Il Gruppo l'Albatro a #Trasparenze3 un'incontro tra comunità teatrali: 6 dicembre appuntamento in scena.
Da oggi al 6 dicembre al Teatro dei Segni di Modena, nell'ambito di Trasparenze > Atelier della scena contemporanea, il Gruppo l'Albatro del progetto "Teatro e Salute Mentale" seguirà un laboratorio teatrale con la compagnia toscana Scenica Frammenti.
Sarà un vero e proprio incontro tra comunità teatrali, con una serata aperta al pubblico il 6 dicembre per l'esito della settimana di lavoro e uno spettacolo.
Il Gruppo l'Albatro, ensamble teatrale nato dalla collaborazione tra Teatro dei Venti, sportello Social Point Modena e DSM-DP, utilizza il Teatro come mezzo di inclusione sociale e lotta allo stigma e come banco di prova per l'acquisizione di nuove competenze. Il Gruppo, attivo dal 2009, ha all'attivo diversi spettacoli, tra questi "Fuori Pista" e "Nelle cose di tutti i giorni", quest'ultimo presentato nell'ambito di Màt 2014.
Appuntamento per il pubblico il 6 dicembre al Teatro dei Segni di Modena.
ore 20.30 Esito del Laboratorio del Gruppo l'Albatro
ore 21.45 spettacolo "Memoria - storia di una famiglia teatrale"
Ingresso alla serata 10 € (salvo promozioni attive)
Trasparenze è un progetto elaborato dalla compagnia Teatro dei Venti, ATS Teatro dei Segni e Officinae Efesti e promuove il teatro contemporaneo e la nuova creatività. Contaminazione di luoghi e di pubblico, elaborazione di nuovi processi creativi e nuove forme di interazione stanno alla base di un progetto di ampio respiro che guarda al contemporaneo cercando di non perdere di vista il popolare.
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Le (poche) parole della salute mentale sui giornali. Conversando con Bruno Manfellotto (L’Espresso), Leonardo Tancredi (Piazza Grande) ed Enrico Grazioli (La Gazzetta di Modena)
Post Production di Anita Eusebi
“Una persona che attraversa l’esperienza del disturbo mentale rischia di perdere fondamentali diritti personali e sociali. L’impegno di tutti gli attori sociali dovrebbe essere pertanto volto alla difesa e al potenziamento di tali diritti, per garantire le cure, la dignità e il rispetto di ognuno e, più in generale, per promuovere la salute di tutti”. Questo è quanto si legge nella Carta di Trieste, un noto documento redatto nell’idea di fornire ai giornalisti da un lato linee guida in nome di un’informazione corretta ed efficace in termini di salute mentale, dall’altro indicazioni che permettano di contrastare e ridurre lo stigma nei confronti del disagio psichico. Ciò per tentare di risolvere stereotipi e pregiudizi che spesso purtroppo abbondano nei media e comportano una percezione negativa o comunque distorta, alimentando di conseguenza processi gravemente stigmatizzanti.
Ma è davvero così complicato scrivere di salute mentale mettendo insieme la notiziabilità e il rispetto di chi vive condizioni di disagio e di sofferenza? «Beh, innanzitutto è un discorso di buona educazione giornalistica», commenta Bruno Manfellotto, ex direttore de L’Espresso e ospite a Màt in occasione della tavola rotonda Crisi e salute mentale. «Quando ho cominciato a fare questo mestiere, negli anni settanta, il mio primo direttore fu Arrigo Benedetti. Per citare un aneddoto significativo, ricordo che era solito inviare a tutti giornalisti un breve elenco di parole o giri di parole che non voleva assolutamente leggere sul giornale. Tra queste, follia omicida. Da lì un’espressione del genere io non l’ho mai usata, e non la uso mai. È certamente vero che i media hanno un gran peso nel determinare l’opinione pubblica – prosegue Manfellotto – in particolare in questi ultimi tempi segnati dalla crisi. Il giornalista ha sempre il dovere di raccontare la realtà. Ma ha anche la responsabilità di come lo fa. E occorre stare molto attenti: notizie raccontate male, non fondate, non responsabilmente valutate, possono avere effetti negativamente importanti e non trascurabili su chi legge, soprattutto su chi magari sta vivendo già di suo una situazione difficile e delicata».
È facile osservare anche che non sembra esserci, in generale, grande interesse o comunque disponibilità da parte dei giornali nel dedicare spazi ad argomenti e questioni propri dell’ambito della salute mentale, a meno che non si tratti della rubrica dell’illustre psichiatra o di fatti di cronaca occasionali e purtroppo tragici. La vince piuttosto la ricerca instancabile dello schizococco a cui è risolutorio attribuire qualunque responsabilità, come soluzione di tutti i mali. Ci si ricorda poco della salute mentale intesa in senso più ampio, si parla dei “matti” solo quando a ragione o a torto fanno scalpore, quando permettono in qualche modo ai giornalisti di dare una spiegazione facile, rapida e nella maggior parte dei casi sbagliata a vicende drammaticamente complesse, con l’unico risultato di contribuire ad alimentare i soliti e peggiori luoghi comuni. A differenza di altri ambiti del mondo della sanità, raramente trovano spazio sui giornali esempi positivi di storie di chi vive o ha vissuto esperienze di sofferenza psichica, come pure la realtà di associazioni che si rimboccano quotidianamente le maniche tra mille difficoltà.
«Riguardo alla scarsa presenza sulla carta stampata di questi temi non saprei dire se è un discorso di apprezzamento o meno da parte del pubblico, in senso statistico», afferma Manfellotto. «Nei giornali in genere c’è comunque la convinzione che gli argomenti più aspri e duri è meglio evitarli. Innanzitutto perché creano problemi, sono difficili da trattare. Poi perché occorre un minimo di conoscenze e competenze e occorre prestare massima attenzione a quello che si scrive e a come lo si scrive». Come dire, nell’epoca della fretta, delle competenze improvvisate, dei titoloni da urlo, del “se è complicato lasciamo stare, ci piacciono solo le cose semplici”, il rischio che si corre è proprio quello che i giornali preferiscano trattare argomenti più rassicuranti piuttosto che sporcarsi le mani in questioni così complesse. Perlomeno finché non accadono tragedie familiari che, per quanto terribili, ormai però sono “di moda”, quindi ritenuti meritevoli di una certa attenzione.
«La logica dell’informazione purtroppo è proprio quella secondo cui dei “matti” se ne parla soltanto in occasione di fatti eclatanti», sostiene Leonardo Tancredi, direttore editoriale del giornale di strada Piazza Grande e ospite di Màt per il dibattito Senza fissa dimora e salute mentale. «Per esempio, nel caso di delitti familiari, che sono notizie seriali e in quanto tali trovano facilmente spazio sui giornali, il riferimento al “matto” ci scappa quasi sempre, e che il soggetto in questione “matto” lo sia davvero oppure no poco importa. Per altro tipo di notizie e storie, chiedersi se il fatto che non ce ne siano molte sui giornali sia dovuto alla mancanza di interesse da parte del pubblico oppure alla scelta del direttore del giornale, direi che è un po’ un circolo vizioso, un cane che si morde la coda. Ho sempre pensato che chi fa un giornale debba porsi molto questo problema, avere in un certo senso un approccio anche un po’ pedagogico, cioè parlo di questo argomento perché voglio si rifletta su questo tema. Purtroppo però questo succede raramente, capita che molti si preoccupino più di come abbinare lo spazio di inserzione pubblicitaria al tema di cui si sta parlando che di altre questioni».
Non è da tutti avere la sensibilità di interrogarsi sul ruolo e sulle modalità della comunicazione nell’ambito della salute mentale. E spesso purtroppo questioni di salute mentale o comunque temi sociali finiscono per avere protagonista una marginalità offesa, oltre che trascurata, dai canali di informazione. «È una questione molto importante. Ed è uno degli spunti principali sui quali è nato il giornale Piazza Grande», puntualizza Tancredi. «Una delle prime battaglie è stata quella di provare a convincere i giornalisti e il pubblico in generale a non usare nel nostro caso la parola barbone, ed è una battaglia che ancora oggi non è stata vinta, nonostante le persone senza fissa dimora siano tra le più sbarbate che io abbia conosciuto. E c’è una ragione banale, per quanto dolorosa: barbone è una parola composta da 7 caratteri mentre senza fissa dimora ne ha 17, se contiamo come d’abitudine anche gli spazi. Questo per dire che purtroppo è difficile piegare la comunicazione in modo da evitare certe logiche stigmatizzanti. Resta il fatto che anche la singola parola necessita di un’attenzione e di una cura non trascurabile – insiste Tancredi – anche la singola parola può veicolare messaggi importanti. E questo vale per la condizione di senza fissa dimora come per quella di chi ha problemi di tipo psichico».
Sulla questione dell’importanza delle “parole della salute mentale”, le associazioni Idee in Circolo, Insieme a Noi e Social Point di Modena stanno portando avanti dal 2011 un osservatorio permanente di articoli su stampa locale. Tra i risultati parziali di questo studio è emerso un aumento dell’uso fuori contesto di termini propri invece dell’ambito della salute mentale e il ritorno di espressioni come follia omicida o malato mentale, in un riaffiorare preoccupante del pregiudizio della pericolosità sociale. Enrico Grazioli, direttore de La Gazzetta di Modena spiega che «è possibile che gli operatori dell’informazione siano stati ultimamente purtroppo un po’ meno attenti di quanto avrebbero dovuto esserlo. È uno sforzo giusto e dovuto quello che ci viene chiesto, un passo in avanti che dobbiamo compiere. Sarebbe il segnale di un’acquisita consapevolezza delle problematiche che riguardano la salute mentale in cui anche i mezzi d’informazione possono dare un contributo significativo, a cominciare appunto dal non utilizzare magari inavvertitamente o per superficialità una terminologia inappropriata».
Fuori come va? è in particolare la rubrica mensile de La Gazzetta di Modena che dà la possibilità a persone seguite dai servizi, ai loro familiari e alle associazioni di raccontarsi e raccontare esperienze di vita attraverso un’intera pagina messa loro a disposizione. «La sensibilizzazione a freddo o forzata ha scarsi risultati. Il modo migliore di sensibilizzare è raccontare delle storie, – commenta Grazioli – non solo sottoporre la drammaticità di un problema quando questo esplode nei suoi aspetti più gravi. Credo che il senso di Fuori come va? sia proprio questo, dare la possibilità alle persone di raccontare in prima persona delle storie, delle esperienze, delle sofferenze, ma anche dei successi e trasmettere così al resto della comunità un messaggio secondo cui la salute mentale non è una questione di diversità, ma è una risorsa, una possibile ricchezza che tutti dobbiamo imparare ad accompagnare nel suo cammino di difficoltà ma anche a fare nostra per quanto di positivo riesce a darci».
Perché un’informazione fatta di vuoti, parole a caso e pregiudizi sottintesi penalizza i più deboli, ma penalizza anche tutti noi. Lettori o giornalisti non fa differenza, ci danneggia in quanto esseri umani. Non resta allora altro da fare che informarsi bene, documentarsi, approfondire, guardare oltre e soprattutto, come consiglia Grazioli, «non fidarsi mai di semplificazioni a monte che qualcuno può aver fatto per ragioni diverse da quelle della buona informazione».
Màt continua dal 18 al 30 novembre al Teatro delle Passioni in collaborazione con Emilia Romagna Teatro
La Settimana della Salute Mentale continua tutto l'anno con le attività delle associazioni e dei servizi che quotidianamente lavorano sul benessere della cittadinanza, e quest'anno prosegue con un'appendice dal 18 al 30 novembre al Teatro delle Passioni. In scena l'ultimo spettacolo della compagnia Arte e Salute, associazione che svolge le sue attività in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, per la regia di Nanni Garella, con Laura Marinoni. Altro appuntamento da segnare è sabato 22 novembre per l'incontro "Conversando di teatro" che metterà in dialogo il cast dello spettacolo e il Direttore del DSM-DP, dott. Fabrizio Starace.
Non perdetevi gli sconti previsti per il pubblico di Màt!*
18/30 novembre - TEATRO DELLE PASSIONI, Modena
La persecuzione e l'assassinio di Jean-Paul Marat
rappresentati dagli internati dell’ospedale di Charenton sotto la guida del Marchese di Sade
di Peter Weiss, adattamento e regia Nanni Garella
con Laura Marinoni, Nanni Garella e gli attori di Arte e Salute
Emilia Romagna Teatro Fondazione
IL TEATRO COME SPAZIO MENTALE TRA DIVERSITÀ E BELLEZZA
Dopo l’allestimento de La classe, Nanni Garella prosegue il suo lavoro con Arte e Salute, associazione nata con lo scopo di coniugare il lavoro nel campo della salute mentale con quello artistico che lo stesso regista guida dal 1999. Per questo nuovo spettacolo, Garella ha scelto di lavorare su un classico dell’avanguardia teatrale del secondo Novecento firmato da Peter Weiss, nel quale il Marchese de Sade, rinchiuso nel manicomio di Charenton, mette in scena un lavoro teatrale sull’assassinio di Marat, affidando ai pazienti del manicomio i ruoli dei personaggi.
Conversando di teatro
Sabato 22 novembre al termine dello spettacolo la compagnia incontrerà il pubblico
Partecipa Fabrizio Starace – Direttore Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche AUSL di Modena
Per prenotazioni e per informazione contatta la Biglietteria:
lunedì - venerdì 9.00 – 13.00
sabato 10-13 / 16.30-19.00
telefono: 059.2136021
Mail: biglietteria@emiliaromagnateatro.com
www.emiliaromagnateatro.com
*Per tutto il pubblico di Màt riduzione del 30% sul prezzo del biglietto mandando una mail a d.venturelli@emiliaromagnateatro.com - per info 059.2136021
Edizione Màt 2014
La Quarta edizione della Settimana della Salute Mentale di Modena dedica grande attenzione alle conseguenze che la crisi economica determina sulla salute mentale, e alla risposta che i sistemi sanitari possono/devono offrire. Come è noto, mentre l’effetto negativo sullo stato di salute fisica è indiretto, in particolare per la ridotta possibilità di accesso a cure ed esami specialistici, quello sulla salute mentale è diretto: difficoltà finanziarie, disoccupazione e indebitamento producono ansia e depressione; quella che Eugenio Borgna definirebbe “depressione motivata”, non per questo meno sofferta e invalidante. La maggiore frequenza che tali condizioni assumono in periodi di crisi economica dovrebbe condurre ad un rafforzamento dei sistemi di protezione sanitari e sociali. Purtroppo ciò cui assistiamo è il cosiddetto “paradosso della crisi”: servizi sanitari e sociali vengono ridimensionati o subiscono significativi tagli proprio a causa della crisi i cui effetti dovrebbero contrastare. L’esperienza della Grecia offre concreti elementi di riflessione: a fronte dell’incremento della domanda di assistenza (+120% negli ultimi 3 anni), il finanziamento è stato ridotto di oltre il 50%. La prevalenza di depressione maggiore è passata dal 3,3% nel 2008 all’8,2% nel 2011 e i suicidi sono aumentati del 45%. Eppure gli interventi in grado di mitigare gli effetti della crisi sulla salute mentale della popolazione sono ben noti: politiche di rafforzamento della capacità di risposta dei centri di salute mentale, di contenimento delle liste d’attesa, di riduzione degli ostacoli all’accesso. In questa direzione si è espressa l’OMS nel recente rapporto “Economic crisis, health systems and health”. All’attuazione di queste politiche viene attribuita la capacità di aver innescato la ripresa in USA. In Canada un panel di esperti ha addirittura definito l’assistenza sanitaria “una buona medicina per l’economia del Paese”. In Italia, purtroppo, la Società di Psichiatria ha documentato un impoverimento dei servizi per la salute mentale e, più in generale, una situazione critica dell’assistenza psichiatrica pubblica. Come nota Taroni, i bisogni di cura determinati dalle conseguenze più immediate della crisi (depressione, ansia, disturbi del comportamento, suicidi) “non dispongono di interessi forti a sostegno”. Evidentemente, raccomandazioni internazionali e prove di efficacia non costituiscono, nel nostro Paese, motivazioni sufficientemente forti da attivare i cambiamenti necessari, utili a modificare l’agenda delle priorità. Questa Settimana della Salute Mentale vuole rafforzare in tutti noi la convinzione che l’attraversamento della crisi, il cercare di trovare una via d’uscita che “non lasci indietro nessuno”, sono la nostra comunità di destino, un impegno etico e di cittadinanza, oltre che professionale. Che va affrontato con il coinvolgimento di tutti, valorizzando le buone pratiche ma non sottraendosi al messaggio positivo che ogni crisi porta nel suo etimo: la scelta. Tra un prima e un dopo, tra un passato che ha prodotto quello che siamo e un futuro al quale apprestarsi per costruire un nuovo modello di welfare, equo e sostenibile.
Fabrizio Starace
Direttore DSM-DP AUSL Modena