Essere a sostegno, per davvero, dei più fragili, di Laura Solieri
Essere a sostegno, per davvero, dei più fragili
di Laura Solieri
A 16 anni dalla sua introduzione nel codice civile, la Legge 6/2004 istitutiva della figura dell’Amministratore di Sostegno, che veniva presentata come una forma di tutela giuridica più “leggera” rispetto all’interdizione e all’inabilitazione, è diventata uno strumento attraverso il quale è possibile limitare fortemente la libertà e violare i diritti degli interessati. Sorge quindi spontanea la domanda: chi tutela i diritti degli amministrati? E quali sono gli elementi di crisi degli amministratori di sostegno, oggi? Se ne è parlato a Màt con diversi relatori tra cui Gisella Trincas, presidente Unione nazionale delle associazioni per la Salute Mentale e Giuseppe Tibaldi, direttore dei Servizi Psichiatrici dell’area nord del Dipartimento di Salute mentale di Modena, per riflettere insieme su come migliorare le buone pratiche ed evitare che questo ruolo assuma aspetti di ulteriore menomazione.
Come si è evoluta dal 2004 ad oggi la figura dell'amministratore di sostegno? E’ uno strumento che ha risposto e risponde adeguatamente ai bisogni per cui è nato o le criticità sono di più dei benefici?
I diretti interessati hanno sollevato il quesito sulla differenza che non sempre è percepibile tra la figura dell’amministratore di sostengo che si allinea con il punto di vista dell’amministrato e quella del tutore. Il punto delicato – dice Tibaldi - è che ci sono amministratori di sostegno che si avvicinano molto di più alla figura del tutore che non alla figura dell’amministratore e non c’è uno standard, un criterio oggettivo, che consenta di capire quali sono le condizioni in cui l’amministrato perde la prerogativa di essere sempre soggetto attivo, mettendo in crisi una legge nata proprio per rendere possibile la presenza di una figura che svolga una funzione di supporto al soggetto fragile, senza prendere decisioni autonome.
Come Unasam avevamo accolto positivamente l'approvazione della Legge sull'amministrazione di sostegno – spiega Trincas - Ne abbiamo seguito tutto l'iter parlamentare, sollecitandone l'approvazione perchè si presentava come uno strumento giuridico che poteva evitare l'interdizione delle persone con sofferenza mentale e favorire i processi di emancipazione sostenendole in un percorso di ripresa. Ben presto però si è rivelata un boomerang perchè di fatto ha facilitato una forma strisciante e più agevole di "interdizione" nel momento in cui alle persone viene tolto ogni potere decisionale sulle proprie risorse e sulla propria vita.
Quali sono i maggiori elementi di crisi degli amministratori di sostegno che ravvedete dal vostro osservatorio e cosa si dovrebbe fare per potenziare la tutela dei diritti degli amministrati?
Nella salute mentale i soggetti che attraversano l’esperienza della sofferenza hanno diritto di essere proprietari delle decisioni che li riguardano, elemento qualificante dei percorsi di ripresa e di tutela del profilo di cittadinanza attiva. – spiega Tibaldi - Abbiamo bisogno di un amministratore di sostegno alleato nei percorsi di ripresa e di tutela dei diritti, perché per noi dei servizi è importante che l’utente mantenga questo profilo di cittadino attivo anche quando ha l’amministratore di sostegno. Già dai primi anni di approvazione della Legge 6/2004 si iniziavano a manifestare, nella sua applicazione sul territorio nazionale, situazioni in contrasto con la norma lesive dei diritti delle persone beneficiarie. In particolare si sono andate a costituire Associazioni di Amministratori di Sostegno come se si trattasse di una professione e non di un impegno civile volontaristico e gratuito – prosegue Trincas - Questo ha comportato il pagamento di un "indennizzo" mensile (autorizzata dai Giudici Tutelari) prelevato direttamente dal conto corrente dei beneficiari gestito dagli amministratori di sostegno. Autorizzazioni concesse anche quando i beneficiari erano in possesso della sola pensione di invalidità civile e indennità di accompagnamento, senza che i beneficiari ne venissero informati. Si affidano decine di "incarichi" (fino anche a 60 o 100) ad una stessa persona, generalmente avvocati, commercialisti, operatori, ma anche servizi sociali dei Comuni, come si faceva con le interdizioni di massa! Queste sono solo alcune delle maggiori criticità che abbiamo riscontrato (in contrasto con quanto stabilito dalla norma) e portato a conoscenza della Ministra della Giustizia Cartabia: molti provvedimenti di nomina vengono assunti senza sentire preventivamente i beneficiari; i decreti istitutivi trasferiscono agli amministratori di sostegno la gestione del conto corrente e ogni decisione riguardante i beneficiari senza tener conto del diritto all'autodeterminazione sancito dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità anche psichica. Tanti amministratori di sostegno possono agire in piena libertà (con obbligo di rendicontazione annuale), con mandato ampio, entrando nel merito e nella decisione di qualunque atto riguardante la vita della persona beneficiaria. Viene violato l'art.410 del codice civile secondo il quale "l'amministratore di sostegno deve tempestivamente informare il beneficiario circa gli atti da compiere nonché il Giudice Tutelare in caso di dissenso con il beneficiario stesso";
vengono segnalati casi in cui i beneficiari o i loro familiari non riescono ad interloquire direttamente con i Giudici Tutelari per segnalare comportamenti non conformi alla Legge che violano i diritti umani. Ad amministratori di sostegno viene attribuito anche il compito di autorizzare l'inserimento in Comunità Terapeutica o RSA senza il consenso del beneficiario, o, in tempo di Covid-19, prestare il consenso alla vaccinazione.
L'Unasam ha presentato alla Ministra Cartabia un documento, elaborato in collaborazione col proprio Comitato Scientifico, per l'elaborazione di Linee Guida per la corretta applicazione della Legge 6/2004 in maniera uniforme sull'intero territorio nazionale.
Il Coronavirus ha sollevato tanti quesiti, anche e soprattutto in tema di salute mentale. Quali sono per voi i passi più urgenti da fare per una migliore gestione delle tante criticità emerse?
Occorrono politiche sanitarie e sociali che rimettano al centro dell'interesse pubblico la tutela della salute mentale nel rispetto dei valori e dei principi della Legge 180 e della Legge 833. Interventi finanziari importanti e un approccio culturale che superi il grave arretramento compito in questi ultimi tre decenni, le difformità organizzative, formative e pratiche esistenti nel Paese tra le regioni e all'interno delle stesse. Una verifica puntuale del Parlamento (attraverso una relazione annuale da parte del Ministero della Salute) sul rispetto delle norme italiane e delle Raccomandazioni internazionali. I servizi territoriali di salute mentale devono essere aperti e integrati nella e con la comunità locale. Devono essere attraversati dalle associazioni di volontariato, dei familiari e degli utenti. Devono coprire un bacino di utenza di non oltre 60/80 mila abitanti ed essere capaci di conoscere il territorio in cui operano e intercettarne i bisogni. Gli operatori dei servizi – sostiene in particolare Trincas - devono essere preparati professionalmente per lavorare sui percorsi individuali di ripresa (attraverso la metodologia del budget di salute), devono abbandonare qualunque pratica coercitiva e lesiva dei diritti umani e ricercare costantemente il consenso libero e informato, devono saper dialogare con l'impresa sociale e favorirla. Non devono agire in contrapposizione con le associazioni dei familiari e degli utenti ma ricercare la collaborazione nel rispetto dei diversi compiti istituzionali e delle differenti responsabilità rispettandone l'autonomia. Le nostre Associazioni devono favorire un rapporto di buona alleanza con i servizi di salute e sollecitare un confronto democratico con le istituzioni locali e regionali. Tutta la cittadinanza, attraverso campagne di promozione della salute mentale promosse dalle istituzioni e dalle associazioni dei familiari e degli utenti, deve sapere dove e a chi rivolgersi in caso di necessità e deve poter raggiungere il centro di salute mentale agevolmente. I luoghi della salute mentale devono essere ubicati nei contesti urbani, accoglienti e ospitali.
Speciale MAT Settimana salute mentale - Gazzetta di Modena
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Un inserto speciale della Gazzetta di Modena in occasione di Màt 2021 la settimana della salute mentale
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Nessuno va dimenticato, di Laura Solieri
Quali sono le risorse economiche riservate alla sanità nel Recovery Plan? A cosa sono destinate? Ci sono risorse destinate alla Salute Mentale? Il Recovery Plan è stato approvato in aprile 2021 ed inviato all’Unione Europea. È articolato in vari capitoli ed uno di questi, quello che si occupa di sanità, è denominato Missione Salute. L’intervento per la Missione Salute ammonta a 20,22 miliardi da spendere nel periodo 2021-2026. Certo dopo oltre un anno di emergenza sanitaria, sociale ed economica, il tema centrale per lo sviluppo del SSN è sicuramente quello della Salute Mentale. Occorrono interventi concreti per affrontare gli effetti psicologici sulle persone; a partire da investimenti in prevenzione e cura nelle strutture pubbliche. Ma nel Pnrr (Piano nazionale di Ripresa e Resilienza) non ce n’è traccia. Ne abbiamo parlato con Andrea Morniroli, amministratore della cooperativa sociale Dedalus di Napoli che insieme a Fabrizio Barca, con cui coordina il Forum Disuguaglianze e Diversità, Fabrizio Starace e Norina Dirindin, il 20 ottobre ore 18.30 sarà in diretta sui canali di Màt per l’incontro “Dal recovery fund alla recovery in salute mentale”.
«Il Pnrr nasce da un percorso senza alcun dialogo sociale – esordisce Morniroli - Al di là della bontà di alcuni principi e contenuti, tutte le sue parti sono state definite senza gli attori sociali della salute. Questa è una grave carenza perché in molte altre questioni che riguardano la ripresa post Covid, c’è un sapere orizzontale coinvolto che spesso ha quelle competenze pragmatiche, tarate su quello che già si sta facendo e si può fare, che fa la differenza. Qui non è così: si parla di salute di prossimità che sicuramente è una cosa importante ma poi mancano i riferimenti concreti su cui agire».
Un necessario punto di partenza sarebbe sicuramente ripristinare tutti quei servizi che sono stati smantellati a livello locale, anche in tema di salute mentale, che consentivano di coniugare la cura con il percorso di presa in carico delle persone in termini di inclusione sociale, abitativa e lavorativa. Per Morniroli, le case di comunità non sono soltanto case di salute ma devono essere luoghi di prossimità che in una qualche maniera tengono conto del fatto che la salute si inserisce in un processo molto più ampio, che riguarda le relazioni di contesto, la possibilità di avere luoghi aggregativi sociali e di lavoro. «Ciò comporta un ripristino degli interventi territoriali a carattere socio sanitario: vanni ripristinati i Sert, le case di famiglie sul territorio per la salute mentale, vanno fatti interventi in cui la cura si accompagna alla possibilità di autonomia economica, finanziaria e abitativa, investendo sulla prevenzione – spiega Morniroli - Investire sulla prevenzione significa migliore e più buona spesa e minor spesa pubblica, perché molto spesso prevenire è più conveniente dal punto di vista economico. Non solo migliora la vita delle persone ma può fare la differenza, perché ad esempio può tradursi nel dare migliori servizi di genere, rivolti alle donne; i centri antiviolenza che diventano sistema e non eccezione e così via, verso tutto quello che può essere una salute più vicina ai territori. Occorre però riportare l’idea di cura dentro le comunità».
In questi anni la cura è stata relegata nell’ambito del contenimento e dell’istituzionalizzazione, oppure scaricata sulle famiglie e quindi sulle donne visto che il nostro Paese è ancora attraversato dalle fortissime asimmetrie che tutti conosciamo. Tutti i problemi relativi alla gestione dei tempi di cura e di lavoro sono stati scaricati sulle donne per non citare altri casi, peggiori, dove l’idea di cura è stata messo a profitto, vedasi certi casi esasperati di Rsa. «Abbiamo così un territorio a macchia di leopardo in cui magari ci sono sistemi di salute mentale territoriali che dimostrano che si possono fare a meno dei manicomi o comunque dell’istituzionalizzazione e a fianco di questi altri sistemi che invece nutrono l’idea del manicomio e dell’istituzionalizzazione – dice Morniroli - Quindi occorre operare un ribaltamento, puntando su una responsabilità pubblica e collettiva incentrata sull’inclusione e partendo da quelle esperienze che in questi anni hanno dimostrato che si può fare. L’interazione pubblico e privato deve tornare ad essere quella che ha permesso lo svuotamento dei manicomi, nella consapevolezza che non si può avere integrazione dove vige l’idea di un pubblico che surroga le proprie responsabilità nella ricerca di manodopera a basso costo di un terzo settore che deve gestire politiche altrui come mero esecutore. Bisogna tornare a un’integrazione dove l’attenzione pubblica sia percepita come parte di una gestione collettiva, dove tutti gli attori in gioco sono riconosciuti come co-attori di co-progettazione».
La pandemia non ha inventato nulla, ha solamente alimentato e allargato le criticità precedenti sottolineando l’importanza di avere un sistema sanitario pubblico, che ha resistito nonostante venisse da anni di tagli. Morniroli sottolinea come in una società come la nostra, si debba continuare ad avere misure di sostegno al reddito, diffuse, larghe: «Strumenti come il Reddito di emergenza così come lo stesso Reddito di cittadinanza, sono strumenti per mettere un po’ più “in pari” chi è troppo in dispari per fare un investimento su di sé o sulla propria comunità – conclude – Ci sono persone che in questo momento non possono lavorare o trovare un lavoro e quindi non vanno abbandonate. Nel primo lockdown sono rimasti fuori dalle forme di ammortizzazione sociale quasi 6 milioni e mezzo di lavoratori. Se non le riconosciamo, si vanno ad innescare meccanismi di peggioramento della salute di queste persone; quando il problema è cosa mettere sul tavolo da mangiare la sera, ogni bisogno immateriale, compreso quello di salute, viene messo in secondo piano. Rischiamo così di avere una fascia di popolazione che oltre a sentirsi abbandonata e non riconosciuta, si incattivisce, diventa rancorosa e mira a farsi incantare dalle sirene delle derive autoritarie dell’uomo forte al comando, con pericolosi scivolamenti».



