Mass Media e Salute Mentale: le parole per dirlo
di Anita Eusebi
«Io non parlo mai di “matti”, non parlo mai di “pazzia” perché ritengo che tutte le parole debbano rispettare fino in fondo con il loro significato quella che chiamiamo dignità. Chi soffre ha una dignità altissima. È fondamentale il rispetto che dobbiamo avere delle parole. La parola “utente” io proprio non la userei, anche quello è stigma, mi fa pensare all’utente del gas, all’utente della luce. Insomma, a cose che con l’animo e con la sofferenza non hanno nulla a che fare. Sono parole che fanno male. Parole che fanno dell’altro un oggetto, e che fanno di noi degli estranei». Riflessioni di grande saggezza e profondità quelle di Eugenio Borgna, rubate a margine dell’edizione 2014 di Màt.
Fare comunicazione nell’ambito della salute mentale è un po’ come camminare in bilico sull’orlo di un precipizio, ci si muove ai confini di una psichiatria che è contemporaneamente scienza naturale e scienza umana e sociale. Una psichiatria che, nella sua storia, è stata segnata da profonde lacerazioni e ferite sanguinanti, nascoste sotto bandiere e giustificazioni falsamente scientifiche. Si rischia di affidarsi ciecamente alla razionalità di quella che Borgna chiama la “psichiatria delle certezze” e di inciampare inavvertitamente a ogni parola, a ogni accento mal posto, a ogni virgola. Si rischia di inciampare soprattutto con la sofferenza di chi vive in prima persona l’esperienza del disagio psichico.
Come informare l’opinione pubblica dell’esistenza di persone e problematiche che ancora oggi spesso preferisce dimenticare? Come muoversi nell’equilibrio precario di dinamiche complicate in cui si intrecciano sofferenza mentale e stigma, pericolosità sociale e guaribilità, buone e cattive pratiche, percorsi terapeutico-riabilitativi territoriali e mancanza di risorse umane ed economiche? Come trattare a livello giornalistico argomenti così complessi e delicati al tempo stesso, che hanno sfumature scientifiche, sociali, storiche, giuridiche, economiche. Ed etiche, soprattutto. Quanti muri restano da abbattere ancora oggi, costruiti sugli stessi luoghi comuni e pregiudizi di sempre?
Giocando con il titolo di un libro coraggioso e intenso di Marie Cardinal, ci si chiede allora: quali sono le parole per dirlo? Quali le immagini? Sarà questo il tema di un importante appuntamento di Màt 2015, accreditato dall’Ordine dei Giornalisti Emilia Romagna e promosso dall’Associazione Stampa Modenese, in cui si parlerà di Media e Salute Mentale: come i mass media contribuiscono all’immagine sociale della malattia mentale. L’evento, che si terrà a Modena il 22 ottobre e vedrà coinvolti giornalisti e non solo, sarà l’occasione per interrogarsi sul ruolo e sulle modalità della comunicazione nell’ambito della salute mentale, per riflettere su come il giornalismo sia solito trattare vicende e notizie, spesso alimentando purtroppo per superficialità e noncuranza lo stigma nei confronti delle persone con disagio psichico, attraverso tradizionali stereotipi e pregiudizi riscontrabili in una terminologia inappropriata e svilente e in immagini di poco rispetto. E ancora, per ragionare insieme su linee guida, di carattere etico, fondamentali per un’informazione corretta, responsabile ed efficace nell’ambito della salute mentale e sulla necessità dunque di una carta deontologica ad hoc che permetta di intervenire adeguatamente sulle errate rappresentazioni negative dei disturbi psichici e delle persone che ne soffrono.
“Una persona che attraversa l’esperienza del disturbo mentale rischia di perdere fondamentali diritti personali e sociali. L’impegno di tutti gli attori sociali dovrebbe essere pertanto volto alla difesa e al potenziamento di tali diritti, per garantire le cure, la dignità e il rispetto di ognuno e, più in generale, per promuovere la salute di tutti”. Così si legge nella Carta di Trieste, un documento redatto nel 2011 a Trieste, che nasce con l’intenzione di risolvere in qualche modo percezioni negative o comunque distorte della realtà a proposito di salute mentale e di promuovere un dialogo tra persone con esperienza di disturbo mentale, giornalisti e operatori. Per riflettere sulle “parole che fanno bene” e sulle “parole che fanno male”, e per provare a costruire insieme una sorta di glossario ragionato come guida per orientarsi nel complesso mondo dell’informazione e comunicazione intorno alla salute mentale. Ma la Carta di Trieste non è mai stata riconosciuta ufficialmente, non appare nell’elenco delle Carte di autoregolamentazione deontologica del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, che tutelano determinate categorie sociali “deboli”. Fortunatamente alcuni giornalisti spiccano per linee guida personali, etiche e professionali, che rendono pienamente giustizia a parole come rispetto, diritti, dignità e umana compassione. Al di là di codici precostituiti e raccomandati. Ma nella maggior parte dei casi la situazione purtroppo non è questa.
Le criticità riscontrabili nel modo in cui i mass media raccontano la salute mentale sono essenzialmente di due tipi: se ne parla poco e, quando se ne parla, spesso se ne parla male. Da un lato infatti, sui giornali, come pure in tv, si preferisce in generale trattare argomenti facili e rassicuranti ed evitare quelli più difficili e controversi. Si dedica così poco spazio alla salute mentale, se non nel caso di fatti tragici di cronaca nera, con un’intensità d’occasione tale da alimentare solo allarmismi e paure, rifiuto e diffidenza. Raramente vengono invece riportate testimonianze positive di chi vive o ha vissuto esperienze di sofferenza psichica, o di associazioni che tra mille difficoltà si rimboccano quotidianamente le maniche.
Dall’altro lato, nell’epoca delle competenze improvvisate, del parlare senza pensare e dello scrivere quanto basta e di fretta perché tanto si viene pagati poco o niente, l’attenzione per la scelta di un linguaggio opportuno, parole o immagini che siano, diventa spesso l’ultima delle preoccupazioni. Ma il linguaggio è fondamentale, è una questione assolutamente delicata nell’ambito della salute mentale, perché ha una grande forza evocativa e di conseguenza crea stereotipi e contribuisce in modo significativo a tutto un immaginario individuale e collettivo. Si oscilla cioè tra il non voler trattare questioni che possano in qualche modo turbare le coscienze delle persone cosiddette “normali” e il puntare poi aspramente il dito verso il “pazzo” di turno, il “mostro” da sbattere in prima pagina, dimenticando che ci sono spazi da preservare e persone da tutelare. E un mestiere da non tradire.
Nella sostanza, manca un racconto sistematico e vario nei contenuti, e ciò è chiaramente di ostacolo a una reale informazione e sensibilizzazione di un pubblico che non sia già positivamente orientato alle problematiche del disagio psichico. Con il rischio, nel migliore dei casi, di scuotere sì le coscienze di tanto in tanto, ma di lasciare comunque sostanzialmente inalterato quello che Franco Basaglia definiva il “fascino discreto del manicomio”. E mancano le parole portatrici di rispetto, di dignità e di inclusione di cui parla Borgna, sostituite dall’abbondanza di luoghi comuni e dai clamori estemporanei, dove la “pazzia”, il “raptus” e la “pericolosità” sono le motivazioni rassicuranti a cui affidare la buona pace delle nostre coscienze.
È per questo evidente la necessità che venga stilato quanto prima un codice giornalistico di riferimento specifico per la salute mentale. Non si può sempre contare soltanto sul singolo giornalista che si arrangia come può, basandosi sul proprio buon senso e sulla propria sensibilità personale. E che spesso purtroppo risulta sprovvisto di entrambe le cose. Occorre un modo serio e corretto di fare informazione e di raccontare la salute mentale che, conscio della potenza e della responsabilità di un linguaggio fatto di parole e di immagini, faccia grande attenzione a queste e al contributo importante che può dare, in positivo e in negativo, in termini di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema. È necessario cioè mettere in atto strategie comunicative che siano in grado di rispettare al tempo stesso il diritto di cronaca e la dignità delle persone direttamente coinvolte e della loro sofferenza, un modo di fare informazione che non poggi su fatti di cronaca scandalistici, parole stonate, toni esagerati e titoli altisonanti e aggressivi, che non usi il pretesto per fare audience ma sia capace di contestualizzare le vicende di cronaca in un quadro generale, per raccontare storie con cognizione di causa. Un’informazione che sia corretta e responsabile, non viziata dalle ombre del pregiudizio, dalla superficialità e dalla fretta.
Una marginalità dunque quella che abita il mondo della salute mentale trascurata, discriminata e troppo spesso offesa da un’informazione dove le immagini sono spesso pugni nello stomaco e le parole sembrano buttate lì a caso. Dimenticando che bisogna fare attenzione, perché ci sono parole che cambiano la storia, anche più delle immagini. Perché, come accade nel romanzo 1984 di George Orwell quando via via vengono tolte parole dal vocabolario, se mancano le parole “giuste” per esprimere determinati concetti e pensieri, alla fine rischiano di venir meno anche gli stessi pensieri.
Màt 2015 e il paradosso della guarigione
di Anita Eusebi
“Da un po’ di tempo sono le persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale che hanno cominciato ad associarsi, a riconoscersi e a parlare. Non più con un filo di voce né con urla di disperazione e dolore, ma con parole esperte che pretendono di essere ascoltate”, scrive Peppe Dell’Acqua nel libro Fuori come va? Famiglie e persone con schizofrenia. Manuale per un uso ottimistico delle cure e dei servizi.
L’incontro nazionale Le Parole Ritrovate, che si terrà a Modena il 20 ottobre nel corso di Màt – Settimana della Salute Mentale, sarà sul tema Guarire dalla Guarigione e vedrà protagoniste come d’abitudine le narrazioni personali: storie di vita che danno voce alle emozioni, all’importanza delle relazioni, alle esperienze vissute in prima persona. Lontane da modelli medici e manuali diagnostici, sono «traiettorie esistenziali, in orizzonti di senso di incommensurabile e tragica bellezza», come le ha defìnite Fabrizio Starace Direttore del Dsm-DP di Modena.
«Personalmente sono convinto che la guarigione avvenga anche quando i sintomi della malattia continuano a manifestarsi. Si può guarire pur continuando ad avere accanto l’ombra della malattia», ha detto Eugenio Borgna lo scorso anno, ospite illustre dell’edizione 2014 di Màt. Il concetto di guarigione nella comune accezione fa pensare a una specie di prodotto finale e in tal senso nell’ambito della salute mentale mostra i suoi limiti. In contrasto con la dicotomia guarito/non guarito, si tratta in realtà di un processo dinamico e aperto, fatto anche di errori e ricadute: la guarigione, non più semplicemente contrapposta in senso clinico a uno stato di “malattia” ma intesa nel significato più ampio e ricco di sfumature di recovery, è un qualcosa che riguarda l’intera vita della persona, un nuovo modo di percepire se stessi in rapporto alla propria vita, ai propri sintomi, alle proprie condizioni, all’interazione con gli altri. Questo il motivo per cui, per esempio, nella letteratura del movimento americano dei “sopravvissuti psichiatrici” o ex utenti guidato da Sally Clay, si parla di «essere in recovery» invece che «essere recovered», cioè essere guariti.
«Guarire dalla guarigione vuol dire non restare imprigionati e condizionati da imposizioni esterne, da come i più ci chiedono di essere. Il termine “guarigione” per noi significa cioè trovare un percorso di vita e di ripresa dalla malattia che sia individuale, e che non sempre coincide con i canoni imposti dalla società», spiega Angelo Bagni, presidente dell’Associazione Idee in Circolo. «Il titolo del convegno è nato da una semplice riflessione in una delle assemblee che abbiamo promosso durante l’anno come associazione, per costruire appunto l’incontro nazionale Le Parole Ritrovate: almeno nel mio caso, credo non si possa guarire totalmente dalla malattia mentale, se con “guarire” si intende non prendere più le terapie. Questa riflessione è piaciuta a tutti, e concordi nel fatto che potesse rappresentarci è diventata così il titolo dell’evento. Perché l’importante è star meglio, raggiungere un equilibrio esistenziale. È già un risultato riuscire a compiere gli atti “normali” di ogni giorno, riuscire a venir fuori dal proprio guscio invece che restare chiusi a riccio ognuno nella propria malattia, e ancor più avere un ruolo attivo nella cittadinanza e voce e potere negoziale sulla malattia, concordando per esempio lucidamente la terapia e le cure con il proprio psichiatra. È attraversando la guarigione, la consapevolezza e la responsabilizzazione che noi abbiamo fondato l’Associazione Idee in Circolo».
Le buone pratiche del “fare assieme”, in una dimensione assembleare e paritaria tipica dell’Associazione Le parole Ritrovale nazionali di Trento, permettono a ognuno di riappropriarsi della propria storia di vita e di malattia e andare oltre l’oggettivazione tecnica del “sintomo”, propria dell’ambito medico. Le esperienze personali, una volta raccontate e messe in circolo, diventano allora vettori di consapevolezze collettive nuove. «È importantissimo che cittadini, operatori, familiari e utenti riescano a fare assieme, nella direzione di un maggior benessere di tutti. L’incontro Le Parole Ritrovate è un’occasione per confrontare esperienze, per condividere progetti, dando voce e protagonismo a chi non li ha mai avuti e a chi li ha persi, coinvolgendo e lasciandoci coinvolgere, il più possibile, da reti allargate di persone, di intelligenze, di sentimenti», commenta Manuela Ciambellini, operatrice del Social Point Progetto di inclusione sociale del Dsm-DP di Modena. «Per una persona con disagio psichico i percorsi di recovery e di empowerment sono un grande successo, al di là del fatto che debba continuare o meno a prendere una qualche terapia. Ed è per questo che alla domanda forse paradossale Ma Angelo sarà sempre schizofrenico?! che accompagna il titolo dell’evento, provocatoriamente ci piace rispondere che Angelo nel suo animo sarà sempre schizofrenico, anche se per noi è guarito».
Sulla locandina dell’evento c’è chi scrive: “La mia storia di guaribilità è iniziata per la prima volta quando ho accettato di essere malato. Oltre a medici e medicine la socializzazione, gli amici e il lavoro sono stati molto terapeutici”. Torna in mente quanto afferma Patricia Deegan, docente e ricercatrice sul tema della recovery e dell’empowerment con una storia personale di problemi psichici: «Il nostro percorso di guarigione è profondamente segnato dall’accettazione delle nostre limitazioni. Ma adesso, invece che essere disperati, troviamo nelle limitazioni personali il terreno dal quale far nascere le nostre uniche possibilità. Questo è il paradosso della guarigione: accettando quello che non possiamo fare o essere, iniziamo a scoprire cosa possiamo fare e chi possiamo essere».
Per dirlo con le parole di Sally Clay, che ha fatto della lotta contro lo stigma un elemento caratterizzante del proprio percorso di recovery, «L’esperienza della follia è una ferita che ha cambiato la mia vita e mi ha permesso di aiutare gli altri e di conoscere maggiormente me stessa. Sono orgogliosa di tali risultati. Io non sono guarita: io ho vinto».
Al via #Mat2014 per una Salute Mentale che attraversi la Crisi, dal 18 ottobre a Modena
"Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose" questa frase di Albert Einstein è il leitmotiv della IV edizione di Màt, la Settimana della Salute Mentale, in partenza a Modena il 18 ottobre presso l'Auditorium della Fondazione Marco Biagi alle ore 9.30 con un invito aperto a tutta la cittadinanza.
Cambiamento, scelte, azioni, sono tra le parole chiave di un'edizione il cui tema cardine è quello della Crisi e degli strumenti per uscirne. "Le parole della crisi", quelle che designano lo stato delle cose, ma che al contempo fanno emergere le azioni e le pratiche necessarie al cambiamento.
Màt 2014 parte però con due ospiti di livello internazionale che tracceranno prospettive a lungo termine per la salute mentale, Norman Sartorius, psichiatra di origine croata, già Direttore della Divisione di Salute Mentale dell'OMS, giramondo, con la sua lectio sulla Rivoluzione dei pazienti, come strumento per combattere stigma e pregiudizio, ma anche per favorire la partecipazione dei diretti interessati alle scelte che li riguardano. Mentre l'altro ospite di rilievo, lo psichiatra e saggista Eugenio Borgna ha accettato l'invito a discutere il tema "La psichiatria del Terzo Millennio: quando le certezze vengono meno", con la sua consueta disponibilità a sondare le zone delicate e problematiche dell'animo umano, ma anche gli strumenti per curarlo.
Questi due padri della psichiatria contemporanea apriranno la quarta edizione della Settimana, nella quale tutte le anime della Salute Mentale, a partire dagli utenti, familiari e cittadini, per finire con i medici e i professionisti, avranno modo di confrontarsi, fare il punto. La salute mentale è un patrimonio di tutti, soprattutto di chi sta bene! Apriranno infatti la manifestazione rappresentanti a livello nazionale e locale dell'associazionismo di utenti e familiari: Tilde Arcaleni, Luca Atzori e Paola Relandini.
Nel pomeriggio si passerà a una "fotografia" della Crisi economica e del suo rapporto con la Salute Mentale con gli interventi della dott.sa Lily Peppou, dell'istituto di Psichiatria di Atene, che ci mostrerà la situazione greca, del professor Francesco Amaddeo, dell'Università di Verona, su "I Servizi di Salute Mentale al tempo della crisi", della professoressa Tindara Addabbo, della Fondazione Marco Biagi, che insieme al Direttore del DSM-DP di Modena, dott. Fabrizio Starace, presenterà la ricerca "I costi psicologici e sociali della crisi: il caso di Modena"; mentre il dott.Franco Deriu, dell'Isfol ci parlerà di "Politiche attive del lavoro come antidoto alla crisi".
Visti dati e numeri si proverà a mettere in campo riflessioni e proposte in una Tavola Rotonda tra istituzioni e sindacati, moderata dal giornalista Bruno Manfellotto.
Dopo la giornata di intenso lavoro tutti al Teatro dei Segni di Modena, dove il Gruppo L'Albatro presenterà lo spettacolo "Nelle cose di tutti i giorni" realizzato in collaborazione con la compagnia Teatro dei Venti nell'ambito del progetto regionale "Teatro e Salute Mentale" (ingresso gratuito, come tutti gli eventi di Màt). Lo spettacolo sarà il primo di una vera e propria rassegna teatrale della Salute Mentale che fa una panoramica di diverse esperienze in Regione.
A questo punto non vi resta che consultare il PROGRAMMA e venirci a trovare nei vari luoghi di Màt 2014 oppure qui sul web.
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