La Legge Basaglia: ieri e oggi tavola rotonda
Giovedì 24 ottobre
Ore 15.30/18.30
Conferenza, Dibattito
A Cura di Associazione Al Di Là Del Muro ODV
A 45 anni dalla legge di riforma dell’assistenza psichiatrica lo stato di debolezza dei presidi e delle attività che devono assicurare il diritto alla salute mentale e alle cure espone sempre più le persone con sofferenza e i loro familiari al rischio di abbandono, stigma e pratiche non rispettose dei diritti. Gli operatori, nei servizi pubblici, nelle cooperative sociali, i volontari stessi, vivono spesso condizioni difficili, di insicurezza e precarietà che si riflettono sulla qualità dell’assistenza. Così anche le esperienze più qualificate e avanzate rischiano di arretrare. Nel centenario di Franco Basaglia, la 2^ Conferenza nazionale autogestita per la Salute Mentale che si terrà a Roma il 6-7 dicembre p.v. sarà un’importante occasione per discutere e decidere assieme. In previsione di quell’appuntamento, l’incontro “La Legge Basaglia: Ieri e Oggi Tavola Rotonda” consentirà a operatori, utenti, familiari, cittadini, di evidenziare le contraddizioni e le possibili soluzioni da discutere nell’assemblea di Roma.
Intervengono: Giuseppe Tibaldi, Massimo Bigarelli, Giorgio Cova, Giovanna Del Giudice, Gisella Trincas, Vito D'Anza.
Circolo culturale Loris Guerzoni, Via Genova, 1, Carpi (MO)
Evento disponibile in streaming
Ci ha lasciato Franco Rotelli, lo psichiatra protagonista della rivoluzione basagliana
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Insieme a Franco Basaglia è stato massimo fautore della deistituzionalizzazione nell’approccio al disagio mentale. Aveva 80 anni.
Si è spento la mattina di Giovedi 16 Marzo nella sua cosa noi lo ricordiamo per la sua partecipazione a Mát 2021 nell'intervista a cura di Sara Manzoli
https://www.vita.it/it/article/2023/03/16/ma-la-salute-mentale-che-cose-morto-lo-psichiatra-franco-rotelli/166137/
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Màt 2015: ripensare le pratiche in chiave di recovery
di Anita Eusebi
“Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita. Se vogliamo sapere qualcosa di un uomo, chiediamo: “Qual è la sua storia, la sua storia vera, intima?” poiché ciascuno di noi è una biografia, una storia. […] Per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi, possedere, se necessario ri-possedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo ripetere noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il dramma interiore, il racconto di noi stessi”. Così scrive Oliver Sacks in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, quando racconta la storia del signor Thompson. Analoghe riflessioni sono state il filo conduttore del convegno Recovery: una sfida possibile che si è tenuto lo scorso 19 ottobre nell’ambito di Màt 2015 a Modena.
Tra gli ospiti, Antonio Maone, psichiatra del Dipartimento di salute mentale Asl Roma/A, è intervenuto introducendo abilmente ai nuovi paradigmi della salute mentale. «L’esperienza prolungata della malattia mentale produce “un’erosione del senso di sé”. Ed è questo un concetto saturo di significati. È cioè come se la malattia avesse un doppio, come diceva lo stesso Franco Basaglia. Noi ne vediamo solo l’aspetto esteriore, ma il vero bisogno – da cui nasce la malattia – è dietro. Come se, nel caso di una riabilitazione motoria di un arto che ha subito una rottura, noi curassimo i muscoli, e dimenticassimo che il danno sta nelle ossa. Per non parlare dello stigma interno che gradualmente si sviluppa e con il quale noi professionisti facilmente colludiamo: pensiamo che per quella persona non c’è niente da fare, allora la persona se ne convince e noi con lei», ha affermato Maone. «Questo tipo di danno erode chiaramente il senso di sé dell’autoefficacia, che è la “conditio sine qua non” dell’autodeterminazione. E la motivazione noi la recuperiamo solo restituendo strumenti opportuni e reali, con i quali le persone possono fare quello che desiderano. Se non riusciamo prima di tutto a riattivare la motivazione, allora le tecniche, anche le più aggiornate e raffinate in campo riabilitativo, rischiano di perdere senso ed efficacia».
L’importanza dell’esperienza personale, del metterla in gioco, come aspetto centrale del percorso riabilitativo, è stata sottolineata a Màt 2015 anche da Roberto Mezzina, Direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste: «Il termine recovery non significa necessariamente guarigione clinica, bensì enfatizza il viaggio compiuto da ciascuno nel ri-costruirsi una vita al di là della malattia. È presa di coscienza di sé e dei propri problemi, ma soprattutto dei propri obiettivi di esistenza».
Ma come ripensare le pratiche della salute mentale in chiave di recovery? «Questo è il punto essenziale», ha affermato lo psichiatra Giuseppe Tibaldi, altro ospite del convegno, responsabile del Centro di salute mentale di Barriera di Milano e coordinatore scientifico del Centro studi e ricerche in psichiatria di Torino. «Soprattutto quando il principio che riceviamo nei nostri percorsi formativi universitari è un principio di inguaribilità. Scientificamente infondato, è tra i principali ostacoli nei percorsi positivi perché, nel momento in cui si comunica per esempio a una persona che dovrà prendere i farmaci per tutta la vita, si manda un messaggio di inguaribilità. Ed è un messaggio che non è legittimo. Dobbiamo assolutamente ripensare il nostro modo di usare gli psicofarmaci, per il principio generale che il farmaco, da solo, non è sufficiente. E riporto posizioni molto critiche rispetto ai farmaci non perché io non li prescriva nel mio lavoro quotidiano, li uso tutti i giorni, ma li uso nella consapevolezza dei loro limiti, della loro parzialità».

“La guarigione non implica che il danno prodotto dalla ferita esistenziale non sia mai esistito, ma significa che quel danno non controlla più la nostra esistenza”, recitava una delle slide proiettate da Tibaldi. «Credo che questo sia un elemento chiave dei percorsi positivi. In altre parole, so che rimangono residui di sofferenza, ma so che non controllano più l’esistenza. C’è una sorta di rovesciamento degli equilibri interni che possiamo tradurre con il termine di “empowerment”: il nucleo psicotico di sofferenza perde potere, come una dittatura che è destinata a cadere, a cedere alle forze interne di resistenza e di opposizione. Noi professionisti dobbiamo credere che tali forze di opposizione vadano sostenute e favorite perché riprendano il controllo della persona con disagio psichico. Continuando nella metafora, penso che un professionista non possa allearsi col dittatore, non possiamo dire a una persona “rassegnati, la psicosi ti resterà addosso per il resto della tua vita”, sarebbe come dire “tieniti la dittatura che siamo tranquilli tutti e due”. Penso che, anche quando le cose non sembrano andare bene, vada fatto ogni sforzo possibile per sostenere la coalizione interna che può rovesciare la dittatura», ha ribadito Tibaldi. «Ritengo dunque che sia nostro compito ascoltare le storie di coloro che hanno attraversato questa esperienza ed entrare in una zona di relazione. Non possiamo far altro che discutere con loro, incontrare il loro punto di vista, in una sfida quotidiana verso una psichiatria post-paternalistica. Noi non siamo i migliori interpreti e rappresentanti dei bisogni dei nostri pazienti, dobbiamo costruire un’alleanza con loro che non sia asimmetrica, come invece di solito accade nei servizi. È questo quello che ci chiedono i “sopravvissuti” più consapevoli. Per questo dobbiamo ripensare l’uso del farmaco, soprattutto alla luce del fatto che lo psicofarmaco uccide la curiosità, sia del paziente che del professionista. C’è un rischio fortissimo che si dorma entrambi, si perda cioè la curiosità di capire perché si è avuta l’esperienza psicotica. Come sono solite dire le associazioni di uditori di voci, “non chiedetemi niente sui miei sintomi, chiedetemi che cosa mi è successo nella vita”. Questa è la domanda essenziale. L’unica domanda legittima che un professionista può fare».
Perché, come scrive ancora Oliver Sacks, “l’uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua dignità, il suo sé”. Per non sentirsi più visto come una persona malata, come un “diverso”, stigmatizzato dalla società e da se stesso.
Màt 2015: la missione politica della psichiatria e il ruolo delle “periferie umane”
di Anita Eusebi
«Non è il taglio degli investimenti in tecnologie sanitarie o strutture residenziali quello che può determinare una caduta della qualità. Ma è il taglio dell’unica tecnologia che vale per la salute mentale: la tecnologia umana, rappresentata da operatori competenti, motivati, empatici, che hanno a disposizione una risorsa fondamentale che non è il denaro, ma il tempo, per strutturare una relazione terapeutica con una persona che ci chiede aiuto». Con queste parole Fabrizio Starace, direttore del DSM-DP di Modena, ha aperto lo scorso 17 ottobre a Modena l’edizione 2015 di Màt – Settimana della Salute Mentale.
Introducendo ai temi delle lezioni magistrali della cerimonia inaugurale, Starace ha ribadito come tra i principi generali delle politiche di salute mentale rivestano un ruolo fondamentale l’empowerment di utenti e familiari, la partecipazione degli stessi alla vita dei servizi, la lotta all’emarginazione sociale e all’esclusione delle persone con disturbi psichici, l’affermazione di una cultura della ripresa, del recupero, della guaribilità, nella piena consapevolezza di quanto sia significativo il contributo di fattori extra clinici nel determinare decorso ed esiti delle malattie mentali. «Siamo tutti consapevoli che un rinnovamento sia necessario. La questione non è quante risorse, ma come le risorse vengono impegnate. Ed è una questione che non appartiene soltanto ai tecnici, è un’operazione, si direbbe, di politica “alta” – ha precisato Starace – alla quale tutti sono chiamati a partecipare. In modo particolare i diretti interessati, che oggi assumono un ruolo sempre più sfidante e puntuale quali interlocutori sempre più responsabili e consapevoli sul terreno delle pratiche, della valutazione delle stesse, della loro efficacia».
E della missione politica della psichiatria, di come riguardi i determinanti sociali e come l’intervento degli addetti ai lavori debba essere significativo in tal senso, ha parlato Stefan Priebe, ospite di Màt 2015, una figura tra i più influenti docenti e ricercatori nell’ambito della psichiatria sociale della nostra epoca. «Come è ben noto, tra i principali fattori che contribuiscono a una cattiva salute mentale troviamo le esperienze traumatiche durante gli anni dell’infanzia, la disoccupazione, la povertà, uno scarso livello di istruzione, le disuguaglianze sociali e le conseguenti condizioni di isolamento, per non parlare della guerra, delle persecuzioni, delle torture. Di qui la necessità – ha affermato Priebe – di iniziative concrete che mettano in “pratica” l’evidenza “teorica” della psichiatria».

Che cosa si dovrebbe fare? «Ovviamente, per ottenere miglioramenti sostanziali in materia di salute mentale pubblica, c’è bisogno di cambiare la società e mettere in atto tutti quei fattori che promuovono la salute mentale. La società deve cioè garantire condizioni positive e sicure negli anni delicati dell’infanzia, occorre assicurare la pace all’interno e tra le nazioni, sradicare la povertà, garantire una buona istruzione per tutti, promuovere la coesione sociale, lottare per la piena occupazione e contro le disuguaglianze sociali nella direzione di un gradiente sociale più equilibrato». Parole belle e importanti, ma come si può arrivare a tutto ciò in concreto? «Ci sono metodi individuali e sociali. Cambiare le regole e i processi all’interno della società è chiaramente innanzitutto un compito politico», ha ribadito Priebe. «Sono i politici a prendere decisioni sulle attività militari, le spese per l’istruzione, la previdenza sociale, il mondo del lavoro. Ma i politici non sono esperti di salute mentale: dovremmo allora forse limitarci a fornire loro la nostra visione di esperti e basta? Questo è quello che sembra essere stato l’atteggiamento dominante nel corso degli ultimi decenni. Ecco, io penso che tale astensione da una partecipazione politica attiva sia stata un grave errore, sia per le persone con disturbi mentali sia per i professionisti del settore».
Priebe ha parlato dunque dell’impegno politico come di un imperativo morale a livello locale, nazionale e internazionale, sottolineando in particolare due aspetti alla missione politica della psichiatria. Ha ricordato, in primo luogo, come storicamente, quando la psichiatria e la società si sono aperte a un importante interesse reciproco, siano avvenute grandi riforme nell’ambito di salute mentale e con ampio sostegno pubblico, con chiaro riferimento alla rivoluzione basagliana e all’approvazione in Italia nel 1978 della legge 180. Quindi ha puntualizzato, in secondo luogo, come l’impegno politico risulti essenziale per una società partecipativa e per una salute mentale di comunità, salutandoci con un interrogativo saggio e provocatorio: «Che credibilità possiamo avere come professionisti e quale rilevanza sociale, se ci preoccupiamo di pubblicare studi teorici in riviste scientifiche, ma non ci interessa l’azione politica necessaria per l’attuazione pratica di tali studi? La missione politica, non soltanto la scienza in sé, ha creato i progressi di cui oggi disponiamo».
Sulla scia dell’intervento di Priebe, si sono collocate le argomentazioni di Angelo Barbato dell’Istituto Mario Negri di Milano, altro ospite della cerimonia inaugurale di Màt 2015. Barbato ha discusso in una prospettiva politica e sociologica il tema degli attori sociali del mondo della salute mentale e la partecipazione di questi in particolare ai vari processi decisionali, senza trascurare considerazioni proprie di un punto di vista specificatamente clinico ed epidemiologico.

«Occorre capire in che misura è possibile e al tempo stesso in che misura avviene realmente la partecipazione dei vari attori sociali alle decisioni nel campo della salute mentale, tenendo conto degli aspetti e degli effetti talvolta controversi di questa. E affrontando il tema in un’ottica il più possibile scevra da ogni retorica», ha commentato Barbato. «Noi parliamo di attori sociali e della loro partecipazione, ma si tratta innanzitutto di aspetti valoriali ed etici... Ci chiediamo innanzitutto: a che livello può avvenire questa loro partecipazione? I livelli sono certamente tanti, a cominciare dal contributo che la persona con disagio psichico può apportare nel dialogo contrattuale con lo psichiatra nel decidere insieme l’aspetto terapeutico, il suo stesso percorso di cura e di trattamento individuale. Accanto alle istituzioni rappresentative e politiche, si rivela fondamentale infatti la partecipazione dei portatori di interessi, ossia di familiari e utenti, sul piano dei processi decisionali, all’interno delle proprie reti sociali, formali e informali».
In altri termini, le fasce al tempo stesso marginali e protagoniste del mondo della salute mentale sono cioè chiamate, pur tra mille difficoltà e contraddizioni, a prendere parte ai meccanismi politici e a far sentire la propria voce.
«Da alcuni decenni le politiche del nostro Paese sono centrate fondamentalmente sul ceto medio. Le periferie umane e urbane non fanno parte delle politiche che vengono messe in campo. E allora inevitabilmente la sensazione è quella di una sorta di delega in bianco delle responsabilità pubbliche – che, badate bene, non è sussidarietà ma è sostituzione – a soggetti di Terzo Settore. Ai cosiddetti “buoni”, ossia coloro che non lo fanno per utilità in quanto organizzazioni del No Profit». Queste le parole Pietro Barbieri, ospite di Màt 2015 e Presidente del Forum Nazionale Terzo Settore. Parole di grande peso e significato.

«Accade allora che nelle periferie umane di questo Paese i “buoni” non sono i soggetti più forti, ma sono anzi quelli più deboli e fragili – ha proseguito Barbieri – e tutto questo lascia sul terreno solo l’idea che ci sia una mano d’opera a basso costo e motivata da poter utilizzare. Questa è la deriva di fronte alla quale ci si trova quando le politiche non tengono in considerazione lo “scarto umano”, le persone discriminate». Cosa fare allora? «C’è bisogno chiaramente di una politica diversa, che è oggettivamente andata persa. Le politiche di welfare devono assumere un’altra direzione, tornare a costruire realmente processi di partecipazione, ed è necessaria in tal senso una mobilitazione dell’intero sistema. Si continua nella penalizzazione di tutto quello che è quel mondo altro, il mondo del “diverso”. Io sento con estrema difficoltà questa stagione. Una stagione tra l’altro nella quale la crisi lascia ulteriori danni. Ulteriori forme di povertà. Ulteriori forme di disagio sociale. Abbiamo necessità di costruire o ricostruire processi di aggregrazione e di dialogo con la cittadinanza. Non è più l’epoca di Franco Basaglia, non è più l’epoca in cui la comunità si mobilita in maniera attiva: occorre uscire da questa marginalità in cui oggettivamente siamo finiti e costruire nuove opportunità». Riflessioni pienamente condivisibili e ben in sintonia con la parola chiave dell’edizione 2015 di Màt: dignità.
[le foto sono di Anita Eusebi, le riprese video di Maurizio Bergianti]

