Per una salute mentale di comunità, nonostante i tagli
di Anita Eusebi
«La quinta edizione di Màt – Settimana della Salute Mentale di Modena si tiene quest’anno in un periodo di particolare difficoltà per la Sanità Pubblica italiana. Oggi il patrimonio di competenze professionali, di scelte organizzative, di reti collaborative che caratterizza il settore della Salute mentale nel nostro Paese è messo seriamente a rischio dall’ulteriore preannunciato ridimensionamento dei finanziamenti alla sanità», dichiara Fabrizio Starace Direttore del Dsm-DP di Modena. «L’Italia ha mostrato da tempo che è possibile fare a meno degli Ospedali Psichiatrici e più recentemente anche degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ponendo fine ai trattamenti inumani e degradanti che in quei luoghi si perpetravano – prosegue Starace –, è possibile cioè affrontare i disturbi psichiatrici sul territorio, nei luoghi di vita, attraverso una rete capillare di servizi di salute mentale di comunità, evitando l’istituzionalizzazione della sofferenza e dando corpo e sostanza ai principi di cittadinanza e di non discriminazione invocati dalle Carte fondamentali Italiana, Europea, delle Nazioni Unite. Ora il futuro di tutto ciò rischia di essere compromesso».
In anteprima rispetto all’apertura ufficiale della Settimana della Salute Mentale, il 16 ottobre si entrerà nel vivo dei temi caldi della salute mentale con il seminario dal titolo La crisi dei Dipartimenti di salute mentale nella Sanità delle Regioni. Nonostante le conquiste ottenute e il coraggio delle nuove sfide attuali, appare evidente una generale sofferenza a livello nazionale dei sistemi di welfare e dei servizi per la salute mentale in particolare. Senza dimenticare vicende recenti e drammatiche che hanno alimentano non poche riflessioni, dalle morti di persone sottoposte a TSO alla denuncia per sequestro di persona di coloro che restano internati in Opg, strutture chiuse per legge sulla carta lo scorso 31 marzo, ma ancora sostanzialmente aperte nella realtà dei fatti.
«Molti servizi si ritrovano troppo spesso a scimmiottare, e anche malamente, l’attività ambulatoriale di altre pratiche mediche fondate sul binomio diagnosi e terapia, farmacologica o chirurgica a seconda dei casi. L’approccio è cioè prevalentemente bio-medico, nonché inadeguato”. E la psichiatria finisce per non trovare risposte. Non quelle giuste», afferma Vito D’Anza, Direttore del Dsm di Pistoia e portavoce nazionale del Forum Salute Mentale, che sarà tra i numerosi ospiti della tavola rotonda all’anteprima di Màt 2015. «Ci sono pratiche manicomiali che persistono in tanti, troppi, servizi di salute mentale e che arrivano a negare i più elementari diritti delle persone con disturbo mentale». Realistico e senza troppi giri di parole, D’Anza viene così dritto al punto e racconta le sue preoccupazioni: «Gli studi degli ultimi decenni, studi che provengono da oltreoceano e oltremanica e non solo da “ideologizzati basagliani”, hanno portato alla salute mentale, alla recovery, all’empowerment, ai temi dell’abitare-lavoro-socialità, a un ruolo rinnovato degli operatori nel percorso di guarigione. Ciò nonostante, nel Paese che ha realizzato la riforma più significativa al mondo, resistono modelli e logiche manicomiali tragicamente inadeguati».
Come affrontare una situazione così complessa? «La direzione su cui insistere è quella di modalità assistenziali coerenti con una riduzione dell’ospedalizzazione e della residenzialità sanitaria, orientate verso forme più flessibili e personalizzate di residenzialità sociosanitaria, sostegno alla domiciliarizzazione degli interventi, prossimità territoriale delle cure», puntualizza Starace. «A ciò si aggiunge la valorizzazione delle risorse formali e informali, promuovendo e incentivando il protagonismo delle forme associative territoriali, vero “capitale sociale” della comunità, e degli utenti stessi, che partecipano non più soltanto come consumatori, ma diventando a loro volta produttori di beni e servizi. È sul territorio che si vince o si perde la battaglia per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale – insiste Starace –. Il settore della salute mentale deve cogliere le sfide del rinnovamento. A partire da un’accurata riflessione sullo stato attuale dei servizi territoriali per la salute mentale, sulla loro reale capacità di far fronte alla diffusione sempre più ampia di condizioni di malessere, all’emergere di nuove forme e di nuovi soggetti del disagio. In un sistema sanitario che voglia realmente interpretare i principi di equità e giustizia sociale, è fondamentale che la salute mentale torni ad essere una priorità delle politiche sociali e sanitarie dei territori locali, e questione di interesse nazionale. Affinché valga per tutti i cittadini, a prescindere da dove sono nati o risiedono, il diritto alla salute costituzionalmente garantito».
Occorre cioè farsi carico con coscienza e responsabilità delle nuove difficoltà, non girare la testa dall’altra parte né tanto meno adattarsi per rassegnazione o sfinimento. Perché, come scriveva Jiddu Krishnamurti, “Non è segno di una buona salute mentale essere ben adattati a una società malata”. Ecco, questo sarà il motto di Màt 2015.
Quasi amici: dalla vita al teatro, passando per l’Opg
di Anita Eusebi
“János Boka fissò pensosamente davanti a sé, e per la prima volta nella sua anima di ragazzo balenò l’idea di ciò che è propriamente questa vita, per la quale noi, suoi schiavi, ora con gioia ora con dolore, lottiamo.” Con queste parole si chiude I ragazzi della via Pál di Ferenc Molnár, tra i più noti classici della letteratura per ragazzi. Nel ricco cartellone di spettacoli teatrali che andranno in scena nel corso di Màt 2015, Ragazzi della via Paal, conversa/azione in un tempo a cura della Società Italiana Formazione Psichiatria Penitenziaria e Forense è liberamente tratto proprio dal romanzo ungherese. Ricontestualizzato nella realtà drammatica degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, lo spettacolo, che si terrà martedì 20 ottobre alle ore 21.00 presso il Teatro Tempio a Modena, vede protagonisti sul palco Adolfo Ferraro, ex direttore del manicomio giudiziario “Filippo Saporito” di Aversa, e Giuseppe Rosano, ex internato, e giocando sulle due diverse esperienze racconta l’istituzione dal punto di vista di chi per anni l’ha vissuta, al di là del cancello e delle mura.
Pochi oggetti sulla scena, ma significativi. Simboli dei ricordi dolorosi della reclusione, della libertà sognata, di una quotidianità di oggi che sempre è nuova conquista verso la costruzione di un futuro tutto da reinventare. Luci soffuse accompagnano l’intimità di riflessioni ed emozioni. Parole amare e al tempo stesso piene di speranza raccolte in un copione scritto a quattro mani da Ferraro e Rosano, in un dia-logos teatrale tra l’una e l’altra esperienza.
«Eviterei di parlare in senso stretto di spettacolo. Non a caso lo abbiamo chiamato conversa/azione: è cioè una conversazione con degli agiti che vuole raccontare la reclusione e l’emarginazione di chi non è omologato, con tempi, schemi e meccanismi che sono in qualche modo quelli del teatro», afferma Ferraro. «L’idea è nata quando ho smesso di essere direttore dell’Opg di Aversa e sono andato in pensione. Tra i molti rapporti che ho mantenuto con i miei ex pazienti c’è stato in particolare quello con Peppe. Parlando con lui mi sono accorto via via che le nostre vite avevano avuto molti punti in comune, fino all’incontro nella modalità dolorosissima della reclusione della malattia mentale in Opg. Chissà in quante occasioni e situazioni ci eravamo già incrociati senza saperlo! È così che ci è tornato in mente il romanzo I ragazzi della via Pál, ci siamo immaginati come due che si rincontrano dopo tanti anni in una sorta di altrove indefinito, all’inizio non si riconoscono, poi si confrontano e man mano riaffiorano i ricordi. La legnaia di un tempo a Budapest si trasforma negli ambienti bui dell’Opg, le sopraffazioni dei fratelli Pasztor si traducono nell’assenza di diritti…».
Ragazzini che giocavano insieme da piccoli e che la vita ha poi allontanato secondo destini differenti, si ritrovano ormai vecchi e stanchi e dialogando scoprono di essersi spesso incrociati senza riconoscersi e di aver condiviso in particolare nella loro vita l’esperienza dell’Opg, ma con ruoli ben diversi. Vittime e carnefici, entrambi, in modo altrettanto diverso. Inizia così la conversa/azione tra i due protagonisti sui temi del disagio mentale, di una cura improbabile in un ambiente che è insieme carcere e manicomio, della contenzione, dei maltrattamenti, dei suicidi in Opg, dello stigma sociale, dell’assenza delle istituzioni, dei diritti negati. In un’atmosfera amichevole, quasi leggera, domande, dubbi e riflessioni si alternano a racconti di vita vera, vissuta sulla propria pelle, con piena consapevolezza degli errori e orrori di ciascuno. «Ferraro come ex direttore dell’Opg e io come ex internato abbiamo deciso di mettere su questo spettacolo non tanto per lo spettacolo in sé, quanto per lanciare un messaggio alla cittadinanza, per sensibilizzare l’opinione pubblica. Molte persone non sanno come funzionano queste cose, come vengono trattate le persone con problemi psichici. Riteniamo invece sia giusto che la gente sappia», commenta Rosano.
Non banale l’idea di un dialogo teatrale tra un ex direttore e un ex internato. Ma com’era nella realtà il rapporto tra il direttore di Opg e un internato? «Come “direttori” di Opg, eravamo un misto di direttore di carcere e direttore di manicomio, dotati direi di un certo delirio di onnipotenza che personalmente ho sempre cercato di tenere a freno. Io vengo dalla scuola di Sergio Piro, mi ha insegnato che è molto importante avere un rapporto con i pazienti, stabilire una relazione, e questo è quello che ho sempre fatto. All’interno delle mura dell’Opg il mio rapporto con i miei pazienti era assolutamente umano», sottolinea Ferraro.
Intenso anche l’altro punto di vista: «Mentre ero internato Adolfo Ferraro per me era “il direttore”, e lo è rimasto anche dopo, per molto tempo» racconta Rosano. «Sarebbe finito là questo rapporto nato come medico-paziente se non fosse stato per il fatto che casualmente ci siamo rincontrati, e abbiamo iniziato a frequentarci come due persone che hanno avuto esperienze diverse. Facciamo parte dello stesso tessuto sociale e la vita ci ha portato a incontrarci in varie situazioni, pur con ruoli differenti, ma ciò non costituisce un muro, una barriera, un tabù. Ormai l’abbiamo superata questa cosa. Oggi possiamo dire di essere due uomini che sono diventati “quasi amici”. Anche attraverso l’istituzione. Soprattutto direi, nonostante l’istituzione. Ora ci diamo finalmente del tu, non mi è stato semplice superare la sua identità di direttore dell’Opg, ma mi è venuto incontro e il rapporto si è trasformato nel tempo, per volontà di entrambi. Non più un rapporto tra medico e paziente, ma fra due persone. E così, ragionando insieme, è nata l’idea dello spettacolo».
«Il copione ha vari livelli di lettura, ha sì alcuni elementi “spettacolari”, ma vuole essere soprattutto il racconto di un’esperienza doppiamente importante perché non univoca, ma bilaterale», spiega Ferraro. «Quando mi chiamavano nelle università o in altre occasioni a parlare di Opg, invece di andare da solo e portare il mio punto di vista io andavo con Peppe, che aveva modo così di raccontare anche il suo punto vista. Naturalmente, oltre al raccontare “per gli altri”, si è trattato di un lavoro interno, molto personale, per entrambi. Peppe mi chiamava ancora “direttore” fino a poco tempo fa. Ora non più. Via via si è passati al rispetto in relazione alle persone, e non più ai ruoli. Per cui in questo momento io rispetto Peppe non per il suo essere un mio ex paziente, ma per quello che è come persona. A gennaio è venuto a Napoli il giornalista del Tg2 Valerio Cataldi, autore dell’inchiesta del 2007 sugli Opg Pazzi criminali, per un’intervista e tra le varie cose ha chiesto a Peppe “ma ora tu e il direttore che cosa siete?” e Peppe ha risposto “quasi amici”, proprio come nel film».
Una particolare attenzione quella per le attività teatrali da parte di Ferraro, nota anche negli anni durante i quali è stato direttore dell’Opg. «Il fatto di recludere il disagio mentale è un qualcosa che toglie la possibilità di esprimersi, e la toglie a tutti, sia internati che direttori. Anche a direttori come me che hanno sempre cercato di denunciare tutta una serie di situazioni», precisa Ferraro. «Quando ero direttore ci tenevo che i miei pazienti facessero laboratori teatrali, e intendo l’essere in grado si esprimere se stessi attraverso il meccanismo del teatro. Certo, c’è sempre il rischio del “guarda il pazzo che fa lo spettacolo”, perché poi questo è lo stigma alla fine, però occorre non farsi fermare da questo tipo di commenti e pregiudizi. Il teatro è stato un aiuto fondamentale alla cura, ha permesso a molte di queste persone di tirare fuori una parte di loro stessi. E questo è ciò che importa. Ricordo con emozione quando facemmo lo spettacolo Aspettando Godot di Samuel Beckett, Peppe interpretò Vladimiro e fu bravissimo. Che dire, uno che sta in Opg veramente aspetta Godot…».
«Devo ringraziare Adolfo – replica Rosano – per aver scoperto questa mia passione per il teatro. Ho iniziato a fare dei laboratori grazie a lui, ci teneva molto che in Opg si facesse questo tipo di attività. Era importante tirare fuori dal guscio le persone con problemi, molti si chiudevano in se stessi fino all’abbandono totale. Una volta abbiamo recitato anche al Mercadante di Napoli, davanti a una platea di 500 persone, ti lascio immaginare l’emozione, da lì in poi la paura del pubblico è passata di botto. Si trattava di Aspettando Godot, io ero uno dei due attori principali. E oggi il fatto di fare ancora teatro è molto importante per me. Il teatro mi dà la possibilità come di guardarmi allo specchio, di vedere certe sfaccettature del mio essere che normalmente invece mi sfuggono, e quindi di approfondire la conoscenza di me stesso. Di lavorare su me stesso. Questo è un aspetto che forse lo spettatore non coglie. È importante da un lato sensibilizzare il pubblico, ma è altrettanto importante continuare a lavorare su se stessi, sempre».
Le parole di entrambi esprimono con forza quanto sia importante portare in teatro i temi della salute mentale, sia per sensibilizzare il pubblico sia per l’aspetto terapeutico per le persone con problemi psichici quando sono loro stesse gli attori sul palco, e a maggior ragione quando re-interpretano esperienze vissute direttamente in prima persona. «Sul palco racconto diversi passaggi del mio vissuto – ribadisce Rosano – io la contenzione l’ho vissuta realmente. E la voglio raccontare, è un messaggio che voglio trasmettere. Il senso di sgomento, la paura, i trattamenti brutali… Perché degli operatori debbano obbligarti a subire certe cose proprio non lo capisco! C’erano addirittura infermieri che maltrattavano i malati, aizzavano i più scombinati psichicamente verso i più deboli, con minacce e metodi bruschi. La giustificazione? Rispondevano “si è sempre stato fatto così”, e quindi continuavano a fare così. Io ho letto alcuni libri di Franco Basaglia, come L’istituzione negata, e so bene che le cose dovrebbero funzionare in modo diverso. Ci vogliono persone competenti, preparate adeguatamente, per aiutare chi ha problemi psichici, ci vogliono i dovuti modi, dialogo e impegno. Io sono del parere che le persone vadano trattate diversamente, se una persona ha bisogno di cure, l’istituzione deve fornirle e decentemente. Legare una persona non significa curarla, significa mettere da parte la ragione, e il cuore. Sono queste le contraddizioni assurde dell’Opg».
A sei mesi dalla chiusura per legge degli Opg, quello di Aversa, come gli altri, è ancora aperto. «Ci sono oggi circa 50 persone. Stanno avviando la costruzione di due Rems e l’Opg diventerà a breve un carcere a custodia attenuata. Molto probabilmente gli internati pericolosi che sono ancora in Opg andranno a finire in una sezione psichiatrica del carcere», spiega Ferraro. «Io non penso comunque che le Rems possano essere la vera soluzione, certamente non è quello per cui abbiamo lottato. Lo scopo non è quello di avere un “manicomio migliore”, così facendo il modello culturale manicomiale non cambia, e non a caso Castiglione da Opg è diventato Rems senza cambiare di una virgola». Anche Rosano commenta con un filo di amarezza, «Per legge sarebbe chiuso l’Opg di Aversa. In realtà non è così, mancano le misure alternative, e ancora molte persone restano prigioniere dei ritardi, diciamo così».
Adolfo Ferraro e Giuseppe Rosano saranno anche tra gli ospiti della tavola rotonda Teatro e Salute Mentale che si terrà a Màt 2015 il 21 ottobre. L’incontro, nell’ambito del quale sarà presentato il progetto “Teatro e Salute Mentale” della Regione Emilia-Romagna, sarà occasione per tanti attori e operatori a livello nazionale di raccontare la propria esperienza teatrale, terapeutica e artistica, quale importante contributo alla costruzione di una salute mentale di comunità.
Màt 2015: per una salute mentale di comunità
di Anita Eusebi
La Settimana della Salute Mentale, in programma a Modena dal 17 al 23 ottobre 2015, non deluderà di certo le vostre aspettative. L’iniziativa Màt, giunta felicemente alla sua quinta edizione e volta come è noto alla sensibilizzazione culturale del territorio sui temi della salute mentale e alla lotta al pregiudizio e allo stigma che gravano su chi soffre di disagio psichico, si presenta ricca di eventi dai contenuti importanti e dalle modalità espressive più varie.
Lezioni magistrali tenute dai maggiori esperti, incontri scientifici, dibattiti di carattere politico-sociale, tavole rotonde, seminari formativi, presentazioni di libri di successo e ampio spazio riservato a eventi di carattere artistico-culturale, con una speciale enfasi sul teatro come strumento narrativo straordinario per dare voce alla salute mentale. Questa la grande varietà di eventi, aperti a tutta la cittadinanza, cui si affiancano il concorso per cortometraggi Meglio matti che corti, promosso da Arci Modena, e il concorso fotografico InGrandiMenti, organizzato da AITeRP Emilia-Romagna, in perfetta sintonia con l’attenzione che Màt dedica da sempre alle arti figurative nel promuovere la salute mentale.
L’iniziativa, sulla base di un percorso di progettazione partecipata e orientata alla centralità degli utenti, si svolge come da tradizione in collaborazione con le associazioni Idee in circolo e Insieme a Noi e vede il coinvolgimento di partner istituzionali oltre che di un’ampia rete di soggetti del mondo dell’associazionismo di utenti, familiari e operatori dei servizi di salute mentale, del volontariato, del privato sociale e imprenditoriale, del mondo della scuola e dell’università, della promozione sociale, delle fondazioni.
La giornata inaugurale del 17 ottobre vedrà la presenza di Stefan Priebe, professore di Psichiatria Sociale e di Comunità presso la Queen Mary University di Londra e di Angelo Barbato, epidemiologo e psichiatra dell’Istituto Mario Negri di Milano, nonché l’intervento di Pietro Barbieri, Presidente del Forum Nazionale Terzo Settore. L’argomento di riflessione, la missione politica della psichiatria e la partecipazione della comunità alle politiche sulla salute mentale.
Tra i temi caldi della salute mentale che saranno oggetto di discussione durante la manifestazione: la contenzione, le dipendenze, le politiche sulle droghe leggere, l’istituzionalizzazione dei minori, la crisi nei dipartimenti di salute mentale, le problematiche del passaggio dai servizi di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza a quelli per gli adulti, le vecchie e nuove povertà, la crisi nel mondo del lavoro e le ricadute in termini di salute mentale, o ancora i servizi per la salute mentale delle persone senza dimora.
Verrà aperta anche una finestra di riflessione sull’autismo con lo spazio dedicato all’incontro con il giornalista Gianluca Nicoletti, padre di un ragazzo autistico e autore dei libri Una notte ho sognato che parlavi e Alla fine qualcosa ci inventeremo, divenuto quest’ultimo ufficialmente oscar best seller proprio in questi giorni. Altri incontri con l’autore sono previsti per i libri Il manicomio chimico di Piero Cipriano, La rivolta del riso di Renato Curcio e Solo un salto e la ragione diventa follia di Stefania Laurora. Nel corso del convegno Superare la contenzione si parlerà inoltre dei testi …e tu slegalo subito con Giovanna Del Giudice e I nodi della contenzione con Luca Negrogno.
Grande attenzione sarà rivolta a una salute mentale di comunità dove si diano innanzitutto valore e significato alla soggettività di ciascuno, ingredienti fondamentali in percorsi di empowerment per le persone con disagio psichico. Se ne parlerà all’Incontro nazionale Le Parole Ritrovate sul tema Guarire dalla Guarigione, un appuntamento emozionante, che vedrà protagoniste le testimonianze, le esperienze vissute in prima persona. D’altro canto, il convegno Recovery: una sfida possibile, presieduto da Marco Rigatelli, professore di Psichiatria presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, permetterà di riflettere ulteriormente sulle pratiche orientate alla recovery come riconquista di sé e sul paradosso della guarigione, oltre e nonostante il disturbo mentale.
Particolarmente importante il seminario, accreditato dall’Ordine dei Giornalisti Emilia Romagna e promosso dall’Associazione Stampa modenese, sul tema Media e Salute Mentale: l’evento sarà l’occasione per ragionare su linee guida, di carattere etico, necessarie per un’informazione corretta ed efficace nell’ambito della salute mentale tale da ridurre lo stigma nei confronti delle persone con disagio psichico o quantomeno non alimentare stereotipi e pregiudizi. In altre parole, per intervenire sulle rappresentazioni negative della malattia mentale e delle persone che ne soffrono.
Altro evento culturale di significato la tavola rotonda Teatro e Salute Mentale: inteso come strumento terapeutico e mezzo per praticare attivamente l’inclusione sociale, il teatro assume indubbiamente un ruolo rilevante nell’edizione 2015 di Màt. Numerosi gli spettacoli teatrali proposti, con un ricco cartellone che vede partecipare compagnie da diverse regioni italiane, molti dei quali frutto di laboratori condotti con gli utenti-attori di alcuni centri diurni e parte del Progetto Regionale “Teatro e Salute Mentale”.
Merita un discorso a parte, Ragazzi della via Paal - Conversa/Azione in un tempo tra un ex direttore e un ex internato dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa: un testo teatrale che nasce da mesi e mesi di colloqui tra Adolfo Ferraro, ex direttore del manicomio giudiziario di Aversa, e Giuseppe Rosano, ex internato, e racconta l’istituzione da dentro, secondo i due diversi punti di vista. A vari mesi dalla chiusura per legge degli OPG, mentre il destino di molti degli internati rimane tuttora incerto, appare quanto mai necessario continuare a tenere alta l’attenzione sul tema.
Questi sono solo alcuni degli eventi in programma per l’edizione 2015 di Màt – Settimana della Salute Mentale a Modena. Numerose anche le iniziative collaterali che arricchiranno ulteriormente di significato la manifestazione. Tra queste, la Notte dei Senza Dimora del 17 ottobre, Giornata Internazionale di lotta alla Miseria e appuntamento di rilevanza nazionale con iniziative analoghe in tutte le principali città italiane.
Vi aspettiamo dunque numerosi a Màt 2015 per condividere progetti, riflessioni ed esperienze in un dialogo aperto, responsabile e coinvolgente sui temi della salute mentale.
Parola d’ordine “priorità”
di Anita Eusebi
«Una delle prime riflessioni che dobbiamo svolgere in quanto persone impegnate nell’ambito della salute mentale, è sul livello di priorità che il nostro lavoro ha nell’agenda complessiva della comunità», ha affermato Fabrizio Starace, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche di Modena, in occasione dell’incontro nazionale del Forum Salute Mentale che si è tenuto lo scorso 4-5-6 giugno a Pistoia.
L’analisi di alcune questioni chiave come le organizzazioni, le risorse e le culture dei servizi di comunità mostra chiaramente come il livello di priorità che questo Paese assegna alla salute mentale è purtroppo tra i più bassi dei Paesi Occidentali. Si pensi soltanto all’investimento economico: l’Italia con il suo 5% del fondo sanitario nazionale (5% “dichiarato”, poiché secondo alcuni studi si è molto al di sotto di tale soglia) fa poco meglio dei paesi dell’Europa Orientale. «A fronte di ciò, disponiamo di una rete di servizi di comunità che è un laboratorio a cielo aperto – ha aggiunto Starace –, un modello all’attenzione della comunità scientifica mondiale. Eppure esso viene ignorato innanzitutto in Italia: chi ne cercasse i riferimenti nei documenti governativi in materia di sanità pubblica non ne troverebbe traccia».
Ma qual è la giusta priorità? Occorre ricordare che il tema della salute mentale è un tema cruciale, e non solo dal punto di vista dei diritti e del benessere individuale e collettivo. La salute mentale è al tempo stesso un motore fondamentale per la ripresa economica, la coesione sociale, il rilancio del Paese. «Il nostro impegno deve essere allora quello di trovare gli strumenti idonei perché tale priorità si elevi dalla condizione attuale e ottenga adeguata attenzione da parte della classe politica. Le strategie possono essere diverse e vanno attualizzate nei singoli contesti regionali – ha sottolineato Starace –, in ogni caso si tratta comunque di rilanciare a livello nazionale le battaglie che costituiscono la storia e l’identità della salute mentale in Italia. La campagna per la chiusura degli Opg per esempio è stata e continua ad essere in tal senso molto importante. Altri temi fondamentali da porre all’attenzione pubblica sono la diffusione sempre maggiore di condizioni di malessere, anche a causa della crisi economica, e il ruolo e le criticità dei servizi territoriali e dei dipartimenti di salute mentale in tale contesto. E ancora, la frammentazione e la discontinuità degli interventi, il largo uso, talvolta improprio, dei trattamenti sanitari obbligatori, la tendenza crescente a ricorrere al “posto letto residenziale” spesso indistinguibile dalle vecchie istituzioni totali, la consistenza e la capacità di intervento dei servizi territoriali nel sostenere percorsi e progetti riabilitativi individuali, sono tutte questioni che devono tornare al centro dell’attenzione collettiva. D’altro canto, vi è la necessità di valorizzare le buone pratiche e di diffonderle, traducendone i principi in politiche e strategie per la salute mentale».
In altre parole, il punto centrale sta nel colmare il divario fra le cose che si affermano, anche nei rari documenti di programmazione, e la loro sostenibilità. Tutto ciò senza dimenticare che il patrimonio a cui attingere è certamente quello storico valoriale della sfera dei diritti, ma è costituito anche dalle persone attive in salute mentale, con le proprie competenze e le proprie capacità relazionali, operatori quotidianamente sul campo impegnati a confrontarsi non solo con “problemi tecnici” e patologie, ma anche con mille difficoltà e frustrazioni, in una eterna dissonanza tra i “dovrei”, “vorrei”, e i “ma come faccio?”.
«Il patrimonio tecnologico di competenze e di modalità di intervento messo a punto nell’ambito della salute mentale nel nostro Paese in questi ultimi trent’anni è inestimabile – ha commentato Starace – e non può essere lentamente dissipato, disperso, come sta avvenendo in molte regioni. Anzi dovrebbe essere modello per coloro che oggi si avvicinano a questo straordinario mestiere e che purtroppo continuano a essere immersi in una matrice formativa antica, che non ha saputo cogliere le sfide del rinnovamento. Basti pensare al ruolo rinnovato, non più rivendicativo, antagonista o conflittuale, ma collaborativo e sfidante che hanno oggi gli utenti e le famiglie: un ruolo che impone a noi operatori la fatica di guardare le cose con un occhio diverso, ma consente di ottenere risposte di gran lunga superiori».
Occorre riflettere, d’altro canto, sul sistema complessivo di cui la salute mentale fa parte: un sistema sanitario che continua a essere egemonizzato da modelli teorici e organizzativi di tipo ospedaliero, dove resta ancora ampio il gap tra affermazioni di principio sulla priorità del territorio e la sua realizzazione pratica. E sono pesanti le conseguenze di tali ritardi e inefficienze negli equilibri complessivi del welfare. «Molti servizi, in assenza di una coerenza di sistema, si adoperano per farcela da soli, assumendo una funzione toti-potente e finendo col perpetuare una patologia, piuttosto che farla emergere come contraddizione e affrontarla sul piano politico-gestionale», ha spiegato Starace. «Occorre che la salute mentale sia parte di un sistema che si faccia seriamente carico delle politiche sociali e sanitarie integrate nel territorio. Ed è altrettanto necessario che la salute mentale rivendichi il ruolo centrale che le deriva dalla capacità di vedere la persona nel suo complesso, inserita nella propria comunità di appartenenza, all’insegna di una piena integrazione socio-sanitaria».
Una psichiatria chiamata alla costruzione di risposte e percorsi adeguati ai tempi attuali. Una psichiatria, si direbbe, a cui interessi “più il malato della malattia”. «Non si deve lasciare spazio alle psichiatrie di basso profilo, a quelle da “banco”, a quelle che coltivano i propri orticelli senza badare al bene comune – ha concluso Starace –, la salute mentale deve tornare a essere una questione di interesse nazionale». Questa è la priorità.