in quanto hanno costruito un senso comune che non si fonda su un sapere scientifico e non ha nulla a che vedere con la realtà: occorre, a suo parere, fare operazioni culturali. "In Italia dal 1990, quasi un milione di giovani sono stati colti a farne uso: com'è possibile criminalizzare un numero così grande di persone? questa è una persecuzione di massa".
Ugo Zamburru, coordinatore nazionale ARCI sulle politiche di inclusione sociale, sottolinea la necessità di una politica pragmatica sulle droghe come segno di maturità democratica, che sottolinea l’importanza di ricostruire una relazione di fiducia tra le autorità e i cittadini.
Luigi Alberto Pini, direttore Centro Cefalee e abuso farmaci del Policlinico di Modena, sottolinea che l'uso di cannabis non degenera per forza nell'uso di sostanze più forti; però è utile fare particolare attenzione all'uso continuativo nell' età dello sviluppo, perchè va ad agire sul funzionamento del cervello. Ma questo vale per tutte le sostanze, quello che conta è l'intelligenza!
È emersa l’importanza di andare oltre l’ideologia della droga e la forte penalizzazione; la legge italiana (Fini-Giovanardi) prevede da 6 a 20 anni di carcere senza distingui per uso e detenzione di droghe leggere: a noi pare proprio un' assurdità; come si può paragonare questo “reato” a quelli per violenza sessuale, a quelli di mafia? Crediamo che sia davvero necessario contribuire alla diffusione di un sapere su questi temi.
Contraddizioni di un sistema ancora troppo paternalistico, che penalizza l’avvio di una politica pragmatica sulle droghe come segno di maturità democratica, che sottolinea l’importanza di ricostruire una relazione di fiducia tra le autorità e i cittadini: come ha sollevato un cittadino e psichiatra nel dibattito “questo è il modo migliore per trasformare le persone in ribelli assoluti”.
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Le logiche proibizioniste e le forti penalizzazioni ledono la libertà individuale e di scelta? Per alcuni infatti rendere legale la cannabis è anche una questione di libertà di scelta, di responsabilità individuale.
Le prospettive con cui guardare a questa tematica sono molteplici: ci auguriamo che se ne parli sempre di più, che si faciliti la diffusione di informazioni per sradicare alcuni luoghi comuni che spesso rischiano e portano alla banalizzazione.
Noi vi lasciamo con questo augurio, che per primi accogliamo e portiamo nella nostra redazione: sarà materiale utile e interessante per le nostre puntate e trasmissioni!
(Modena, 20 Ottobre 2015)
IN ATTESA DELLA RADIOCRONACA DE "LE PAROLE RITROVATE"...


Mass Media e Salute Mentale: le parole per dirlo

di Anita Eusebi
«Io non parlo mai di “matti”, non parlo mai di “pazzia” perché ritengo che tutte le parole debbano rispettare fino in fondo con il loro significato quella che chiamiamo dignità. Chi soffre ha una dignità altissima. È fondamentale il rispetto che dobbiamo avere delle parole. La parola “utente” io proprio non la userei, anche quello è stigma, mi fa pensare all’utente del gas, all’utente della luce. Insomma, a cose che con l’animo e con la sofferenza non hanno nulla a che fare. Sono parole che fanno male. Parole che fanno dell’altro un oggetto, e che fanno di noi degli estranei». Riflessioni di grande saggezza e profondità quelle di Eugenio Borgna, rubate a margine dell’edizione 2014 di Màt.
Fare comunicazione nell’ambito della salute mentale è un po’ come camminare in bilico sull’orlo di un precipizio, ci si muove ai confini di una psichiatria che è contemporaneamente scienza naturale e scienza umana e sociale. Una psichiatria che, nella sua storia, è stata segnata da profonde lacerazioni e ferite sanguinanti, nascoste sotto bandiere e giustificazioni falsamente scientifiche. Si rischia di affidarsi ciecamente alla razionalità di quella che Borgna chiama la “psichiatria delle certezze” e di inciampare inavvertitamente a ogni parola, a ogni accento mal posto, a ogni virgola. Si rischia di inciampare soprattutto con la sofferenza di chi vive in prima persona l’esperienza del disagio psichico.
Come informare l’opinione pubblica dell’esistenza di persone e problematiche che ancora oggi spesso preferisce dimenticare? Come muoversi nell’equilibrio precario di dinamiche complicate in cui si intrecciano sofferenza mentale e stigma, pericolosità sociale e guaribilità, buone e cattive pratiche, percorsi terapeutico-riabilitativi territoriali e mancanza di risorse umane ed economiche? Come trattare a livello giornalistico argomenti così complessi e delicati al tempo stesso, che hanno sfumature scientifiche, sociali, storiche, giuridiche, economiche. Ed etiche, soprattutto. Quanti muri restano da abbattere ancora oggi, costruiti sugli stessi luoghi comuni e pregiudizi di sempre?
Giocando con il titolo di un libro coraggioso e intenso di Marie Cardinal, ci si chiede allora: quali sono le parole per dirlo? Quali le immagini? Sarà questo il tema di un importante appuntamento di Màt 2015, accreditato dall’Ordine dei Giornalisti Emilia Romagna e promosso dall’Associazione Stampa Modenese, in cui si parlerà di Media e Salute Mentale: come i mass media contribuiscono all’immagine sociale della malattia mentale. L’evento, che si terrà a Modena il 22 ottobre e vedrà coinvolti giornalisti e non solo, sarà l’occasione per interrogarsi sul ruolo e sulle modalità della comunicazione nell’ambito della salute mentale, per riflettere su come il giornalismo sia solito trattare vicende e notizie, spesso alimentando purtroppo per superficialità e noncuranza lo stigma nei confronti delle persone con disagio psichico, attraverso tradizionali stereotipi e pregiudizi riscontrabili in una terminologia inappropriata e svilente e in immagini di poco rispetto. E ancora, per ragionare insieme su linee guida, di carattere etico, fondamentali per un’informazione corretta, responsabile ed efficace nell’ambito della salute mentale e sulla necessità dunque di una carta deontologica ad hoc che permetta di intervenire adeguatamente sulle errate rappresentazioni negative dei disturbi psichici e delle persone che ne soffrono.
“Una persona che attraversa l’esperienza del disturbo mentale rischia di perdere fondamentali diritti personali e sociali. L’impegno di tutti gli attori sociali dovrebbe essere pertanto volto alla difesa e al potenziamento di tali diritti, per garantire le cure, la dignità e il rispetto di ognuno e, più in generale, per promuovere la salute di tutti”. Così si legge nella Carta di Trieste, un documento redatto nel 2011 a Trieste, che nasce con l’intenzione di risolvere in qualche modo percezioni negative o comunque distorte della realtà a proposito di salute mentale e di promuovere un dialogo tra persone con esperienza di disturbo mentale, giornalisti e operatori. Per riflettere sulle “parole che fanno bene” e sulle “parole che fanno male”, e per provare a costruire insieme una sorta di glossario ragionato come guida per orientarsi nel complesso mondo dell’informazione e comunicazione intorno alla salute mentale. Ma la Carta di Trieste non è mai stata riconosciuta ufficialmente, non appare nell’elenco delle Carte di autoregolamentazione deontologica del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, che tutelano determinate categorie sociali “deboli”. Fortunatamente alcuni giornalisti spiccano per linee guida personali, etiche e professionali, che rendono pienamente giustizia a parole come rispetto, diritti, dignità e umana compassione. Al di là di codici precostituiti e raccomandati. Ma nella maggior parte dei casi la situazione purtroppo non è questa.
Le criticità riscontrabili nel modo in cui i mass media raccontano la salute mentale sono essenzialmente di due tipi: se ne parla poco e, quando se ne parla, spesso se ne parla male. Da un lato infatti, sui giornali, come pure in tv, si preferisce in generale trattare argomenti facili e rassicuranti ed evitare quelli più difficili e controversi. Si dedica così poco spazio alla salute mentale, se non nel caso di fatti tragici di cronaca nera, con un’intensità d’occasione tale da alimentare solo allarmismi e paure, rifiuto e diffidenza. Raramente vengono invece riportate testimonianze positive di chi vive o ha vissuto esperienze di sofferenza psichica, o di associazioni che tra mille difficoltà si rimboccano quotidianamente le maniche.
Dall’altro lato, nell’epoca delle competenze improvvisate, del parlare senza pensare e dello scrivere quanto basta e di fretta perché tanto si viene pagati poco o niente, l’attenzione per la scelta di un linguaggio opportuno, parole o immagini che siano, diventa spesso l’ultima delle preoccupazioni. Ma il linguaggio è fondamentale, è una questione assolutamente delicata nell’ambito della salute mentale, perché ha una grande forza evocativa e di conseguenza crea stereotipi e contribuisce in modo significativo a tutto un immaginario individuale e collettivo. Si oscilla cioè tra il non voler trattare questioni che possano in qualche modo turbare le coscienze delle persone cosiddette “normali” e il puntare poi aspramente il dito verso il “pazzo” di turno, il “mostro” da sbattere in prima pagina, dimenticando che ci sono spazi da preservare e persone da tutelare. E un mestiere da non tradire.
Nella sostanza, manca un racconto sistematico e vario nei contenuti, e ciò è chiaramente di ostacolo a una reale informazione e sensibilizzazione di un pubblico che non sia già positivamente orientato alle problematiche del disagio psichico. Con il rischio, nel migliore dei casi, di scuotere sì le coscienze di tanto in tanto, ma di lasciare comunque sostanzialmente inalterato quello che Franco Basaglia definiva il “fascino discreto del manicomio”. E mancano le parole portatrici di rispetto, di dignità e di inclusione di cui parla Borgna, sostituite dall’abbondanza di luoghi comuni e dai clamori estemporanei, dove la “pazzia”, il “raptus” e la “pericolosità” sono le motivazioni rassicuranti a cui affidare la buona pace delle nostre coscienze.
È per questo evidente la necessità che venga stilato quanto prima un codice giornalistico di riferimento specifico per la salute mentale. Non si può sempre contare soltanto sul singolo giornalista che si arrangia come può, basandosi sul proprio buon senso e sulla propria sensibilità personale. E che spesso purtroppo risulta sprovvisto di entrambe le cose. Occorre un modo serio e corretto di fare informazione e di raccontare la salute mentale che, conscio della potenza e della responsabilità di un linguaggio fatto di parole e di immagini, faccia grande attenzione a queste e al contributo importante che può dare, in positivo e in negativo, in termini di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema. È necessario cioè mettere in atto strategie comunicative che siano in grado di rispettare al tempo stesso il diritto di cronaca e la dignità delle persone direttamente coinvolte e della loro sofferenza, un modo di fare informazione che non poggi su fatti di cronaca scandalistici, parole stonate, toni esagerati e titoli altisonanti e aggressivi, che non usi il pretesto per fare audience ma sia capace di contestualizzare le vicende di cronaca in un quadro generale, per raccontare storie con cognizione di causa. Un’informazione che sia corretta e responsabile, non viziata dalle ombre del pregiudizio, dalla superficialità e dalla fretta.
Una marginalità dunque quella che abita il mondo della salute mentale trascurata, discriminata e troppo spesso offesa da un’informazione dove le immagini sono spesso pugni nello stomaco e le parole sembrano buttate lì a caso. Dimenticando che bisogna fare attenzione, perché ci sono parole che cambiano la storia, anche più delle immagini. Perché, come accade nel romanzo 1984 di George Orwell quando via via vengono tolte parole dal vocabolario, se mancano le parole “giuste” per esprimere determinati concetti e pensieri, alla fine rischiano di venir meno anche gli stessi pensieri.


Màt 2015 e il paradosso della guarigione

di Anita Eusebi
“Da un po’ di tempo sono le persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale che hanno cominciato ad associarsi, a riconoscersi e a parlare. Non più con un filo di voce né con urla di disperazione e dolore, ma con parole esperte che pretendono di essere ascoltate”, scrive Peppe Dell’Acqua nel libro Fuori come va? Famiglie e persone con schizofrenia. Manuale per un uso ottimistico delle cure e dei servizi.
L’incontro nazionale Le Parole Ritrovate, che si terrà a Modena il 20 ottobre nel corso di Màt – Settimana della Salute Mentale, sarà sul tema Guarire dalla Guarigione e vedrà protagoniste come d’abitudine le narrazioni personali: storie di vita che danno voce alle emozioni, all’importanza delle relazioni, alle esperienze vissute in prima persona. Lontane da modelli medici e manuali diagnostici, sono «traiettorie esistenziali, in orizzonti di senso di incommensurabile e tragica bellezza», come le ha defìnite Fabrizio Starace Direttore del Dsm-DP di Modena.
«Personalmente sono convinto che la guarigione avvenga anche quando i sintomi della malattia continuano a manifestarsi. Si può guarire pur continuando ad avere accanto l’ombra della malattia», ha detto Eugenio Borgna lo scorso anno, ospite illustre dell’edizione 2014 di Màt. Il concetto di guarigione nella comune accezione fa pensare a una specie di prodotto finale e in tal senso nell’ambito della salute mentale mostra i suoi limiti. In contrasto con la dicotomia guarito/non guarito, si tratta in realtà di un processo dinamico e aperto, fatto anche di errori e ricadute: la guarigione, non più semplicemente contrapposta in senso clinico a uno stato di “malattia” ma intesa nel significato più ampio e ricco di sfumature di recovery, è un qualcosa che riguarda l’intera vita della persona, un nuovo modo di percepire se stessi in rapporto alla propria vita, ai propri sintomi, alle proprie condizioni, all’interazione con gli altri. Questo il motivo per cui, per esempio, nella letteratura del movimento americano dei “sopravvissuti psichiatrici” o ex utenti guidato da Sally Clay, si parla di «essere in recovery» invece che «essere recovered», cioè essere guariti.
«Guarire dalla guarigione vuol dire non restare imprigionati e condizionati da imposizioni esterne, da come i più ci chiedono di essere. Il termine “guarigione” per noi significa cioè trovare un percorso di vita e di ripresa dalla malattia che sia individuale, e che non sempre coincide con i canoni imposti dalla società», spiega Angelo Bagni, presidente dell’Associazione Idee in Circolo. «Il titolo del convegno è nato da una semplice riflessione in una delle assemblee che abbiamo promosso durante l’anno come associazione, per costruire appunto l’incontro nazionale Le Parole Ritrovate: almeno nel mio caso, credo non si possa guarire totalmente dalla malattia mentale, se con “guarire” si intende non prendere più le terapie. Questa riflessione è piaciuta a tutti, e concordi nel fatto che potesse rappresentarci è diventata così il titolo dell’evento. Perché l’importante è star meglio, raggiungere un equilibrio esistenziale. È già un risultato riuscire a compiere gli atti “normali” di ogni giorno, riuscire a venir fuori dal proprio guscio invece che restare chiusi a riccio ognuno nella propria malattia, e ancor più avere un ruolo attivo nella cittadinanza e voce e potere negoziale sulla malattia, concordando per esempio lucidamente la terapia e le cure con il proprio psichiatra. È attraversando la guarigione, la consapevolezza e la responsabilizzazione che noi abbiamo fondato l’Associazione Idee in Circolo».
Le buone pratiche del “fare assieme”, in una dimensione assembleare e paritaria tipica dell’Associazione Le parole Ritrovale nazionali di Trento, permettono a ognuno di riappropriarsi della propria storia di vita e di malattia e andare oltre l’oggettivazione tecnica del “sintomo”, propria dell’ambito medico. Le esperienze personali, una volta raccontate e messe in circolo, diventano allora vettori di consapevolezze collettive nuove. «È importantissimo che cittadini, operatori, familiari e utenti riescano a fare assieme, nella direzione di un maggior benessere di tutti. L’incontro Le Parole Ritrovate è un’occasione per confrontare esperienze, per condividere progetti, dando voce e protagonismo a chi non li ha mai avuti e a chi li ha persi, coinvolgendo e lasciandoci coinvolgere, il più possibile, da reti allargate di persone, di intelligenze, di sentimenti», commenta Manuela Ciambellini, operatrice del Social Point Progetto di inclusione sociale del Dsm-DP di Modena. «Per una persona con disagio psichico i percorsi di recovery e di empowerment sono un grande successo, al di là del fatto che debba continuare o meno a prendere una qualche terapia. Ed è per questo che alla domanda forse paradossale Ma Angelo sarà sempre schizofrenico?! che accompagna il titolo dell’evento, provocatoriamente ci piace rispondere che Angelo nel suo animo sarà sempre schizofrenico, anche se per noi è guarito».
Sulla locandina dell’evento c’è chi scrive: “La mia storia di guaribilità è iniziata per la prima volta quando ho accettato di essere malato. Oltre a medici e medicine la socializzazione, gli amici e il lavoro sono stati molto terapeutici”. Torna in mente quanto afferma Patricia Deegan, docente e ricercatrice sul tema della recovery e dell’empowerment con una storia personale di problemi psichici: «Il nostro percorso di guarigione è profondamente segnato dall’accettazione delle nostre limitazioni. Ma adesso, invece che essere disperati, troviamo nelle limitazioni personali il terreno dal quale far nascere le nostre uniche possibilità. Questo è il paradosso della guarigione: accettando quello che non possiamo fare o essere, iniziamo a scoprire cosa possiamo fare e chi possiamo essere».
Per dirlo con le parole di Sally Clay, che ha fatto della lotta contro lo stigma un elemento caratterizzante del proprio percorso di recovery, «L’esperienza della follia è una ferita che ha cambiato la mia vita e mi ha permesso di aiutare gli altri e di conoscere maggiormente me stessa. Sono orgogliosa di tali risultati. Io non sono guarita: io ho vinto».


Per una salute mentale di comunità, nonostante i tagli

di Anita Eusebi
«La quinta edizione di Màt – Settimana della Salute Mentale di Modena si tiene quest’anno in un periodo di particolare difficoltà per la Sanità Pubblica italiana. Oggi il patrimonio di competenze professionali, di scelte organizzative, di reti collaborative che caratterizza il settore della Salute mentale nel nostro Paese è messo seriamente a rischio dall’ulteriore preannunciato ridimensionamento dei finanziamenti alla sanità», dichiara Fabrizio Starace Direttore del Dsm-DP di Modena. «L’Italia ha mostrato da tempo che è possibile fare a meno degli Ospedali Psichiatrici e più recentemente anche degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ponendo fine ai trattamenti inumani e degradanti che in quei luoghi si perpetravano – prosegue Starace –, è possibile cioè affrontare i disturbi psichiatrici sul territorio, nei luoghi di vita, attraverso una rete capillare di servizi di salute mentale di comunità, evitando l’istituzionalizzazione della sofferenza e dando corpo e sostanza ai principi di cittadinanza e di non discriminazione invocati dalle Carte fondamentali Italiana, Europea, delle Nazioni Unite. Ora il futuro di tutto ciò rischia di essere compromesso».
In anteprima rispetto all’apertura ufficiale della Settimana della Salute Mentale, il 16 ottobre si entrerà nel vivo dei temi caldi della salute mentale con il seminario dal titolo La crisi dei Dipartimenti di salute mentale nella Sanità delle Regioni. Nonostante le conquiste ottenute e il coraggio delle nuove sfide attuali, appare evidente una generale sofferenza a livello nazionale dei sistemi di welfare e dei servizi per la salute mentale in particolare. Senza dimenticare vicende recenti e drammatiche che hanno alimentano non poche riflessioni, dalle morti di persone sottoposte a TSO alla denuncia per sequestro di persona di coloro che restano internati in Opg, strutture chiuse per legge sulla carta lo scorso 31 marzo, ma ancora sostanzialmente aperte nella realtà dei fatti.
«Molti servizi si ritrovano troppo spesso a scimmiottare, e anche malamente, l’attività ambulatoriale di altre pratiche mediche fondate sul binomio diagnosi e terapia, farmacologica o chirurgica a seconda dei casi. L’approccio è cioè prevalentemente bio-medico, nonché inadeguato”. E la psichiatria finisce per non trovare risposte. Non quelle giuste», afferma Vito D’Anza, Direttore del Dsm di Pistoia e portavoce nazionale del Forum Salute Mentale, che sarà tra i numerosi ospiti della tavola rotonda all’anteprima di Màt 2015. «Ci sono pratiche manicomiali che persistono in tanti, troppi, servizi di salute mentale e che arrivano a negare i più elementari diritti delle persone con disturbo mentale». Realistico e senza troppi giri di parole, D’Anza viene così dritto al punto e racconta le sue preoccupazioni: «Gli studi degli ultimi decenni, studi che provengono da oltreoceano e oltremanica e non solo da “ideologizzati basagliani”, hanno portato alla salute mentale, alla recovery, all’empowerment, ai temi dell’abitare-lavoro-socialità, a un ruolo rinnovato degli operatori nel percorso di guarigione. Ciò nonostante, nel Paese che ha realizzato la riforma più significativa al mondo, resistono modelli e logiche manicomiali tragicamente inadeguati».
Come affrontare una situazione così complessa? «La direzione su cui insistere è quella di modalità assistenziali coerenti con una riduzione dell’ospedalizzazione e della residenzialità sanitaria, orientate verso forme più flessibili e personalizzate di residenzialità sociosanitaria, sostegno alla domiciliarizzazione degli interventi, prossimità territoriale delle cure», puntualizza Starace. «A ciò si aggiunge la valorizzazione delle risorse formali e informali, promuovendo e incentivando il protagonismo delle forme associative territoriali, vero “capitale sociale” della comunità, e degli utenti stessi, che partecipano non più soltanto come consumatori, ma diventando a loro volta produttori di beni e servizi. È sul territorio che si vince o si perde la battaglia per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale – insiste Starace –. Il settore della salute mentale deve cogliere le sfide del rinnovamento. A partire da un’accurata riflessione sullo stato attuale dei servizi territoriali per la salute mentale, sulla loro reale capacità di far fronte alla diffusione sempre più ampia di condizioni di malessere, all’emergere di nuove forme e di nuovi soggetti del disagio. In un sistema sanitario che voglia realmente interpretare i principi di equità e giustizia sociale, è fondamentale che la salute mentale torni ad essere una priorità delle politiche sociali e sanitarie dei territori locali, e questione di interesse nazionale. Affinché valga per tutti i cittadini, a prescindere da dove sono nati o risiedono, il diritto alla salute costituzionalmente garantito».
Occorre cioè farsi carico con coscienza e responsabilità delle nuove difficoltà, non girare la testa dall’altra parte né tanto meno adattarsi per rassegnazione o sfinimento. Perché, come scriveva Jiddu Krishnamurti, “Non è segno di una buona salute mentale essere ben adattati a una società malata”. Ecco, questo sarà il motto di Màt 2015.


MÀT Modena è un progetto ARCI Modena — Via IV Novembre 40/L — 41123 Modena (MO) — settimanasalutementale@arcimo.it

 

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