Sguardi laterali di un inguaribile pessimista romantico: Gianluca Nicoletti a Màt 2015
di Anita Eusebi
In un articolo del 1943 lo psichiatra Leo Kanner parlava per la prima volta di autismo, sulla scia degli studi di Eugene Bleuler sulla schizofrenia. Da allora ne è stata fatta di strada. Da un lato, le diverse classificazioni nelle varie edizioni del DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), nella difficoltà di fornire, per la varietà e la complessità delle sintomatologie, una definizione clinica per quanto possibile chiara e unitaria di tale disturbo neuro-psichiatrico. Dall’altro, i clamori mediatici e le truffe sul dolore, le presunte epidemie, le diete “miracolose”, la teoria delle madri “frigorifero” di Bettelheim, le iniezioni di staminali, la bufala del legame con i vaccini smentito a gran voce dall’intera comunità scientifica.
«Per molto tempo si è pensato erroneamente che la responsabilità fosse delle madri. Una reale consapevolezza sull’autismo è emersa via via in questi anni grazie alla forza delle famiglie e dell’associazionismo. Le famiglie si son dovute organizzare anche contro le stesse istituzioni sanitarie. Nel 1943 appare per la prima volta nella storia della neuropsichiatria infantile il quadro dell’autismo con Kanner, nel ’44 con Asperger. Nel 1980 per la prima volta gli psichiatri statunitensi dichiarano che l’autismo è “una disabilità”, e non c’entra niente con la psichiatria e la malattia mentale. In Europa dobbiamo aspettare il 1994, e nello specifico in Italia il 1997, per trovare nei testi di riferimento questa banale affermazione». Queste le parole dello psichiatra Franco Nardocci, già presidente della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, in apertura della presentazione del libro Alla fine qualcosa ci inventeremo del giornalista Gianluca Nicoletti lo scorso 17 ottobre a Màt 2015.

Cosa è avvenuto poi in Italia? «Nessuna società scientifica ha mai preso seriamente in mano la situazione. Il primo documento ministeriale è del 2008 – ha proseguito Nardocci –, le prime linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità sono del 2012, la legge sull’autismo è ancora più recente. Per autismo si era sempre soliti poi intendere l’autismo infantile e basta. Quando arrivavano alla maggiore età o diventavano schizofrenici o psicotici o venivano di fatto cancellati. La questione degli adulti è veramente complicata. Per esempio, in un rilevamento del 2002 nella Regione Emilia-Romagna, è stato chiesto ai dipartimenti di salute mentale e alle neuropsichiatrie infantili “quanti ragazzi con autismo conoscete che hanno avuto un inserimento lavorativo?”. La risposta è stata “neanche uno”. Questa è un po’ la storia. Una storia che racconta di enormi difficoltà».
“Che ne sarà di mio figlio autistico quando non sarò più al suo fianco”, questo il sottotitolo del libro Alla fine qualcosa ci inventeremo di Nicoletti. In una breve frase il senso di profondo smarrimento di un padre, seppur sempre pronto a sdrammatizzare con ironia e grande forza d’animo. «Mi disse la psichiatra allora, “ci sono degli istituti, lo porti lì suo figlio poi il sabato o la domenica lo va a prendere e se lo porta a casa”. Mi sono sentito raggelare», ha raccontato Nicoletti. «Inventarmi qualcosa, dopo aver tanto cercato in questi anni, mi sembra tuttora al momento, a quasi un anno dalla pubblicazione di questo libro, l’unica soluzione. Ogni volta che incontro i miei colleghi di avventura, quelli che non si sono persi per strada, che non si sono lasciati prendere dallo sconforto, che non hanno ceduto alle chimere del fanta-autismo, continuano a dirmi “dobbiamo inventarci qualcosa”».

Da dove nasce questo enorme disorientamento delle famiglie? «La cosa grave è che c’è una grande presa in giro su questo tema. Sarebbe ora che la comunità scientifica prendesse ufficialmente le distanze da certe cose e desse delle linee guida serie, precise, cominciando a dire con chiarezza chi sono i buoni e chi i cattivi. Molti genitori vivono ancora situazioni disperate – ha spiegato Nicoletti –, spesso vittime del malaffare che si gioca sulla pelle dei nostri figli. Ci sono mamme che ancora perdono tempo a far terapie familiari con la musicoterapia, a ragionare sull’empatia. La situazione è veramente difficile e complicata. I nostri figli vanno trattati seriamente, è pazzesco pensare che possano finire in mano a persone non competenti. Ci sono medici che per curare l’autismo prescrivono approcci creativi totalmente inutili, o peggio dannosi, come diete disintossicanti o ricette magiche di sette segrete. Altri santoni vengono a dirci che dobbiamo essere felici e contenti di avere figli autistici perché sono una sorta di entità superiori, “figli delle stelle”, maestri mandati su questa terra a salvarci e a prepararci al mondo futuro che verrà. O ancora, c’è chi crede che i vaccini siano la causa dell’autismo, o chi tempo fa pensava di affidare i propri figli a Vannoni e di curare l’autismo con le staminali. Lo sapete che c’era una transumanza verso i paesi dell’Est dove i ragazzini autistici venivano portati a fare terapie con dei siringoni non si sa bene di cosa? Ci sono genitori che si sono venduti la casa per fare questo».
Parole preziose e amare, che si commentano da sole. Come non bastasse già il quotidiano con cui una famiglia con un figlio autistico è costretta a fare i conti. «La gestione quotidiana di un figlio autistico è qualcosa di massacrante, ti assorbe completamente, ti disintegra ogni assetto familiare. La tua stessa voglia di vivere. Ti disintegra ogni cosa tu abbia costruito prima, rapporti amicali, professionali. Tutto quello che mi piaceva fare, ogni cosa appare sempre più sfuocata fino a diventare irraggiungibile, perché tutto il mio tempo io lo dedico a lui, e alla causa», ha affermato Nicoletti. «D’altro canto, man mano che frequenti autistici perdi socialità, ti rendi conto di quanta sovrastruttura sia aggravata la nostra felicità, in nome certo di una civilizzazione che non rinnego ma benedico, che fa sì che i nostri figli non vengano bruciati in piazza o usati per fare esperimenti come accadeva fino al 1945 in Germania, dove per legge i disabili che nascevano venivano subito portati via e soppressi o usati appunto per esperimenti. L’olocausto degli ebrei è stato sperimentato sui disabili e sui malati mentali, lo sapete benissimo. Poi dicono che hanno fatto studi importanti in quegli anni, beh grazie, usavano gli esseri umani come cavie, altro che i topolini…».

Cosa faranno Tommy e i suoi amici finiti gli anni della scuola? «La cosa terribile è che i nostri figli crescono in fretta e c’è posto per tutti nel mondo del lavoro, anche per gli infami, per i ladri, ma per gli autistici no. Io lo so che mio figlio non sarà mai per esempio un ingegnere – ha puntualizzato Nicoletti –, ma ci sono comunque cose che lui può essere in grado di fare. Non posso pensare che nei prossimi anni Tommy si ritrovi ad andare in un centro diurno a infilare le perline o a fare le formine con la creta. Quella è l’anticamera del manicomio. E quando poi sarà troppo grande anche per stare lì? Dove finirà? A parte i tre o quattro centri della speranza in Italia per autistici dove beato chi ci sta, non ci sono altre soluzioni. Questo problema se lo pone qualunque genitore di autistico. E come qualunque altro ragazzo, anche mio figlio entrerà nel cono d’ombra che avvolge il suo futuro».
Eppure c’è una bella luce negli occhi di Nicoletti, la speranza e il coraggio non cedono un attimo il passo allo sfinimento. «Il mio sogno resta quello di un luogo idoneo per i nostri figli. Un luogo che non deve sembrare né un convento né un refettorio dei preti, né una galera, né un manicomio né l’anticamera di un ambulatorio. Un luogo dove dia piacere starci. Quello che fa l’Associazione Aut Aut Modena Onlus di Erika Coppelli, con Silvia Panini e molti altri, nel dare sostegno alle famiglie è fantastico. Con un team di professionisti capaci e formati ad hoc, realizza progetti individualizzati attorno al singolo ragazzo. Un paio di anni fa sembrava ancora un’utopia, un gruppo di mamme che creavano con coraggio una loro casetta. Ma vedere oggi che le istituzioni c’hanno messo il cappello sopra vuol dire che funziona, vuol dire che è un modello da studiare e da esportare, un punto di riferimento, un ambiente che aiuta i nostri ragazzi ad avere una vita dignitosa e felice», ha commentato Nicoletti.

«Nel mio essere inguaribilmente pessimista penso comunque che qualche barlume di speranza ci sia. Per esempio dieci anni fa non sarebbe stato concepibile che dei ragazzi neuro-diversi potessero stare qui, seduti, a un convegno insieme agli altri. Tommy sta qui tranquillo perché ci abbiamo lavorato molto, per lui un sacco di gente che lo guarda è fastidiosissimo. O anche soltanto vi fossero i genitori a portare la loro esperienza come elemento di discussione. Allora non se ne parlava. È vero però che resta con forza il problema della solitudine delle famiglie e dello stigma nella società. Da una recente ricerca risulta che, su oltre tre milioni di minori con problemi psichiatrici, ce ne sono in realtà solo seicentomila che seguono un percorso terapeutico. Uno solo su 5. Perché? Perché la gente ha paura, la gente si vergogna. Per un figlio si fa qualunque cosa, lo si porta da qualunque tipo di specialista perché stia bene, ma se ha un problema della sfera cognitivo-relazionale spesso non si fa niente, è molto difficile che venga portato da un medico. Ti rispondono “ma no, non è autistico, è solo timido, introverso”, perché non si vuole accettare che il proprio figlio possa avere questo tipo di problema. E ribadisco, occorrono strumenti opportuni, raffinati, persone con competenze adeguate e la qualifica giusta, per trattare gli autistici. Da un certo punto in poi la generosità, il buon cuore, le belle intenzioni, lo spirito imprenditoriale, l’intuizione geniale, non bastano più. Ci si deve affidare al pragmatismo, all’evidenza scientifica, per non cadere vittime dei venditori di fumo, e per fuggire dalla tentazione di dare un senso quasi catartico al perché hai avuto questo tipo di problema, del tipo se il Signore te l’ha dato vuol dire che tu questa croce sai portartela sulle spalle, oppure al contrario pensare chissà cosa hai sbagliato nella vita…».
Numerosi gli interventi del pubblico in sala. Tutti hanno confermato un quadro di grande disparità e di difetto culturale pesante. Alcune testimonianze sono state lo specchio drammatico di quello che succede quando per vergogna o incapacità per assenza di strumenti culturali e concreti non si interviene negli anni dell’infanzia. Realtà gravi in cui le famiglie diventano “autistiche al pari dei ragazzi” e più i ragazzi hanno comportamenti ingestibili più “si coprono disperatamente con il farmaco”, come ha denunciato Liana Baroni, presidente dell’Associazione nazionale genitori soggetti autistici (Angsa) di Bologna.

«Non bisogna perdere la speranza, ma l’autistico va affidato a persone seriamente competenti – ha ribadito Carlo Hanau, docente di programmazione e organizzazione dei servizi sociali e sanitari dell’Università di Modena e Reggio Emilia e membro del comitato scientifico dell’Angsa –, è possibile lavorare con risultati anche sugli adulti, non accadono miracoli ma è possibile migliorare di molto comportamenti e situazioni. Ma non basta l’amore, ci vogliono tecniche e abilità».
«Ce ne sono davvero molte di situazioni drammatiche in Italia – ha commentato Nicoletti –, storie di ragazzi chiusi in casa da anni, che sbattono i pugni e la testa contro il muro, con madri eroine, quasi sante, che trattano i propri figli come fossero malati terminali, con la differenza che hanno un’aspettativa di vita di 30-40 anni. Va compreso che chi ha un problema di questo tipo in famiglia ha enormi difficoltà, perde lucidità anche nel relazionarsi con chi potrebbe aiutarlo, è un corto circuito continuo. Ci si ritrova completamente soli. E io purtroppo non ho soluzioni, non sono un esperto di autismo, sono un esperto di mio figlio, sono solo un padre che facendo il giornalista ha scritto dei libri su suo figlio». Libri provocatori, arrabbiati, commoventi e bellissimi.
[foto di Anita Eusebi]
Màt 2015: la missione politica della psichiatria e il ruolo delle “periferie umane”
di Anita Eusebi
«Non è il taglio degli investimenti in tecnologie sanitarie o strutture residenziali quello che può determinare una caduta della qualità. Ma è il taglio dell’unica tecnologia che vale per la salute mentale: la tecnologia umana, rappresentata da operatori competenti, motivati, empatici, che hanno a disposizione una risorsa fondamentale che non è il denaro, ma il tempo, per strutturare una relazione terapeutica con una persona che ci chiede aiuto». Con queste parole Fabrizio Starace, direttore del DSM-DP di Modena, ha aperto lo scorso 17 ottobre a Modena l’edizione 2015 di Màt – Settimana della Salute Mentale.
Introducendo ai temi delle lezioni magistrali della cerimonia inaugurale, Starace ha ribadito come tra i principi generali delle politiche di salute mentale rivestano un ruolo fondamentale l’empowerment di utenti e familiari, la partecipazione degli stessi alla vita dei servizi, la lotta all’emarginazione sociale e all’esclusione delle persone con disturbi psichici, l’affermazione di una cultura della ripresa, del recupero, della guaribilità, nella piena consapevolezza di quanto sia significativo il contributo di fattori extra clinici nel determinare decorso ed esiti delle malattie mentali. «Siamo tutti consapevoli che un rinnovamento sia necessario. La questione non è quante risorse, ma come le risorse vengono impegnate. Ed è una questione che non appartiene soltanto ai tecnici, è un’operazione, si direbbe, di politica “alta” – ha precisato Starace – alla quale tutti sono chiamati a partecipare. In modo particolare i diretti interessati, che oggi assumono un ruolo sempre più sfidante e puntuale quali interlocutori sempre più responsabili e consapevoli sul terreno delle pratiche, della valutazione delle stesse, della loro efficacia».
E della missione politica della psichiatria, di come riguardi i determinanti sociali e come l’intervento degli addetti ai lavori debba essere significativo in tal senso, ha parlato Stefan Priebe, ospite di Màt 2015, una figura tra i più influenti docenti e ricercatori nell’ambito della psichiatria sociale della nostra epoca. «Come è ben noto, tra i principali fattori che contribuiscono a una cattiva salute mentale troviamo le esperienze traumatiche durante gli anni dell’infanzia, la disoccupazione, la povertà, uno scarso livello di istruzione, le disuguaglianze sociali e le conseguenti condizioni di isolamento, per non parlare della guerra, delle persecuzioni, delle torture. Di qui la necessità – ha affermato Priebe – di iniziative concrete che mettano in “pratica” l’evidenza “teorica” della psichiatria».

Che cosa si dovrebbe fare? «Ovviamente, per ottenere miglioramenti sostanziali in materia di salute mentale pubblica, c’è bisogno di cambiare la società e mettere in atto tutti quei fattori che promuovono la salute mentale. La società deve cioè garantire condizioni positive e sicure negli anni delicati dell’infanzia, occorre assicurare la pace all’interno e tra le nazioni, sradicare la povertà, garantire una buona istruzione per tutti, promuovere la coesione sociale, lottare per la piena occupazione e contro le disuguaglianze sociali nella direzione di un gradiente sociale più equilibrato». Parole belle e importanti, ma come si può arrivare a tutto ciò in concreto? «Ci sono metodi individuali e sociali. Cambiare le regole e i processi all’interno della società è chiaramente innanzitutto un compito politico», ha ribadito Priebe. «Sono i politici a prendere decisioni sulle attività militari, le spese per l’istruzione, la previdenza sociale, il mondo del lavoro. Ma i politici non sono esperti di salute mentale: dovremmo allora forse limitarci a fornire loro la nostra visione di esperti e basta? Questo è quello che sembra essere stato l’atteggiamento dominante nel corso degli ultimi decenni. Ecco, io penso che tale astensione da una partecipazione politica attiva sia stata un grave errore, sia per le persone con disturbi mentali sia per i professionisti del settore».
Priebe ha parlato dunque dell’impegno politico come di un imperativo morale a livello locale, nazionale e internazionale, sottolineando in particolare due aspetti alla missione politica della psichiatria. Ha ricordato, in primo luogo, come storicamente, quando la psichiatria e la società si sono aperte a un importante interesse reciproco, siano avvenute grandi riforme nell’ambito di salute mentale e con ampio sostegno pubblico, con chiaro riferimento alla rivoluzione basagliana e all’approvazione in Italia nel 1978 della legge 180. Quindi ha puntualizzato, in secondo luogo, come l’impegno politico risulti essenziale per una società partecipativa e per una salute mentale di comunità, salutandoci con un interrogativo saggio e provocatorio: «Che credibilità possiamo avere come professionisti e quale rilevanza sociale, se ci preoccupiamo di pubblicare studi teorici in riviste scientifiche, ma non ci interessa l’azione politica necessaria per l’attuazione pratica di tali studi? La missione politica, non soltanto la scienza in sé, ha creato i progressi di cui oggi disponiamo».
Sulla scia dell’intervento di Priebe, si sono collocate le argomentazioni di Angelo Barbato dell’Istituto Mario Negri di Milano, altro ospite della cerimonia inaugurale di Màt 2015. Barbato ha discusso in una prospettiva politica e sociologica il tema degli attori sociali del mondo della salute mentale e la partecipazione di questi in particolare ai vari processi decisionali, senza trascurare considerazioni proprie di un punto di vista specificatamente clinico ed epidemiologico.

«Occorre capire in che misura è possibile e al tempo stesso in che misura avviene realmente la partecipazione dei vari attori sociali alle decisioni nel campo della salute mentale, tenendo conto degli aspetti e degli effetti talvolta controversi di questa. E affrontando il tema in un’ottica il più possibile scevra da ogni retorica», ha commentato Barbato. «Noi parliamo di attori sociali e della loro partecipazione, ma si tratta innanzitutto di aspetti valoriali ed etici... Ci chiediamo innanzitutto: a che livello può avvenire questa loro partecipazione? I livelli sono certamente tanti, a cominciare dal contributo che la persona con disagio psichico può apportare nel dialogo contrattuale con lo psichiatra nel decidere insieme l’aspetto terapeutico, il suo stesso percorso di cura e di trattamento individuale. Accanto alle istituzioni rappresentative e politiche, si rivela fondamentale infatti la partecipazione dei portatori di interessi, ossia di familiari e utenti, sul piano dei processi decisionali, all’interno delle proprie reti sociali, formali e informali».
In altri termini, le fasce al tempo stesso marginali e protagoniste del mondo della salute mentale sono cioè chiamate, pur tra mille difficoltà e contraddizioni, a prendere parte ai meccanismi politici e a far sentire la propria voce.
«Da alcuni decenni le politiche del nostro Paese sono centrate fondamentalmente sul ceto medio. Le periferie umane e urbane non fanno parte delle politiche che vengono messe in campo. E allora inevitabilmente la sensazione è quella di una sorta di delega in bianco delle responsabilità pubbliche – che, badate bene, non è sussidarietà ma è sostituzione – a soggetti di Terzo Settore. Ai cosiddetti “buoni”, ossia coloro che non lo fanno per utilità in quanto organizzazioni del No Profit». Queste le parole Pietro Barbieri, ospite di Màt 2015 e Presidente del Forum Nazionale Terzo Settore. Parole di grande peso e significato.

«Accade allora che nelle periferie umane di questo Paese i “buoni” non sono i soggetti più forti, ma sono anzi quelli più deboli e fragili – ha proseguito Barbieri – e tutto questo lascia sul terreno solo l’idea che ci sia una mano d’opera a basso costo e motivata da poter utilizzare. Questa è la deriva di fronte alla quale ci si trova quando le politiche non tengono in considerazione lo “scarto umano”, le persone discriminate». Cosa fare allora? «C’è bisogno chiaramente di una politica diversa, che è oggettivamente andata persa. Le politiche di welfare devono assumere un’altra direzione, tornare a costruire realmente processi di partecipazione, ed è necessaria in tal senso una mobilitazione dell’intero sistema. Si continua nella penalizzazione di tutto quello che è quel mondo altro, il mondo del “diverso”. Io sento con estrema difficoltà questa stagione. Una stagione tra l’altro nella quale la crisi lascia ulteriori danni. Ulteriori forme di povertà. Ulteriori forme di disagio sociale. Abbiamo necessità di costruire o ricostruire processi di aggregrazione e di dialogo con la cittadinanza. Non è più l’epoca di Franco Basaglia, non è più l’epoca in cui la comunità si mobilita in maniera attiva: occorre uscire da questa marginalità in cui oggettivamente siamo finiti e costruire nuove opportunità». Riflessioni pienamente condivisibili e ben in sintonia con la parola chiave dell’edizione 2015 di Màt: dignità.
[le foto sono di Anita Eusebi, le riprese video di Maurizio Bergianti]
Le avvincenti Radiocronache di Radio Liberamente #8
di Radio Liberamente
"Per molti potrebbe essere un tema sconosciuto, citiamo un brevissimo abstract dell’articolo di Luca Negrono uscito sul tema, nell'ultimo numero di “Fuori come va?”, la nostra rubrica sulla gazzetta di Modena.
“La contenzione meccanica viene eseguita con cinghie, fascette, spondine e bracciali di immobilizzazione. Fornire una rappresentazione della diffusione del fenomeno nei contesti di “presa in carico” assistenziale, sociale o sanitaria è impossibile: non esiste alcun programma scientifico rivolto alla sua rilevazione sul territorio nazionale.
L'abitudine alla contenzione vive in molti contesti: oltre ai servizi psichiatrici (ove peraltro si interviene per ridurla), la pratica può interessare ambiti genericamente restrittivi come i reparti carcerari, i centri di identificazione ed espulsione, i centri d'accoglienza per i richiedenti asilo, le strutture protette per minori, le case-famiglia per madri sole, gli ospedali psichiatrici giudiziari, le case di riposo per anziani, le strutture protette per i senza fissa dimora, le residenze socioassistenziali e sanitarie a trattamento prolungato e molteplici altri reparti ospedalieri.”
Tornando a ieri, il nostro direttore Fabrizio Starace ha spiegato ciò che ha spinto all’organizzazione di un pomeriggio di confronto su queste pratiche: le garanzie dei diritti cui devono avere certezza tutti i cittadini.
Giandomenico Dodaro, giurista, ha posto particolare attenzione sulle forme di contenzione meccanica, che più sollevano riserve dal punto di vista etico e giuridico: il consiglio nazionale per la bioetica afferma che non ci sono scusanti per la violazione dell’autonomia della persona: l’uso della forza e la contenzione rappresentano in sé una violazione dei diritti fondamentali della persona. Se ne deduce un chiaro collegamento fra il diritto all'autonomia della persona e il diritto a ricevere cure appropriate. Per meglio dire, il diritto all'autonomia diventa il volano di un intervento terapeutico valido ed efficace.
Molto forte anche l’intervento di Giovanna del Giudice, psichiatra, che inizia citando casi di morte come quello del Prof. Matrogiovanni, morto dopo 48 ore di contenzione. “Si è usciti dai recinti degli specialisti e le morti di questi uomini sono diventati di dominio pubblico, se ne è parlato. Ed ha evidenziato quanto restituire alla cittadinanza un potere di interlocuzione su questi temi sia fondamentale: si cambia quando il cambiamento è richiesto dalla comunità.” “A me piace parlare di legare l’altro, per non nascondere la sopraffazione: cosa sono uomo/donna legati se non la riduzione a corpo domato con espropriazione di soggettività all'altro?” continua “Dobbiamo liberarci dalla contenzione per liberarci noi, perché la contenzione rende anche noi persone che non hanno valore, rende inefficace il nostro essere terapeutici. Dobbiamo uscirne sia per liberarci che per liberare.”
Luca Negrogno, sociologo, ci riporta sulla dimensione sociale che hanno atti come la contenzione, in quanto ha svolto attività di ricerca in salute mentale, collaborando in modo particolare con l’associazionismo di utenti e familiari. Luca evidenzia che non esiste un programma scientifico nazionale dedicato alla rilevazione del fenomeno e dunque è difficile capirne l’entità. Ma è necessario tenere presente che la struttura dell’offerta di un servizio in un territorio va a determinare le modalità con cui si manifesteranno le storie di malattia: la struttura dei servizi determina il modo in cui si manifestano i bisogni dei cittadini. Come dall'altro lato, i fattori che incidono sulla possibilità di finire contenuti sono relativi a questioni di ordine sociale ed economico, la scarsa contrattualità delle persone, forme pregresse di marginalità.
Vito D’Anza, psichatra, portavoce del forum Salute Mentale, ci riporta alla metodologia di lavoro dei servizi: servizi aperti più ore, più vicini alla persona, più disponibili ed accoglienti abbassano notevolmente le probabilità che una persona arrivi al servizio stravolta. Centri di salute mentale e diagnosi cura devono lavorare in stretta sinergia per prevenire situazioni difficili.
Ciò che è rimasto a noi di Radio Liberamente?
Bè come solito continueremo a dar voce anche a storie difficili, perché conoscere per nome chi queste esperienze le ha vissute, cambia molte prospettive. Il fatto che in situazioni del tutto eccezionali i sanitari possano ricorrere a giustificazioni per applicare la contenzione non toglie forza alla regola della non- contenzione e non modifica i fondamenti del discorso etico.
(Modena, 23 Ottobre 2015)
Le avvincenti Radiocronache di Radio Liberamente #7
di Radio Liberamente
Si è tenuto ieri mattina in una Sala degli Ulivi gremita il corso di formazione per giornalisti:
"Media e salute mentale: come i mass media contribuiscono all'immagine sociale della malattia mentale".

Se le basi di questa cooperazione erano già state gettate nel 2011 quando nacque un progetto di formazione e collaborazione tra i giornalisti locali ed il mondo della salute mentale, da cui sorse un'osservatorio permanente, “termometro” dello stigma che può darci informazioni utili sull’ andamento del fenomeno sulla carta stampata modenese; + è importante proseguire in questa direzione.
Secondo Angelo Bagni, Presidente dell'Associazione Idee in circolo, lo scopo di questo lavoro, oltre a monitorare come la Salute Mentale viene trattata dalla carta stampata, è quello di promuovere termini alternativi a quelli che più ci offendono come raptus, follia omicida, .... ed al contempo lottare contro lo stigma che alcuni termini veicolano. Tutto ovviamente costruito sulla base di un rapporto di collaborazione e fiducia.
il percorso fatto a Modena è stato occasione di scambio: noi siamo entrati nelle redazioni, i giornalisti, dal canto loro, hanno visitato i luoghi della salute mentale e costruito con familiari utenti ed operatori una formazione congiunta su come si possa parlare meglio di salute mentale. Da questo scambio nel 2012 è nato il quaderno de "Le parole della Salute Mentale" una piccola guida ai corretti termini della Salute Mentale.
potete scaricarla da qui:

Dall'analisi riportata da Angelo Bagni, il termine Utente negli anni è passato dal 7% al 23% a discapito di termini come internato o malato mentale; anche se espressioni come follia o raptus omicida si leggono ancora spesso. Se da un lato ciò è concausa di avvocati che tentano di appellarsi al vizio di mente, "sui giornali, specie quelli nazionali, si parla in maniera impropria di salute mentale accostandola semplicemente ai fatti di cronaca - afferma la giornalista del corriere della sera Margherita De Bac - e la psichiatria dovrebbe mettere un filtro maggiore, senza permettere a sedicenti professionisti di rilasciare dichiarazioni imprecise o affrettate solo per finire su TV o giornali."
Secondo Enrico Grazioli, Direttore della Gazzetta di Modena, usare terminologie improprie non solo aumenta il dolore di chi leggerà quell'articolo condividendone la patologia ma continuerà ad alimentare pregiudizi, idee e convinzioni molto banalizzanti e improprie che spesso associano problematiche di salute mentale alla pericolosità: forse è una vera e propria azione di rimozione sociale, un inconscio collettivo che cerca di allontanare ciò che lo spaventa. Continua Enrico Grazioli dicendo che, anche se in una redazione giornalistica il tempo è quello che è, bisognerebbe sempre armarsi di "un po' di sana prudenza" prima di scrivere qualunque cosa.
Tramite proprio la Gazzetta di Modena il lavoro congiunto di Insieme a noi, Idee in circolo, Arci Modena, il Dipartimento di Salute Mentale e l'Ufficio Stampa dell' Ausl ha portato nel 2013 alla nascita di "Fuori come va?", che come ci ha illustrato Giorgio Casillo, volontario dell'Associazione Insieme a Noi, è una pagina ad uscita variabile che si pone l'obbiettivo di promuovere storie di guarigione e l'idea che la salute mentale è cosa che riguarda tutti noi, è una questione di benessere collettivo e comunitario.
"Se un giornale riesce a contribuire ad abbattere questo piccolo grande muro fa una roba da Màt" prosegue Grazioli "l'utilizzo di un linguaggio diverso e di una sensibilità diversa è stato qualcosa che ha arricchito il nostro quotidiano. Sogno di qualcuno che descriva con occhi diversi una situazione comune come quella del traffico all'ora di punta, chissà cosa ne uscirebbe".
Interviene anche Carla Chiappini, membro del Consiglio Territoriale di Disciplina, "le associazioni devono imparare ad essere più combattive, al momento in tutta Italia esistono zero esposti a tutela d'infrazioni verso fatti inerenti alla salute mentale e la Carta di Trieste ha una storia così bella (sembra fosse una lettera scritta dalla madre di un utente ad un giornalista triestino) perché non la fate approvare?"
E mentre si legge negli occhi del nostro Direttore Fabrizio Starace il desiderio di scrivere una carta tutta modenese anche questo appuntamento svolge al termine.
(Modena, 23 Ottobre 2015)
