Le (poche) parole della salute mentale sui giornali. Conversando con Bruno Manfellotto (L’Espresso), Leonardo Tancredi (Piazza Grande) ed Enrico Grazioli (La Gazzetta di Modena)
Post Production di Anita Eusebi
“Una persona che attraversa l’esperienza del disturbo mentale rischia di perdere fondamentali diritti personali e sociali. L’impegno di tutti gli attori sociali dovrebbe essere pertanto volto alla difesa e al potenziamento di tali diritti, per garantire le cure, la dignità e il rispetto di ognuno e, più in generale, per promuovere la salute di tutti”. Questo è quanto si legge nella Carta di Trieste, un noto documento redatto nell’idea di fornire ai giornalisti da un lato linee guida in nome di un’informazione corretta ed efficace in termini di salute mentale, dall’altro indicazioni che permettano di contrastare e ridurre lo stigma nei confronti del disagio psichico. Ciò per tentare di risolvere stereotipi e pregiudizi che spesso purtroppo abbondano nei media e comportano una percezione negativa o comunque distorta, alimentando di conseguenza processi gravemente stigmatizzanti.
Ma è davvero così complicato scrivere di salute mentale mettendo insieme la notiziabilità e il rispetto di chi vive condizioni di disagio e di sofferenza? «Beh, innanzitutto è un discorso di buona educazione giornalistica», commenta Bruno Manfellotto, ex direttore de L’Espresso e ospite a Màt in occasione della tavola rotonda Crisi e salute mentale. «Quando ho cominciato a fare questo mestiere, negli anni settanta, il mio primo direttore fu Arrigo Benedetti. Per citare un aneddoto significativo, ricordo che era solito inviare a tutti giornalisti un breve elenco di parole o giri di parole che non voleva assolutamente leggere sul giornale. Tra queste, follia omicida. Da lì un’espressione del genere io non l’ho mai usata, e non la uso mai. È certamente vero che i media hanno un gran peso nel determinare l’opinione pubblica – prosegue Manfellotto – in particolare in questi ultimi tempi segnati dalla crisi. Il giornalista ha sempre il dovere di raccontare la realtà. Ma ha anche la responsabilità di come lo fa. E occorre stare molto attenti: notizie raccontate male, non fondate, non responsabilmente valutate, possono avere effetti negativamente importanti e non trascurabili su chi legge, soprattutto su chi magari sta vivendo già di suo una situazione difficile e delicata».
È facile osservare anche che non sembra esserci, in generale, grande interesse o comunque disponibilità da parte dei giornali nel dedicare spazi ad argomenti e questioni propri dell’ambito della salute mentale, a meno che non si tratti della rubrica dell’illustre psichiatra o di fatti di cronaca occasionali e purtroppo tragici. La vince piuttosto la ricerca instancabile dello schizococco a cui è risolutorio attribuire qualunque responsabilità, come soluzione di tutti i mali. Ci si ricorda poco della salute mentale intesa in senso più ampio, si parla dei “matti” solo quando a ragione o a torto fanno scalpore, quando permettono in qualche modo ai giornalisti di dare una spiegazione facile, rapida e nella maggior parte dei casi sbagliata a vicende drammaticamente complesse, con l’unico risultato di contribuire ad alimentare i soliti e peggiori luoghi comuni. A differenza di altri ambiti del mondo della sanità, raramente trovano spazio sui giornali esempi positivi di storie di chi vive o ha vissuto esperienze di sofferenza psichica, come pure la realtà di associazioni che si rimboccano quotidianamente le maniche tra mille difficoltà.
«Riguardo alla scarsa presenza sulla carta stampata di questi temi non saprei dire se è un discorso di apprezzamento o meno da parte del pubblico, in senso statistico», afferma Manfellotto. «Nei giornali in genere c’è comunque la convinzione che gli argomenti più aspri e duri è meglio evitarli. Innanzitutto perché creano problemi, sono difficili da trattare. Poi perché occorre un minimo di conoscenze e competenze e occorre prestare massima attenzione a quello che si scrive e a come lo si scrive». Come dire, nell’epoca della fretta, delle competenze improvvisate, dei titoloni da urlo, del “se è complicato lasciamo stare, ci piacciono solo le cose semplici”, il rischio che si corre è proprio quello che i giornali preferiscano trattare argomenti più rassicuranti piuttosto che sporcarsi le mani in questioni così complesse. Perlomeno finché non accadono tragedie familiari che, per quanto terribili, ormai però sono “di moda”, quindi ritenuti meritevoli di una certa attenzione.
«La logica dell’informazione purtroppo è proprio quella secondo cui dei “matti” se ne parla soltanto in occasione di fatti eclatanti», sostiene Leonardo Tancredi, direttore editoriale del giornale di strada Piazza Grande e ospite di Màt per il dibattito Senza fissa dimora e salute mentale. «Per esempio, nel caso di delitti familiari, che sono notizie seriali e in quanto tali trovano facilmente spazio sui giornali, il riferimento al “matto” ci scappa quasi sempre, e che il soggetto in questione “matto” lo sia davvero oppure no poco importa. Per altro tipo di notizie e storie, chiedersi se il fatto che non ce ne siano molte sui giornali sia dovuto alla mancanza di interesse da parte del pubblico oppure alla scelta del direttore del giornale, direi che è un po’ un circolo vizioso, un cane che si morde la coda. Ho sempre pensato che chi fa un giornale debba porsi molto questo problema, avere in un certo senso un approccio anche un po’ pedagogico, cioè parlo di questo argomento perché voglio si rifletta su questo tema. Purtroppo però questo succede raramente, capita che molti si preoccupino più di come abbinare lo spazio di inserzione pubblicitaria al tema di cui si sta parlando che di altre questioni».
Non è da tutti avere la sensibilità di interrogarsi sul ruolo e sulle modalità della comunicazione nell’ambito della salute mentale. E spesso purtroppo questioni di salute mentale o comunque temi sociali finiscono per avere protagonista una marginalità offesa, oltre che trascurata, dai canali di informazione. «È una questione molto importante. Ed è uno degli spunti principali sui quali è nato il giornale Piazza Grande», puntualizza Tancredi. «Una delle prime battaglie è stata quella di provare a convincere i giornalisti e il pubblico in generale a non usare nel nostro caso la parola barbone, ed è una battaglia che ancora oggi non è stata vinta, nonostante le persone senza fissa dimora siano tra le più sbarbate che io abbia conosciuto. E c’è una ragione banale, per quanto dolorosa: barbone è una parola composta da 7 caratteri mentre senza fissa dimora ne ha 17, se contiamo come d’abitudine anche gli spazi. Questo per dire che purtroppo è difficile piegare la comunicazione in modo da evitare certe logiche stigmatizzanti. Resta il fatto che anche la singola parola necessita di un’attenzione e di una cura non trascurabile – insiste Tancredi – anche la singola parola può veicolare messaggi importanti. E questo vale per la condizione di senza fissa dimora come per quella di chi ha problemi di tipo psichico».
Sulla questione dell’importanza delle “parole della salute mentale”, le associazioni Idee in Circolo, Insieme a Noi e Social Point di Modena stanno portando avanti dal 2011 un osservatorio permanente di articoli su stampa locale. Tra i risultati parziali di questo studio è emerso un aumento dell’uso fuori contesto di termini propri invece dell’ambito della salute mentale e il ritorno di espressioni come follia omicida o malato mentale, in un riaffiorare preoccupante del pregiudizio della pericolosità sociale. Enrico Grazioli, direttore de La Gazzetta di Modena spiega che «è possibile che gli operatori dell’informazione siano stati ultimamente purtroppo un po’ meno attenti di quanto avrebbero dovuto esserlo. È uno sforzo giusto e dovuto quello che ci viene chiesto, un passo in avanti che dobbiamo compiere. Sarebbe il segnale di un’acquisita consapevolezza delle problematiche che riguardano la salute mentale in cui anche i mezzi d’informazione possono dare un contributo significativo, a cominciare appunto dal non utilizzare magari inavvertitamente o per superficialità una terminologia inappropriata».
Fuori come va? è in particolare la rubrica mensile de La Gazzetta di Modena che dà la possibilità a persone seguite dai servizi, ai loro familiari e alle associazioni di raccontarsi e raccontare esperienze di vita attraverso un’intera pagina messa loro a disposizione. «La sensibilizzazione a freddo o forzata ha scarsi risultati. Il modo migliore di sensibilizzare è raccontare delle storie, – commenta Grazioli – non solo sottoporre la drammaticità di un problema quando questo esplode nei suoi aspetti più gravi. Credo che il senso di Fuori come va? sia proprio questo, dare la possibilità alle persone di raccontare in prima persona delle storie, delle esperienze, delle sofferenze, ma anche dei successi e trasmettere così al resto della comunità un messaggio secondo cui la salute mentale non è una questione di diversità, ma è una risorsa, una possibile ricchezza che tutti dobbiamo imparare ad accompagnare nel suo cammino di difficoltà ma anche a fare nostra per quanto di positivo riesce a darci».
Perché un’informazione fatta di vuoti, parole a caso e pregiudizi sottintesi penalizza i più deboli, ma penalizza anche tutti noi. Lettori o giornalisti non fa differenza, ci danneggia in quanto esseri umani. Non resta allora altro da fare che informarsi bene, documentarsi, approfondire, guardare oltre e soprattutto, come consiglia Grazioli, «non fidarsi mai di semplificazioni a monte che qualcuno può aver fatto per ragioni diverse da quelle della buona informazione».
Il doppio filo che lega marginalità e Salute Mentale
Post Production di Anita Eusebi
Vivere nell’insicurezza espone anche la persona più equilibrata a una condizione di fragilità sul piano psichico. Se n’è parlato durante Màt, la settimana della salute mentale di Modena
Quando in una situazione di grave difficoltà si finisce per perdere casa, lavoro e affetti, poi cosa resta? «Voglio sperare che al di là delle macerie, al di là delle derive, ci sia sempre una possibilità di approdo», afferma Cristiano Regina, autore de La parte che resta, documentario proiettato lo scorso 21 ottobre a Modena nel corso di Màt – Settimana della Salute Mentale, durante il dibattito Senza fissa dimora e salute mentale moderato dal direttore di Piazza Grande Leonardo Tancredi. «È necessario riaggrapparsi con le unghie a quel che è andato perduto, per ritrovare possibilità di relazione e ridefinire una propria identità».
Un tema delicato quello dei senzatetto, che va affrontato «smarcandosi da un lato dalla dicotomia usuale tra la figura del clochard romantico vagabondo e il nuovo povero, dall’altro dal rischio di scivolare nell’assistenzialismo o nelle istituzioni totalizzanti, con il pericolo della cronicizzazione», sottolinea Tancredi.
«Vivere nell’insicurezza totale per la propria abitazione espone anche la persona più equilibrata a una condizione di estrema fragilità sul piano dell’equilibrio psichico», puntualizza Fabrizio Starace, direttore del DSM di Modena. «Figuriamoci le fasce marginali più svantaggiate. La salute mentale deve aprirsi all’incontro con le contraddizioni della sofferenza, rompendo il circolo vizioso che assicura loro una “comoda” (tra mille virgolette) carriera di paziente psichiatrico, una carriera che attiviamo per placare la nostra coscienza per non essere in grado di dare una risposta».
Preoccupante al riguardo la testimonianza di Emanuele Cavaliere, psichiatra dell’associazione modenese Porta Aperta. «Quest’anno abbiamo riscontrato il quadruplicarsi delle persone con disagio mentale rispetto al 2013. Bisogna comunque fare attenzione – precisa Cavaliere – non è sempre vera l’equazione secondo cui una persona prima finisce in strada e poi si ammala. Accade spesso anche il viceversa, ossia che una persona con problemi psichici fatichi a trovare lavoro e a stabilire relazioni, e a un certo punto si ritrovi in strada».
Per non parlare di chi, in fuga da guerre, violenze e miseria, giunge in Italia con un carico molto pesante di sofferenza. «Troppo spesso si dipinge una realtà che non corrisponde al vero. Senzatetto diventa un’etichetta, uno stigma», commenta Davide Mattioli, presidente dell’associazione culturale Partecipazione e curatore dell’edizione locale di Reggio Emilia di Piazza Grande. «Si dice che la maggior parte dei senzatetto sono immigrati irregolari. Forse statistiche alla mano è vero, ma è soltanto perché sono persone più fragili di altre. Un immigrato che perde il lavoro rischia di perdere il permesso di soggiorno, e se perde il permesso non lavora e quindi non paga l’affitto. Diventa irregolare. E senzatetto».
Marginalità e salute mentale, temi legati dunque a doppio filo nella realtà dei fatti e nei luoghi comuni di una “normalità” in cui è necessario salvare “la parte che resta”. Per non perdersi. Poiché, per dirla con le parole di Primo Levi in Se questo è un uomo, accade facilmente a chi ha perso tutto di perdere anche se stesso.
(pubblicato su Piazza Grande, novembre 2014)
http://www.piazzagrande.it/giornale/

Riflessioni libere su ... "noi gente pazza ragioniamo col cuore"
Post production di Giulio Ferrari, Andrea Giglioli, Lisa Brescancin
L’incontro nazionale Le Parole Ritrovate, il sesto a Modena, è diventato un appuntamento fisso all’interno della Settimana della Salute Mentale di Modena, alla sua quarta edizione.
Affettività e Sessualità sono state le tematiche affrontate in un anno ricco di confronti, riflessioni, pensieri liberi, associazioni di idee anarchiche, emozioni, sorrisi, lacrimucce e tanto altro ….
L’incontro nazionale tenutosi alla tenda il 22 Ottobre 2014 ha visto l’incontro e confronto tra tutta la cittadinanza della salute mentale intesa come bene comune.
Il tutto è stato moderato da RadioLiberaMente, la Radio della Salute mentale di Modena, che ha presentato, "ironizzato" durante tutta la giornata che ha visto l’ascesa di un presentatore per eccellenza dal nome Giulio Ferrari che descrive quel giorno come divertente e responsabilizzante ….. e se chiediamo a lui se i matti fanno sesso lui risponde “un rapporto tra sesso e salute mentale esiste sicuramente … se il paziente si tromba la dottoressa!!!!” …
Ecco si Giulio ci porta al centro della questione …. I matti fanno sesso? I matti possono innamorarsi??? Mah chi lo sa … abbiamo però una certezza i matti hanno dei sentimenti, i matti sono veri, i matti sono trasparenti, I MATTI SANNO AMARE .
Ingrid, rappresentante dell’Assemblea di Parole Ritrovate di Castelfranco, ripensando a quel 22 ottobre afferma: << Parlando della mia esperienza davanti a tanta gente mi sono commossa ma so di aver mandato un messaggio di speranza a tanta gente che in quei minuti mi ha ascoltata. Il mio messaggio è NON MOLLATE qualunque cosa vi sia accaduta, dal perdere persone care, parlando di Affettività, e dall’aver subito violenze, parlando di Sessualità. Semplicemente NON MOLLATE>> ….
Non ci sono parole migliori che rappresentino lo spirito di Parole Ritrovate, spirito di cambiamento che nasce dall’unione della forze di tutti cercando di mettere al centro le persone, le singole soggettività, le storie di ognuno dando ad ognuna di esse pari dignità.
La Salute Mentale è bene comune e per questo solo attraverso una cittadinanza collettiva attiva e sensibile, si può agire un cambiamento che noi crediamo come sempre possibile.
Mahatma Gandhi diceva “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”.
Le parole della salute mentale... Conversando con Eugenio Borgna
Post production di Anita Eusebi
“Di persona che non possiede, o non possiede interamente, l’uso della ragione. O anche di persona eccessivamente impulsiva o violenta”. Questa la definizione di matto nel vocabolario Treccani. Poi c’è folle che sta per “privo di senno, malato nelle funzioni mentali e abnorme per quanto riguarda gli atteggiamenti e i comportamenti che ne derivano”. O ancora pazzo, e lì la definizione è sintetica e senza ambiguità d’interpretazione: “malato di mente, sinonimo di matto”. Abbondano poi le estensioni di significato, gli usi figurati e proverbiali dei termini, e anche i riferimenti letterari e poetici con citazioni da Boccaccio, Dante, Manzoni, Verga. Persino un verso di Alda Merini. La stessa Alda Merini che probabilmente penserebbe bene di dar fuoco al vocabolario se solo leggesse definizioni di questo tipo. Morale della favola, non una parola, dico una soltanto, all’ esperienza di dolore e di sofferenza di chi ancora oggi viene etichettato, più o meno simpaticamente, con questi termini. Ma dunque chi è il matto o il màt, per dirla alla modenese?
«Tanto per cominciare io non uso mai queste parole», precisa subito Eugenio Borgna, psichiatra tra i più autorevoli e stimati, e ospite della giornata inaugurale di Màt – Settimana della Salute Mentale lo scorso 18 ottobre a Modena. «Io non parlo mai di matti, non parlo mai di pazzia – prosegue Borgna – perché ritengo che tutte le parole debbano rispettare fino in fondo con il loro significato quella che chiamiamo dignità. Chi soffre ha una dignità altissima. Chi soffre ha anche delle antenne rabdomantiche che gli consentono istantaneamente di capire se da parte dell’interlocutore ci sono attenzione, affetto, e un reale ascolto. È fondamentale quindi il rispetto che tutti dobbiamo avere delle parole, delle emozioni, degli sguardi, dei gesti, dei saluti. Il modo in cui si stringe per esempio la mano di una persona che sta male può palesare la sensibilità di chi fa questo gesto, come pure la sua indifferenza. Chi sta male questo lo capisce bene».
Come evitare allora nell’ambito della salute mentale parole stonate e inopportune che rischiano di ferire e far male, o nel migliore dei casi di fare comunque cattiva comunicazione? Oggi ha ormai un qualche senso parlare di persone con esperienza, d’altro canto va molto di moda l’appellativo utente. «No, la parola utente proprio non la userei – commenta Borgna – anche quello è stigma, mi fa pensare all’utente del gas, all’utente della luce. Insomma, a cose che con l’animo e con la sofferenza non hanno proprio nulla a che fare. Le parole hanno bisogno di esprimere fino in fondo la dignità, la libertà, la spontaneità della sofferenza. Come diceva il filosofo Wittgenstein, le parole che scegliamo cambiano il mondo nel quale noi stessi viviamo e cambiano il mondo di coloro che incontriamo. È allora di un’importanza estrema saper scegliere parole che aprano alla comunicazione, parole che non facciano del male, parole che siano portatrici di rispetto, di delicatezza, di sensibilità. Parole che possano aprire alla speranza il cuore di chi vive uno stato di disagio e di dolore». E màt? «Non conosco il dialetto modenese, ma mi hanno spiegato che màt con questo accento implica in qualche modo una trasfigurazione scherzosa e ironica della condizione di sofferenza psichica. Per cui no a parole come matto. E no a parole come pazzia, che è assolutamente da cancellare. Via libera invece per màt, che mi sembra una parola così carica di solidarietà e di umanità».
L’importanza del linguaggio è dunque assoluta. Questo il senso delle parole di Borgna, che in La solitudine dell’anima scrive “Le parole della speranza e le parole del silenzio sono le premesse necessarie alla comprensione e alla decifrazione del dolore e dell’inquietudine, della tristezza e della gioia, in noi e fuori di noi. […] Ci sono parole che danno ali alla speranza a alle attese”. Viceversa, ci sono parole “che fanno dell’altro un oggetto, e che fanno di noi degli estranei”. Parole dunque che è meglio tacere. Di quelle parole che racchiudono in sé la grigia connotazione del pregiudizio, comprese le aggravanti insensate, ma riscontrabili senza troppa difficoltà persino in un vocabolario di italiano, dell’esclusione sociale, della pericolosità e dell’inguaribilità. Parole “fredde, opache, crudeli e pietrificate” – come scritto nel suo ultimo libro La fragilità che è in noi – di contro a parole “leggere e profonde, fulgide e discrete, delicate e aperte alla speranza, fragili e friabili, permeabili all’ incontro e al dialogo”.


