Màt 2015: ripensare le pratiche in chiave di recovery

di Anita Eusebi
“Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita. Se vogliamo sapere qualcosa di un uomo, chiediamo: “Qual è la sua storia, la sua storia vera, intima?” poiché ciascuno di noi è una biografia, una storia. […] Per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi, possedere, se necessario ri-possedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo ripetere noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il dramma interiore, il racconto di noi stessi”. Così scrive Oliver Sacks in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, quando racconta la storia del signor Thompson. Analoghe riflessioni sono state il filo conduttore del convegno Recovery: una sfida possibile che si è tenuto lo scorso 19 ottobre nell’ambito di Màt 2015 a Modena.
Tra gli ospiti, Antonio Maone, psichiatra del Dipartimento di salute mentale Asl Roma/A, è intervenuto introducendo abilmente ai nuovi paradigmi della salute mentale. «L’esperienza prolungata della malattia mentale produce “un’erosione del senso di sé”. Ed è questo un concetto saturo di significati. È cioè come se la malattia avesse un doppio, come diceva lo stesso Franco Basaglia. Noi ne vediamo solo l’aspetto esteriore, ma il vero bisogno – da cui nasce la malattia – è dietro. Come se, nel caso di una riabilitazione motoria di un arto che ha subito una rottura, noi curassimo i muscoli, e dimenticassimo che il danno sta nelle ossa. Per non parlare dello stigma interno che gradualmente si sviluppa e con il quale noi professionisti facilmente colludiamo: pensiamo che per quella persona non c’è niente da fare, allora la persona se ne convince e noi con lei», ha affermato Maone. «Questo tipo di danno erode chiaramente il senso di sé dell’autoefficacia, che è la “conditio sine qua non” dell’autodeterminazione. E la motivazione noi la recuperiamo solo restituendo strumenti opportuni e reali, con i quali le persone possono fare quello che desiderano. Se non riusciamo prima di tutto a riattivare la motivazione, allora le tecniche, anche le più aggiornate e raffinate in campo riabilitativo, rischiano di perdere senso ed efficacia».
L’importanza dell’esperienza personale, del metterla in gioco, come aspetto centrale del percorso riabilitativo, è stata sottolineata a Màt 2015 anche da Roberto Mezzina, Direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste: «Il termine recovery non significa necessariamente guarigione clinica, bensì enfatizza il viaggio compiuto da ciascuno nel ri-costruirsi una vita al di là della malattia. È presa di coscienza di sé e dei propri problemi, ma soprattutto dei propri obiettivi di esistenza».
Ma come ripensare le pratiche della salute mentale in chiave di recovery? «Questo è il punto essenziale», ha affermato lo psichiatra Giuseppe Tibaldi, altro ospite del convegno, responsabile del Centro di salute mentale di Barriera di Milano e coordinatore scientifico del Centro studi e ricerche in psichiatria di Torino. «Soprattutto quando il principio che riceviamo nei nostri percorsi formativi universitari è un principio di inguaribilità. Scientificamente infondato, è tra i principali ostacoli nei percorsi positivi perché, nel momento in cui si comunica per esempio a una persona che dovrà prendere i farmaci per tutta la vita, si manda un messaggio di inguaribilità. Ed è un messaggio che non è legittimo. Dobbiamo assolutamente ripensare il nostro modo di usare gli psicofarmaci, per il principio generale che il farmaco, da solo, non è sufficiente. E riporto posizioni molto critiche rispetto ai farmaci non perché io non li prescriva nel mio lavoro quotidiano, li uso tutti i giorni, ma li uso nella consapevolezza dei loro limiti, della loro parzialità».

“La guarigione non implica che il danno prodotto dalla ferita esistenziale non sia mai esistito, ma significa che quel danno non controlla più la nostra esistenza”, recitava una delle slide proiettate da Tibaldi. «Credo che questo sia un elemento chiave dei percorsi positivi. In altre parole, so che rimangono residui di sofferenza, ma so che non controllano più l’esistenza. C’è una sorta di rovesciamento degli equilibri interni che possiamo tradurre con il termine di “empowerment”: il nucleo psicotico di sofferenza perde potere, come una dittatura che è destinata a cadere, a cedere alle forze interne di resistenza e di opposizione. Noi professionisti dobbiamo credere che tali forze di opposizione vadano sostenute e favorite perché riprendano il controllo della persona con disagio psichico. Continuando nella metafora, penso che un professionista non possa allearsi col dittatore, non possiamo dire a una persona “rassegnati, la psicosi ti resterà addosso per il resto della tua vita”, sarebbe come dire “tieniti la dittatura che siamo tranquilli tutti e due”. Penso che, anche quando le cose non sembrano andare bene, vada fatto ogni sforzo possibile per sostenere la coalizione interna che può rovesciare la dittatura», ha ribadito Tibaldi. «Ritengo dunque che sia nostro compito ascoltare le storie di coloro che hanno attraversato questa esperienza ed entrare in una zona di relazione. Non possiamo far altro che discutere con loro, incontrare il loro punto di vista, in una sfida quotidiana verso una psichiatria post-paternalistica. Noi non siamo i migliori interpreti e rappresentanti dei bisogni dei nostri pazienti, dobbiamo costruire un’alleanza con loro che non sia asimmetrica, come invece di solito accade nei servizi. È questo quello che ci chiedono i “sopravvissuti” più consapevoli. Per questo dobbiamo ripensare l’uso del farmaco, soprattutto alla luce del fatto che lo psicofarmaco uccide la curiosità, sia del paziente che del professionista. C’è un rischio fortissimo che si dorma entrambi, si perda cioè la curiosità di capire perché si è avuta l’esperienza psicotica. Come sono solite dire le associazioni di uditori di voci, “non chiedetemi niente sui miei sintomi, chiedetemi che cosa mi è successo nella vita”. Questa è la domanda essenziale. L’unica domanda legittima che un professionista può fare».
Perché, come scrive ancora Oliver Sacks, “l’uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua dignità, il suo sé”. Per non sentirsi più visto come una persona malata, come un “diverso”, stigmatizzato dalla società e da se stesso.


Per una salute mentale di comunità, nonostante i tagli

di Anita Eusebi
«La quinta edizione di Màt – Settimana della Salute Mentale di Modena si tiene quest’anno in un periodo di particolare difficoltà per la Sanità Pubblica italiana. Oggi il patrimonio di competenze professionali, di scelte organizzative, di reti collaborative che caratterizza il settore della Salute mentale nel nostro Paese è messo seriamente a rischio dall’ulteriore preannunciato ridimensionamento dei finanziamenti alla sanità», dichiara Fabrizio Starace Direttore del Dsm-DP di Modena. «L’Italia ha mostrato da tempo che è possibile fare a meno degli Ospedali Psichiatrici e più recentemente anche degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ponendo fine ai trattamenti inumani e degradanti che in quei luoghi si perpetravano – prosegue Starace –, è possibile cioè affrontare i disturbi psichiatrici sul territorio, nei luoghi di vita, attraverso una rete capillare di servizi di salute mentale di comunità, evitando l’istituzionalizzazione della sofferenza e dando corpo e sostanza ai principi di cittadinanza e di non discriminazione invocati dalle Carte fondamentali Italiana, Europea, delle Nazioni Unite. Ora il futuro di tutto ciò rischia di essere compromesso».
In anteprima rispetto all’apertura ufficiale della Settimana della Salute Mentale, il 16 ottobre si entrerà nel vivo dei temi caldi della salute mentale con il seminario dal titolo La crisi dei Dipartimenti di salute mentale nella Sanità delle Regioni. Nonostante le conquiste ottenute e il coraggio delle nuove sfide attuali, appare evidente una generale sofferenza a livello nazionale dei sistemi di welfare e dei servizi per la salute mentale in particolare. Senza dimenticare vicende recenti e drammatiche che hanno alimentano non poche riflessioni, dalle morti di persone sottoposte a TSO alla denuncia per sequestro di persona di coloro che restano internati in Opg, strutture chiuse per legge sulla carta lo scorso 31 marzo, ma ancora sostanzialmente aperte nella realtà dei fatti.
«Molti servizi si ritrovano troppo spesso a scimmiottare, e anche malamente, l’attività ambulatoriale di altre pratiche mediche fondate sul binomio diagnosi e terapia, farmacologica o chirurgica a seconda dei casi. L’approccio è cioè prevalentemente bio-medico, nonché inadeguato”. E la psichiatria finisce per non trovare risposte. Non quelle giuste», afferma Vito D’Anza, Direttore del Dsm di Pistoia e portavoce nazionale del Forum Salute Mentale, che sarà tra i numerosi ospiti della tavola rotonda all’anteprima di Màt 2015. «Ci sono pratiche manicomiali che persistono in tanti, troppi, servizi di salute mentale e che arrivano a negare i più elementari diritti delle persone con disturbo mentale». Realistico e senza troppi giri di parole, D’Anza viene così dritto al punto e racconta le sue preoccupazioni: «Gli studi degli ultimi decenni, studi che provengono da oltreoceano e oltremanica e non solo da “ideologizzati basagliani”, hanno portato alla salute mentale, alla recovery, all’empowerment, ai temi dell’abitare-lavoro-socialità, a un ruolo rinnovato degli operatori nel percorso di guarigione. Ciò nonostante, nel Paese che ha realizzato la riforma più significativa al mondo, resistono modelli e logiche manicomiali tragicamente inadeguati».
Come affrontare una situazione così complessa? «La direzione su cui insistere è quella di modalità assistenziali coerenti con una riduzione dell’ospedalizzazione e della residenzialità sanitaria, orientate verso forme più flessibili e personalizzate di residenzialità sociosanitaria, sostegno alla domiciliarizzazione degli interventi, prossimità territoriale delle cure», puntualizza Starace. «A ciò si aggiunge la valorizzazione delle risorse formali e informali, promuovendo e incentivando il protagonismo delle forme associative territoriali, vero “capitale sociale” della comunità, e degli utenti stessi, che partecipano non più soltanto come consumatori, ma diventando a loro volta produttori di beni e servizi. È sul territorio che si vince o si perde la battaglia per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale – insiste Starace –. Il settore della salute mentale deve cogliere le sfide del rinnovamento. A partire da un’accurata riflessione sullo stato attuale dei servizi territoriali per la salute mentale, sulla loro reale capacità di far fronte alla diffusione sempre più ampia di condizioni di malessere, all’emergere di nuove forme e di nuovi soggetti del disagio. In un sistema sanitario che voglia realmente interpretare i principi di equità e giustizia sociale, è fondamentale che la salute mentale torni ad essere una priorità delle politiche sociali e sanitarie dei territori locali, e questione di interesse nazionale. Affinché valga per tutti i cittadini, a prescindere da dove sono nati o risiedono, il diritto alla salute costituzionalmente garantito».
Occorre cioè farsi carico con coscienza e responsabilità delle nuove difficoltà, non girare la testa dall’altra parte né tanto meno adattarsi per rassegnazione o sfinimento. Perché, come scriveva Jiddu Krishnamurti, “Non è segno di una buona salute mentale essere ben adattati a una società malata”. Ecco, questo sarà il motto di Màt 2015.


Recovery: per Màt 2015 una sfida possibile

di Anita Eusebi
«La guarigione non passa solo attraverso la presa in carico da parte dei servizi, ma anche attraverso il recupero di un proprio ruolo sociale», afferma Fabrizio Starace, Direttore del Dipartimento di salute mentale e dipendenze patologiche di Modena. «L’azione sul contesto sociale e culturale di riferimento, che vede proprio i soggetti “esclusi” come protagonisti attivi, dotati di contrattualità sociale e impegnati a svolgere vari livelli di interlocuzione per realizzare iniziative di promozione della propria condizione, è un’azione importante che ricolloca i soggetti deboli in una chiara posizione di cittadinanza attiva». Nelle parole di Starace i tratti fondamentali del concetto di recovery, di cui si tratterà a Màt 2015 in occasione del convegno del 19 ottobre Recovery: una sfida possibile, presieduto da Marco Rigatelli, Ordinario di Psichiatria presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Ma di cosa parliamo esattamente quando parliamo di recovery?
«Il concetto di “recovery” attraversa oggi culture e pratiche della salute mentale e rappresenta certamente la sfida più grande all’ideologia medica, sottolineando il ruolo attivo delle persone con esperienza di problemi psichici e i fattori di significanza connessi alle loro storie, alle loro vite», afferma Roberto Mezzina, ospite di Màt 2015 e Direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste, nell’inserto Costruirsi una vita al di là della “malattia mentale”, uscito sul n. 290, 3/2015, di Animazione Sociale. Riflessioni che riprendono in parte e rielaborano alcuni contenuti del libro Guarire si può, a cura di Izabel Marin e Silva Bon per la Collana 180 – Archivio critico della salute mentale. «Recovery ha probabilmente poco o nulla a che fare con il guarire secondo la comune accezione. Benché la parola guarigione rappresenti bene la più alta aspirazione di coloro che soffrono, di qualunque malattia si tratti, essa rischia di risultare fuorviante nell’ambito della salute mentale, soprattutto se usata in chiave biologica», prosegue Mezzina. «Si tratta di un processo complesso, non lineare e multidimensionale. Ed è innanzitutto un costrutto dell’individuo, un fatto personale, e in tal senso dunque un concetto altamente soggettivo, sia nei suoi elementi costitutivi che nei suoi modelli esplicativi. La persona in sé ne è il fattore determinante».
Tra coloro che interverranno a Màt 2015 in occasione della tavola rotonda sulla recovery anche Antonio Maone, psichiatra del Dipartimento di salute mentale Asl Roma/A e curatore con Barbara D’Avanzo, responsabile del Laboratorio di Epidemiologia e psichiatria sociale dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, del libro Recovery. Nuovi paradigmi per la salute mentale. «Da alcuni anni il paradigma della recovery registra una straordinaria diffusione nei linguaggi delle politiche sanitarie, delle pratiche dei servizi e della ricerca nel campo della salute mentale. Accanto all’accezione biomedica, in termini di esito clinico, risultato del trattamento e remissione dei sintomi, si parla di recovery “personale”, ovvero di “risveglio” di un’identità positiva, in cui il disturbo mentale viene considerato come solo uno degli aspetti della persona nella sua totalità», spiega Maone.
«La malattia mentale infatti non può essere ridotta esclusivamente alle sue manifestazioni sintomatologiche; non può, per sua natura, rimanere confinata nel dominio biomedico e oggetto di un approccio tecnologico, in attesa che il supposto “squilibrio chimico” venga riparato. La malattia mentale, come già aveva messo a fuoco Franco Basaglia, è esperita dal soggetto e si manifesta nell’ambiente umano soprattutto attraverso il suo “doppio”, cioè come una profonda e catastrofica erosione del senso di sé, della dignità e dell’auto-efficacia. Bisogna considerare che nessuno, sano o malato che sia, può affrontare e superare le domande incessanti e le sfide che pone la vita se non sente di poter ricondurre le scelte, le decisioni, le responsabilità, a una dimensione interna, personale, unica, che dalle stesse scelte viene rinforzata. È proprio questo esercizio di autodeterminazione che nel disagio psichico viene, pur con le migliori intenzioni, sottratto o compromesso. Recovery rappresenta dunque, prima di tutto, il tentativo di restituire al soggetto questa possibilità. E i processi di guarigione, in tal senso, non possono essere intesi solo come lotta contro i sintomi della malattia, ma devono essere sostenuti dallo sforzo di ripristinare il controllo sulla propria vita».
Cosa devono fare i servizi di salute mentale per favorire percorsi di recovery? «I servizi orientati alla recovery dovrebbero tener presente che si tratta di processi tipicamente non-lineari, soggetti pertanto a battute d’arresto, fasi di stallo e riprese: ciò implica la necessità di un approccio caratterizzato da pazienza, ascolto, tatto, tenuta delle aspettative nel lungo termine», prosegue Maone. «I servizi dovrebbero anche riconsiderare profondamente il loro ruolo e le loro competenze, prima di tutto attraverso la rinuncia a “sapere meglio” quali siano i reali obiettivi e desideri del paziente, e attrezzandosi piuttosto a creare le condizioni per farli emergere e a sostenerli per come vengono soggettivamente espressi. In ciò si realizza un’autentica azione di empowerment: sul piano politico, attraverso il riconoscimento di diritti e la disponibilità di opportunità e risorse, e sul piano relazionale/terapeutico, poiché il risveglio della speranza di recuperare un’identità positiva, sulle cui basi “ricostruirsi una vita”, è possibile, o quanto meno facilitato, solo se la “nuova” identità viene riconosciuta, rispettata e valorizzata nell’ambito di un contesto interpersonale».
Quello che si intende per recovery nell’ambito della salute mentale è dunque un processo profondamente e autenticamente personale, un “recupero di sé”, una nuova assunzione di responsabilità rispetto a se stessi, alla malattia, alla società. Il ridefinirsi come persona, ossia lo sviluppo di una nuova percezione di se stessi e di una propria identità, implica a sua volta la ridefinizione del problema mentale come parte integrante della propria vita, dunque l’accettazione della malattia. In altre parole, la recovery è un riappropriarsi della propria vita al di là della malattia, nonostante la malattia, cioè malgrado la sofferenza e le limitazioni causate dal disagio psichico.
Nelle pratiche orientate alla recovery giocano allora un ruolo fondamentale da un lato la dimensione “condivisa” con familiari, amici, operatori o pari, dall’altro la costruzione di progetti con la cittadinanza, orientati alla lotta allo stigma, esterno e internalizzato, all’inclusione nella comunità locale, alla promozione della soggettività dei cittadini con disagio psichico e al sostegno della loro contrattualità. D’altro canto, il riconoscimento del protagonismo degli utenti e di un sapere esperienziale, prezioso quanto quello professionale, comporta per gli addetti ai lavori un’importante ridefinizione dello stesso modello operativo. Ma le risposte offerte dalle politiche di salute mentale tradizionali della maggior parte dei servizi appaiono al riguardo spesso insoddisfacenti, sbilanciate sul versante ospedaliero-residenziale invece che su quello dell’inclusione sociale, e lontane dal valorizzare la soggettività delle persone con disagio psichico.
A Modena il progetto Social Point del Dipartimento di salute mentale, l’associazione di familiari e amici Insieme a Noi e l’associazione di utenti Idee in circolo costituiscono senza dubbio un buon esempio di una metodologia globale di presa in carico assistenziale, di progettualità sociosanitaria, coerente con i principi di empowerment, recovery e lotta allo stigma. L’iniziativa stessa Màt – Settimana della Salute Mentale, a cadenza annuale, costituisce il laboratorio e la sintesi degli elementi di innovazione e cambiamento culturale che il Dipartimento di salute mentale ha condotto negli ultimi anni. È il momento culminante in cui assumono visibilità i progetti personalizzati di inclusione sociale e i progetti collettivi di cittadinanza attiva, rivolti a utenti, che quotidianamente arricchiscono il lavoro clinico e terapeutico dei servizi di salute mentale, conferendo ad esso ampiezza di respiro e di prospettiva.
“Se la guarigione avviene, si tratta della guarigione di un corpo ignaro di sé, dei propri bisogni, delle proprie malattie e della propria salute, privato di ogni possibilità di partecipare e lottare per ottenerla […]. Una cura diversa non può che muoversi in questa direzione, offrendo una terapia che sia stimolo a una riappropriazione di sé […] l’unica premessa a una possibilità di cura per la malattia dell’uomo è un rapporto diverso, soggettivo, partecipato nella vita e, quindi, nella malattia.” Così scriveva Franca Ongaro Basaglia in Salute/Malattia. Le parole della medicina, negli anni della “deistituzionalizzazione della malattia”, oltre che dei luoghi che contenevano e oggettivavano il malato. Deistituzionalizzazione, emancipazione, responsabilità, guarigione, inclusione sociale e cittadinanza: parole antiche che risuonano nel termine moderno di recovery.


Màt 2015: per una salute mentale di comunità

di Anita Eusebi
La Settimana della Salute Mentale, in programma a Modena dal 17 al 23 ottobre 2015, non deluderà di certo le vostre aspettative. L’iniziativa Màt, giunta felicemente alla sua quinta edizione e volta come è noto alla sensibilizzazione culturale del territorio sui temi della salute mentale e alla lotta al pregiudizio e allo stigma che gravano su chi soffre di disagio psichico, si presenta ricca di eventi dai contenuti importanti e dalle modalità espressive più varie.
Lezioni magistrali tenute dai maggiori esperti, incontri scientifici, dibattiti di carattere politico-sociale, tavole rotonde, seminari formativi, presentazioni di libri di successo e ampio spazio riservato a eventi di carattere artistico-culturale, con una speciale enfasi sul teatro come strumento narrativo straordinario per dare voce alla salute mentale. Questa la grande varietà di eventi, aperti a tutta la cittadinanza, cui si affiancano il concorso per cortometraggi Meglio matti che corti, promosso da Arci Modena, e il concorso fotografico InGrandiMenti, organizzato da AITeRP Emilia-Romagna, in perfetta sintonia con l’attenzione che Màt dedica da sempre alle arti figurative nel promuovere la salute mentale.
L’iniziativa, sulla base di un percorso di progettazione partecipata e orientata alla centralità degli utenti, si svolge come da tradizione in collaborazione con le associazioni Idee in circolo e Insieme a Noi e vede il coinvolgimento di partner istituzionali oltre che di un’ampia rete di soggetti del mondo dell’associazionismo di utenti, familiari e operatori dei servizi di salute mentale, del volontariato, del privato sociale e imprenditoriale, del mondo della scuola e dell’università, della promozione sociale, delle fondazioni.
La giornata inaugurale del 17 ottobre vedrà la presenza di Stefan Priebe, professore di Psichiatria Sociale e di Comunità presso la Queen Mary University di Londra e di Angelo Barbato, epidemiologo e psichiatra dell’Istituto Mario Negri di Milano, nonché l’intervento di Pietro Barbieri, Presidente del Forum Nazionale Terzo Settore. L’argomento di riflessione, la missione politica della psichiatria e la partecipazione della comunità alle politiche sulla salute mentale.
Tra i temi caldi della salute mentale che saranno oggetto di discussione durante la manifestazione: la contenzione, le dipendenze, le politiche sulle droghe leggere, l’istituzionalizzazione dei minori, la crisi nei dipartimenti di salute mentale, le problematiche del passaggio dai servizi di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza a quelli per gli adulti, le vecchie e nuove povertà, la crisi nel mondo del lavoro e le ricadute in termini di salute mentale, o ancora i servizi per la salute mentale delle persone senza dimora.
Verrà aperta anche una finestra di riflessione sull’autismo con lo spazio dedicato all’incontro con il giornalista Gianluca Nicoletti, padre di un ragazzo autistico e autore dei libri Una notte ho sognato che parlavi e Alla fine qualcosa ci inventeremo, divenuto quest’ultimo ufficialmente oscar best seller proprio in questi giorni. Altri incontri con l’autore sono previsti per i libri Il manicomio chimico di Piero Cipriano, La rivolta del riso di Renato Curcio e Solo un salto e la ragione diventa follia di Stefania Laurora. Nel corso del convegno Superare la contenzione si parlerà inoltre dei testi …e tu slegalo subito con Giovanna Del Giudice e I nodi della contenzione con Luca Negrogno.
Grande attenzione sarà rivolta a una salute mentale di comunità dove si diano innanzitutto valore e significato alla soggettività di ciascuno, ingredienti fondamentali in percorsi di empowerment per le persone con disagio psichico. Se ne parlerà all’Incontro nazionale Le Parole Ritrovate sul tema Guarire dalla Guarigione, un appuntamento emozionante, che vedrà protagoniste le testimonianze, le esperienze vissute in prima persona. D’altro canto, il convegno Recovery: una sfida possibile, presieduto da Marco Rigatelli, professore di Psichiatria presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, permetterà di riflettere ulteriormente sulle pratiche orientate alla recovery come riconquista di sé e sul paradosso della guarigione, oltre e nonostante il disturbo mentale.
Particolarmente importante il seminario, accreditato dall’Ordine dei Giornalisti Emilia Romagna e promosso dall’Associazione Stampa modenese, sul tema Media e Salute Mentale: l’evento sarà l’occasione per ragionare su linee guida, di carattere etico, necessarie per un’informazione corretta ed efficace nell’ambito della salute mentale tale da ridurre lo stigma nei confronti delle persone con disagio psichico o quantomeno non alimentare stereotipi e pregiudizi. In altre parole, per intervenire sulle rappresentazioni negative della malattia mentale e delle persone che ne soffrono.
Altro evento culturale di significato la tavola rotonda Teatro e Salute Mentale: inteso come strumento terapeutico e mezzo per praticare attivamente l’inclusione sociale, il teatro assume indubbiamente un ruolo rilevante nell’edizione 2015 di Màt. Numerosi gli spettacoli teatrali proposti, con un ricco cartellone che vede partecipare compagnie da diverse regioni italiane, molti dei quali frutto di laboratori condotti con gli utenti-attori di alcuni centri diurni e parte del Progetto Regionale “Teatro e Salute Mentale”.
Merita un discorso a parte, Ragazzi della via Paal - Conversa/Azione in un tempo tra un ex direttore e un ex internato dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa: un testo teatrale che nasce da mesi e mesi di colloqui tra Adolfo Ferraro, ex direttore del manicomio giudiziario di Aversa, e Giuseppe Rosano, ex internato, e racconta l’istituzione da dentro, secondo i due diversi punti di vista. A vari mesi dalla chiusura per legge degli OPG, mentre il destino di molti degli internati rimane tuttora incerto, appare quanto mai necessario continuare a tenere alta l’attenzione sul tema.
Questi sono solo alcuni degli eventi in programma per l’edizione 2015 di Màt – Settimana della Salute Mentale a Modena. Numerose anche le iniziative collaterali che arricchiranno ulteriormente di significato la manifestazione. Tra queste, la Notte dei Senza Dimora del 17 ottobre, Giornata Internazionale di lotta alla Miseria e appuntamento di rilevanza nazionale con iniziative analoghe in tutte le principali città italiane.
Vi aspettiamo dunque numerosi a Màt 2015 per condividere progetti, riflessioni ed esperienze in un dialogo aperto, responsabile e coinvolgente sui temi della salute mentale.


MÀT Modena è un progetto ARCI Modena — Via IV Novembre 40/L — 41123 Modena (MO) — settimanasalutementale@arcimo.it

 

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