Ora come sto? Sto nella vasca con i pesci
di Anita Eusebi
«Luca e Marco dapprima furono ricoverati nelle loro stanze. Dopo alcuni mesi cominciarono a uscirne. Dopo altri mesi ancora cominciarono a uscire fuori dall’ambulatorio e a venire nella sala d’attesa. Dopo quasi un anno andavano e venivano dalla cucina. Poi cominciarono a salutare, a conoscere persone, a dialogare con piccole frasi educate. Poi hanno iniziato a parlare anche nelle conferenze e nei gruppi di auto mutuo aiuto. Io, come loro, sono una sopravvissuta», racconta Rossella.

«Grazie anche all’intervento della mia psichiatra, ho ritrovato nel mio passato storie di violenza inaudita, confuse tra i ricordi di un percorso cominciato alla rovescia. E ho cominciato a capire, e a lavorare su me stessa. Ho iniziato a partecipare anche ad attività ricreative. Volevo sentirmi in mezzo alla gente, ma all’inizio non facevo amicizia, non volevo parlare con nessuno. Non ci riuscivo. Il dialogo a due non mi era più familiare. E mi autoconvincevo, come accade a molti, che fossero i farmaci a indebolirmi, per non vederla come una mia personale sconfitta. Dormivo la maggior parte del tempo, ma non per stanchezza. Ero depressa, aggressiva. Pian piano – c’è voluto tempo – ho cominciato a instaurare delle relazioni, dei legami. Anch’io passai dal non parlare con nessuno prima al concentrarmi poi su alcune persone, e poi ancora a fare amicizie. In un certo senso passai anch’io, come Luca e Marco, dalla sala d’attesa alla cucina. Mi sentivo curata e questo mi rendeva combattiva, creativa, attiva. Dentro di me cresceva il desiderio di tornare a fare le cose di una volta». E oggi? «Non sono guarita al 100% – commenta Rossella – ma sto certamente meglio, e ho diminuito i farmaci. Come sto? Sto nella vasca con i pesci. Quando uno di questi guizza penso che potrei fare altrettanto anche io. Io ci credo alla mia guarigione. Io penso che guarire si può, ci sono riuscite tante altre persone, e ci riuscirò anch’io».
Guarire dalla guarigione, un bel titolo quello dell’incontro Parole Ritrovate dell’edizione 2015 di Màt. Un appuntamento che si rinnova e si arricchisce ogni anno di più, una giornata che costituisce un vero e proprio laboratorio sociale. Un evento del quale, pur a distanza ormai di parecchie settimane, tornano in mente parole ed emozioni. “Guarigione”, un termine che è stato declinato in tante forme diverse, dalle più estreme e radicali di chi ha dichiarato di vedere la guarigione come nient’altro che un’utopia oppure di chi ha rivendicato di essere perfettamente guarito o di non essere mai stato malato, alle tante posizioni intermedie di chi ha fatto appello all’accettazione dei compromessi che comporta il processo di cura o la società stessa, senza dimenticare il proprio potere contrattuale. Comune a tutti gli interventi, è emersa con forza la tensione interna che si porta dietro un concetto di questo tipo, e con la quale si deve continuamente fare i conti. Una sorta di paradosso irriducibile, con cui devono confrontarsi psichiatri, operatori e pazienti, alla pari. Si rafforza la consapevolezza di sé da parte di chi vive l’esperienza del disagio psichico, e ciò è di aiuto nel trovare la forza di reagire alla sofferenza che si ha dentro. E cambia anche il modo di porsi dello specialista, con il quale è fondamentale stabilire una relazione, instaurare un dialogo, un rapporto di fiducia, costruire cioè qualcosa che vada oltre il farmaco. «Tu ora vai dallo specialista e ti chiede “come stai?”. Non è più come succedeva prima. Ed è molto bello». Un mondo intero di significati nelle poche parole di Angelo Bagni, presidente dell’Associazione Idee in Circolo.

È vero che purtroppo non dappertutto le cose funzionano come dovrebbero. Ma il grande lavoro svolto a Modena in questi anni, a livello di partecipazione, coinvolgimento, inclusione appare eccezionale. «Conosco persone che stavano molto male e il vivere momenti di socializzazione, facendo attività di vario tipo, prendendosi impegni e responsabilità, li ha via via completamente trasformati», ha commentato Tilde Arcaleni, presidente dell’Associazione Insieme a Noi. «È molto importante non restare sempre concentrati solo su se stessi e sul proprio stato di “malattia”, occorre mantenere un’apertura verso il mondo esterno, e soprattutto mantenere speranza e fiducia che le cose possano andare meglio».

«Diverse prospettive ed esperienze che insieme si confrontano e si arricchiscono ben rappresentano come la diversità sia qualcosa cui occorre assolutamente dar il senso di un valore, e non qualcosa da cui ci si debba tenere a distanza. E il risultato di tali diversità che si compongono, per partecipazione, contributi e risonanze, è qualcosa di magico e inestimabile, che diventa patrimonio di ciascuno di noi», ha affermato Fabrizio Starace, direttore del DSM-DP di Modena. «Le persone che hanno un problema, ossia lo presentano a chi se ne prende cura, non sono un problema. “Presentare un problema” significa offrire al sistema di cure e alla comunità una straordinaria opportunità per interrogarsi sul perché quel problema sia sorto. Il manifestarsi di quel problema, che può avvenire da parte dei più vulnerabili e fragili, è comunque espressione di qualcosa che lavora dietro le quinte della comunità intera e dunque riguarda ciascuno di noi. In tal senso, ciascuno nel suo ruolo e ambito operativo, è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità. Solo in questo modo si può attivare un circolo virtuoso che consente, prendendosi cura del disagio del singolo, di promuovere la salute mentale della comunità intera».

Una parola chiave, la stessa di sempre: “dignità”. «Il rispetto della dignità delle persone con disturbi psichici è condizione essenziale perché ciascun cittadino si senta a pieno titolo membro della comunità cui appartiene. “Essere degno di” sembra condizione naturale, fisiologica – ha proseguito Starace – ma non è così per le persone che sono in situazioni di vulnerabilità e marginalizzazione. Parlo delle persone con disturbi psichici ma anche dei migranti, degli anziani, dei detenuti, dei senza dimora. Quelli che qualcuno chiama “lo scarto” della società. Affermando il loro diritto rafforziamo quello di tutti, anche se questo comporta affrontare difficoltà e contraddizioni. Questo è il nostro compito, non solo come operatori della salute mentale. Questo è il compito di una società, di una comunità, che vuole “guarire” se stessa».

Significativo e carico di speranza l’aneddoto raccontato dallo psichiatra Paolo Vistoli, che vede protagonista Cesare Musatti, il decano degli psicanalisti italiani, e anticipa in pieno il senso del concetto di guarigione intesa come “recovery”. Quando gli chiesero «Fino a quando una persona può curarsi?», lui rispose «Finché una persona ha la capacità di amare». Gli domandarono allora «E la capacità di amare fino a quando dura?». Rispose ancora, «Fino alla morte».

Legalizzare, non criminalizzare: a Màt 2015 Benedetto Della Vedova e Franco Corleone
di Anita Eusebi
“Un’implicazione importante e un’efficace politica di riduzione del danno è la legalizzazione di tutte le droghe”, così scrive Don Andrea Gallo nel Cantico dei drogati. E prosegue: “A sentire questo molti tromboni cominciano a sbuffare e in tono scandalizzato si sussurrano l’uno nell’orecchio dell’altro: ‘Ma allora qui si vuole un società di drogati’. Stupidaggini. Legalizzare le droghe vuol dire, prima di tutto, darsi nuove regole”.
Si tratta di un tema chiaramente molto complesso e controverso per le tante e diverse implicazioni di tipo sociale, culturale, medico, legislativo, economico. Un tema che da sempre divide l’opinione pubblica, assumendo toni talvolta anche molto accesi. Eppure, comunque la si pensi al riguardo, l’avvio in generale di una politica pragmatica sulle droghe, soprattutto quelle cosiddette “leggere”, non può che costituire ragionevolmente un segno di maturità civile, culturale nonché democratica di un Paese. Questo il filo conduttore del dibattito, ricco e articolato, di carattere politico-sociale dal titolo Politiche sulle droghe leggere, che si è tenuto a Modena lo scorso ottobre in occasione della Settimana della Salute Mentale.
«Mi sono fatto promotore di un intergruppo parlamentare di lavoro per stilare quest’anno il disegno di legge sulla legalizzazione ad ampio spettro della cannabis. Sono passati anni e anni e le ragioni di un medio, intellettualmente libero, antiproibizionista sono ancora lì, anzi probabilmente sono aumentate; le ragioni invece di chi diceva “la cannabis fa male, non bisogna legalizzarla, bisogna proibirla e stroncare il traffico”, sono abbastanza evaporate. Nel senso che la cannabis resta un consumo di massa, ovunque. Va tenuto presente che è la sostanza più diffusa tra i giovani e ha esempi internazionali di legalizzazione», ha affermato l’On. Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli esteri, ospite dell’edizione 2015 di Màt. «E a questo vanno aggiunti anche segnali importanti, come quello della Direzione Nazionale Antimafia che nella sua ultima relazione ha messo esplicitamente, nero su bianco, una richiesta ai parlamentari di depenalizzazione».

Il testo di legge organico, stilato pescando in parte dai disegni di legge precedenti, prende seriamente in considerazione vari aspetti importanti. «Primo punto, la coltivazione, individuale o associata di tre-cinque piante in casa, con pieno riconoscimento giuridico. Secondo, il mercato. Quindi filiera, produzione, trasformazione, rigorosamente tutto controllato fino alla vendita finale, e relativa tassazione. Terzo punto della legge, la cannabis terapeutica. In Italia, in teoria, è previsto attualmente il diritto dei pazienti alle cure con farmaci a base di cannabis, se prescritti naturalmente dal medico. Ma di fatto è una gincana quasi impossibile», ha spiegato Della Vedova. «Io sono dunque molto fiducioso. Penso cioè che si arriverà presto alla legalizzazione della cannabis, perché la situazione con la cannabis legale è chiaramente migliore che con la cannabis “criminale”, e a cambiare politica anche sul resto delle droghe».
Altro ospite di rilievo al dibattito a Màt 2015 Franco Corleone, fondatore del Forum Droghe e Garante dei Diritti dei detenuti della Regione Toscana, con lunga esperienza in termini di battaglie sul tema. «In Italia, la questione della canapa e della politica delle droghe in generale ha avuto oscillazioni importanti, fasi molto diverse. Occorre innanzitutto non dimenticare la svolta proibizionista e punitiva nel 1990 con la legge Iervolino-Vassalli voluta fortemente da Bettino Craxi e che reputo sia stata un grave errore politico. Poi il referendum nel 1993, poi ancora la Fini-Giovanardi che per otto anni ha imperversato con un modello che è quello dell’ideologia della droga. Senza alcun distinguo fra legali, illegali e composizione stessa delle sostanze, si è fatto tutto un calderone e tutte sono state identificate alla stessa maniera come “la droga”. E quindi punite, che si trattasse di detenzione o di spaccio non faceva differenza, con una pena da sei a vent’anni di carcere. Il che significa, per capirci, una pena superiore alla violenza sessuale e alla rapina aggravata», ha puntualizzato Corleone. «C’è voluta la Corte Costituzionale, nel 2014, per dire che quella legge era stata approvata inserendola in maniera truffaldina in un decreto legge sulle olimpiadi invernali di Torino e per porre quindi il problema del mancato rispetto dei fondamenti della democrazia, di “una violenza contro il parlamento”».

Dunque, siamo tornati ora nella sostanza alla Iervolino-Vassalli del 1990? «Esatto. Tale legge riconosce la differenza delle sostanze fra le cosiddette “leggere” e le cosiddette “pesanti”, ma non è certamente, come dicevo, una situazione soddisfacente. Occorre fare passi avanti», ha commentato Corleone. «Il mito della guerra alla droga nel mondo che ha origini lontane: la demonizzazione della canapa, il proibizionismo, il prevalere della morale sul diritto risalgono a oltre cento anni fa. È una battaglia non solo impossibile, ma anche sbagliata. È un pensiero unico che è stato costruito a vantaggio delle narco-burocrazie che speculano su questo, e niente più. I contadini del Sud America sono stati massacrati, i territori sono stati inquinati… La questione della politica delle droghe non è un problema di sanità e di salute, è un problema di geopolitica. È una questione di politica internazionale».
E ha aggiunto alcuni dati. «Le carceri continuano a essere piene di tossicodipendenti e di persone che violano la legge sulle droghe per detenzione di sostanze stupefacenti. E per cosa entrano in carcere? Nel 49,16 % dei casi, per cannabinoidi (marjuana, hashish, piante). Dal 1990 ad oggi, sapete inoltre quante persone sono state segnalate ai prefetti per essere state colte con una sostanza in mano? Quasi un milione. E di questi l’80% per uno spinello. È questo il senso della guerra alle droghe? La criminalizzazione e la stigmatizzazione di un milione di persone, e di giovani soprattutto? Penso sia necessario uscire da questa persecuzione di massa, occorre senza dubbio un cambio di passo, una nuova politica sulle droghe, a cominciare dalla regolamentazione della cannabis. I fenomeni sociali vanno gestiti con intelligenza e messi in condizione di non creare illegalità. Vanno governati, non criminalizzati. Questa è la scommessa che va fatta, e che può far fare un salto di civiltà e di cultura al nostro Paese».

Un’impresa auspicabile. Certo non semplice, soprattutto quando a priori bisogna confrontarsi con leggende metropolitane da sfatare, ci si muove tra mille grandi contraddizioni e si finisce per correre dietro a inutili fantasmi. Molto interessante al riguardo l’intervento provocatorio dello psichiatra Ugo Zamburru, responsabile nazionale Arci delle politiche di welfare e tra i fondatori del Caffè Basaglia di Torino, che ha richiamato l’attenzione su altro tipo di complessità e contraddizioni, in particolare la tendenza recente e diffusa a correggere e psichiatrizzare comportamenti di bambini e adolescenti con trattamenti farmacologici con antidepressivi e anfetamine, considerati “terapeutici”. «A questo punto diventa un po’ difficile, se non perlomeno piuttosto incoerente, somministrare prima anfetamine, a scopo diciamo terapeutico, e criminalizzarli poi se fanno uso di cannabis, no?», ha commentato Zamburru. Ecco, forse una riflessione anche in tal senso non guasterebbe.
Di contenzione, psicofarmaci e (auto)goal: le contraddizioni della psichiatria
di Anita Eusebi
La dichiarazione contro la tortura, firmata dalle Nazioni Unite nel 1975, dà la seguente definizione: «Per tortura si intende ogni atto mediante il quale siano inflitti intenzionalmente a una persona dolore o sofferenze gravi, sia fisici sia mentali, allo scopo di ottenere da essa informazioni o una confessione, di punirla per un atto che essa o un’altra persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, per intimidirla o sottoporla a coercizione, o intimidire o sottoporre a coercizione un’altra persona». “Legare i pazienti al letto, nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura e nelle case di cura o di riposo, risponde ai criteri della punizione e dell’intimidazione”, così scrive lo psichiatra Piero Cipriano nel libro La fabbrica della cura mentale.
Ospite di Màt 2015 lo scorso 19 ottobre per la presentazione del suo nuovo libro Il manicomio chimico, Cipriano torna a richiamare l’attenzione sui temi della contenzione meccanica e chimica nell’ambito della salute mentale. «La psichiatria da due secoli a questa parte, da quando è nata con Pinel, ha svolto prevalentemente il ruolo del carceriere», ha spiegato Cipriano. «Negli ultimi decenni la contenzione è divenuta apparentemente meno carceraria e più “scientifica”, caratterizzata cioè dalla diade diagnosi-psicofarmaco. Ma non per questo meno preoccupante. Le pratiche di contenzione meccanica, che costituiscono la forma più brutale di contenzione, non sono comunque sparite. Passano piuttosto sotto silenzio. Di per sé sono illegali, non è previsto da nessuna parte che si possano fare, ma si mettono in atto ovunque, sia nei luoghi della psichiatria come gli Spdc, sia negli altri reparti degli ospedali, sia nelle case di cura o negli ospizi».

“Contenere” non ha un’accezione necessariamente negativa, ha un suono quasi dolce e sfumature varie di significato, fa pensare all’abbraccio materno che contiene il bambino per proteggerlo dai pericoli di cui non si rende conto, agli argini di un fiume che contengono la piena e proteggono coltivazioni e case. Contenere, nel senso positivo del termine, significa mettersi in gioco nella relazione, apre a un circolo virtuoso. “Legare” è diverso, rende chiara l’idea della violenza e ci riporta alla realtà. Perché è questo che si fa ancora oggi spesso in psichiatria, con le fasce e con l’abuso di psicofarmaci. «Non esiste il medico astratto, così come non esiste il paziente astratto. Ogni caso è a sé. Ma ci sono mille modi ed espedienti per evitare almeno la contenzione meccanica – ha precisato Cipriano –, c’è la contenzione ambientale, in uno spazio chiuso ma il più possibile accogliente; quella chimica, di cui si può fare un uso sapiente; o fisica, intendo il “tenere” una persona come si fa coi figli, e ancora quella relazionale, che è la forma più auspicabile di contenzione, è il porsi in maniera empatica con la persona con disagio».
Tema centrale del nuovo libro è la “psichiatria chimica”, il manicomio “astratto e invisibile che recluta i sani” attraverso il trattamento farmacologico a cui si ricorre oggi con superficialità e avventatezza per ogni minimo malessere. Un tempo l’oggetto di studio principale della psichiatria era la schizofrenia, oggi sembra esserlo la depressione: tra una revisione e l’altra dei manuali diagnostici di riferimento e il lancio sul mercato dei “nuovi cosmetici”, emozioni e stati d’animo legati ai fatti della vita di ognuno come la paura, l’ansia, la rabbia, la timidezza, la disattenzione, vengono ormai riconosciuti come patologie da curare. Con i farmaci.
«Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi circa 400 milioni di persone soffrono di depressione, 21 milioni di schizofrenia. Tra l’altro, non si sa che cosa sia la depressione, non vi è cioè una definizione univoca e riconosciuta scientificamente valida. Si potrebbe dire che “la depressione è quella cosa che si cura con gli antidepressivi”, ma questa è una tautologia e porta poco lontano. La mia ipotesi è che tale pseudo-pandemia di disturbi affettivi e dell’umore sia molto iatrogena – ha commentato Cipriano – e sia stata determinata via via negli anni proprio dai manuali diagnostici e dal fatto stesso che le persone, diagnosticate appunto depresse, assumono come fosse niente ansiolitici e antidepressivi per tutta la vita».
In Lutto e Melanconia, Freud scrive: “È assai rimarchevole il fatto che nonostante il lutto implichi gravi scostamenti rispetto al modo normale di atteggiarsi di fronte alla vita, non ci passa mai per la mente di considerarlo uno stato patologico e di affidare il soggetto che ne è afflitto al trattamento del medico. Confidiamo che il lutto verrà superato dopo un certo periodo di tempo e riteniamo inopportuna o addirittura dannosa qualsiasi interferenza”. Oggi anche il dolore del lutto è depressione? «La tristezza conseguente alla perdita di una persona cara nel DSM III veniva riconosciuta “normale” per un anno, altrimenti era depressione; nel DSM IV si parlava di massimo due mesi; nel DSM 5, massimo due settimane. Nel futuro DSM 6, la soglia massima sarà di due giorni? È chiaro allora da dove vengono fuori 400 milioni di depressi, su 7 miliardi di persone quanti siamo nel mondo. Ci sono oggi vere e proprie epidemie di disturbi che un tempo non c’erano, non perché siamo diventati più bravi a individuarle e a diagnosticarle, ma perché si coglie quello che in realtà non si dovrebbe cogliere», queste le riflessioni critiche di Cipriano.
«È come se al prossimo mondiale di calcio allargassero le porte di 5 centimetri, fra due mondiali di altri 5, e così via. Accade allora che fra tre o quattro mondiali le partite cominceranno a finire 20 a 5, 18 a 11 e così via, e tutti saranno lì a chiedersi “Ma che succede? I portieri non sono più bravi? Gli attaccanti sono diventati più forti?”. No, è solo che hanno allargato le porte e si fa goal più facilmente. Ed è quello che sta accadendo con i manuali diagnostici: gli psichiatri fanno diagnosi oggi che decenni fa non avrebbero fatto». Il punto è allora: perché si è deciso di allargare le porte? «Direi che il fatto che la metà degli psichiatri che hanno revisionato le successive versioni dei manuali avessero rapporti economici con le case farmaceutiche, e in particolare tutti quelli che hanno riscritto le parti sui disturbi dell’umore, possa bastare come risposta».

Di certo, investire di un significato patologico condizioni di disagio tra le più comuni del vivere quotidiano non può che portare a una moltiplicazione delle categorie diagnostiche e a una sovra-medicalizzazione, incapace di distinguere i cosiddetti “falsi positivi”. Senza considerare poi tutte quelle forme che vanno incontro a remissione spontanea e/o grazie a un appropriato sostegno psicologico. Ma quanto si è disposti a investire in relazioni terapeutiche oltre che in pastiglie?
[copyright foto Anita Eusebi]
Màt 2015: ripensare le pratiche in chiave di recovery
di Anita Eusebi
“Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita. Se vogliamo sapere qualcosa di un uomo, chiediamo: “Qual è la sua storia, la sua storia vera, intima?” poiché ciascuno di noi è una biografia, una storia. […] Per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi, possedere, se necessario ri-possedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo ripetere noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il dramma interiore, il racconto di noi stessi”. Così scrive Oliver Sacks in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, quando racconta la storia del signor Thompson. Analoghe riflessioni sono state il filo conduttore del convegno Recovery: una sfida possibile che si è tenuto lo scorso 19 ottobre nell’ambito di Màt 2015 a Modena.
Tra gli ospiti, Antonio Maone, psichiatra del Dipartimento di salute mentale Asl Roma/A, è intervenuto introducendo abilmente ai nuovi paradigmi della salute mentale. «L’esperienza prolungata della malattia mentale produce “un’erosione del senso di sé”. Ed è questo un concetto saturo di significati. È cioè come se la malattia avesse un doppio, come diceva lo stesso Franco Basaglia. Noi ne vediamo solo l’aspetto esteriore, ma il vero bisogno – da cui nasce la malattia – è dietro. Come se, nel caso di una riabilitazione motoria di un arto che ha subito una rottura, noi curassimo i muscoli, e dimenticassimo che il danno sta nelle ossa. Per non parlare dello stigma interno che gradualmente si sviluppa e con il quale noi professionisti facilmente colludiamo: pensiamo che per quella persona non c’è niente da fare, allora la persona se ne convince e noi con lei», ha affermato Maone. «Questo tipo di danno erode chiaramente il senso di sé dell’autoefficacia, che è la “conditio sine qua non” dell’autodeterminazione. E la motivazione noi la recuperiamo solo restituendo strumenti opportuni e reali, con i quali le persone possono fare quello che desiderano. Se non riusciamo prima di tutto a riattivare la motivazione, allora le tecniche, anche le più aggiornate e raffinate in campo riabilitativo, rischiano di perdere senso ed efficacia».
L’importanza dell’esperienza personale, del metterla in gioco, come aspetto centrale del percorso riabilitativo, è stata sottolineata a Màt 2015 anche da Roberto Mezzina, Direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste: «Il termine recovery non significa necessariamente guarigione clinica, bensì enfatizza il viaggio compiuto da ciascuno nel ri-costruirsi una vita al di là della malattia. È presa di coscienza di sé e dei propri problemi, ma soprattutto dei propri obiettivi di esistenza».
Ma come ripensare le pratiche della salute mentale in chiave di recovery? «Questo è il punto essenziale», ha affermato lo psichiatra Giuseppe Tibaldi, altro ospite del convegno, responsabile del Centro di salute mentale di Barriera di Milano e coordinatore scientifico del Centro studi e ricerche in psichiatria di Torino. «Soprattutto quando il principio che riceviamo nei nostri percorsi formativi universitari è un principio di inguaribilità. Scientificamente infondato, è tra i principali ostacoli nei percorsi positivi perché, nel momento in cui si comunica per esempio a una persona che dovrà prendere i farmaci per tutta la vita, si manda un messaggio di inguaribilità. Ed è un messaggio che non è legittimo. Dobbiamo assolutamente ripensare il nostro modo di usare gli psicofarmaci, per il principio generale che il farmaco, da solo, non è sufficiente. E riporto posizioni molto critiche rispetto ai farmaci non perché io non li prescriva nel mio lavoro quotidiano, li uso tutti i giorni, ma li uso nella consapevolezza dei loro limiti, della loro parzialità».

“La guarigione non implica che il danno prodotto dalla ferita esistenziale non sia mai esistito, ma significa che quel danno non controlla più la nostra esistenza”, recitava una delle slide proiettate da Tibaldi. «Credo che questo sia un elemento chiave dei percorsi positivi. In altre parole, so che rimangono residui di sofferenza, ma so che non controllano più l’esistenza. C’è una sorta di rovesciamento degli equilibri interni che possiamo tradurre con il termine di “empowerment”: il nucleo psicotico di sofferenza perde potere, come una dittatura che è destinata a cadere, a cedere alle forze interne di resistenza e di opposizione. Noi professionisti dobbiamo credere che tali forze di opposizione vadano sostenute e favorite perché riprendano il controllo della persona con disagio psichico. Continuando nella metafora, penso che un professionista non possa allearsi col dittatore, non possiamo dire a una persona “rassegnati, la psicosi ti resterà addosso per il resto della tua vita”, sarebbe come dire “tieniti la dittatura che siamo tranquilli tutti e due”. Penso che, anche quando le cose non sembrano andare bene, vada fatto ogni sforzo possibile per sostenere la coalizione interna che può rovesciare la dittatura», ha ribadito Tibaldi. «Ritengo dunque che sia nostro compito ascoltare le storie di coloro che hanno attraversato questa esperienza ed entrare in una zona di relazione. Non possiamo far altro che discutere con loro, incontrare il loro punto di vista, in una sfida quotidiana verso una psichiatria post-paternalistica. Noi non siamo i migliori interpreti e rappresentanti dei bisogni dei nostri pazienti, dobbiamo costruire un’alleanza con loro che non sia asimmetrica, come invece di solito accade nei servizi. È questo quello che ci chiedono i “sopravvissuti” più consapevoli. Per questo dobbiamo ripensare l’uso del farmaco, soprattutto alla luce del fatto che lo psicofarmaco uccide la curiosità, sia del paziente che del professionista. C’è un rischio fortissimo che si dorma entrambi, si perda cioè la curiosità di capire perché si è avuta l’esperienza psicotica. Come sono solite dire le associazioni di uditori di voci, “non chiedetemi niente sui miei sintomi, chiedetemi che cosa mi è successo nella vita”. Questa è la domanda essenziale. L’unica domanda legittima che un professionista può fare».
Perché, come scrive ancora Oliver Sacks, “l’uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua dignità, il suo sé”. Per non sentirsi più visto come una persona malata, come un “diverso”, stigmatizzato dalla società e da se stesso.