
Introduzione alla XVI Edizione della Settimana della Salute Mentale
“Oltre la connessione, dentro la relazione”
Abbiamo scelto per la sedicesima edizione della Settimana della Salute Mentale di Modena un tema e una parola ormai di uso quotidiano, in grado di assumere oggi significati molto diversi: “connessioni”.
La nostra vita è, da sempre, fatta di connessioni. Nasciamo e cresciamo attraverso le relazioni con gli altri, costruiamo attraverso i legami una parte della nostra identità, cerchiamo nell’altro un riconoscimento e sicurezza. Le connessioni rappresentano anche il fondamento del nostro modo di curare: mettono in relazione professionisti, persone, famiglie e fanno dialogare competenze diverse, servizi, istituzioni e comunità.
Connessi, ma non necessariamente in relazione. Viviamo in un’epoca nella quale essere “connessi” ha assunto anche un significato nuovo e immediato. Smartphone, social network e piattaforme digitali ci consentono di comunicare in ogni momento, di entrare in relazione con persone che altrimenti non avremmo incontrato, di condividere esperienze, informazioni e conoscenze.
Per bambini e adolescenti, ma ormai anche per gli adulti, la rete non è più un mondo separato dalla vita “reale”: è uno degli ambienti nei quali si costruiscono relazioni e identità, si cercano informazioni e riconoscimento, si esprimono emozioni e si partecipa alla vita collettiva.
Il digitale però non deve essere né demonizzato né idealizzato. Può favorire relazione, conoscenza, partecipazione e inclusione, ma il suo uso problematico può anche intrecciarsi, soprattutto nelle persone più vulnerabili, con disturbi del sonno, ansia, difficoltà di concentrazione, ritiro sociale, perdita di controllo e dipendenze comportamentali. Sono fenomeni complessi, che non possono essere ricondotti a un’unica causa e che richiedono nuove capacità di lettura e di intervento. Anche la crescente domanda di cura espressa dalle nuove generazioni deve quindi interrogarci senza indurci a stabilire semplicistiche relazioni di causa-effetto con la diffusione del digitale.
Perché, essere connessi, non significa essere in relazione. Possiamo avere centinaia o migliaia di contatti ed essere soli; possiamo invece trovare in poche relazioni significative appartenenza, riconoscimento e sostegno.
La connessione sociale come dimensione della salute. Proprio in una fase storica caratterizzata da possibilità di connessione senza precedenti, la solitudine e l’isolamento stanno emergendo come grandi problemi delle società contemporanee.
Nel 2025 la Commissione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla connessione sociale ha pubblicato il rapporto globale From loneliness to social connection: charting a path to healthier societies. Le stime riportate indicano che circa una persona su sei nel mondo sperimenta solitudine e che il fenomeno interessa circa un adolescente o giovane adulto su cinque. La solitudine e l’isolamento sociale non incidono soltanto sul benessere psicologico, ma si associano a conseguenze sulla salute fisica e mentale, sui percorsi educativi e lavorativi e sulla capacità delle comunità di essere coese e resilienti. Le condizioni economiche e sociali hanno un peso determinante e il fenomeno colpisce in modo particolare chi incontra maggiori ostacoli alla partecipazione sociale.
L’OMS richiama perciò l’attenzione sulla connessione sociale come dimensione fondamentale della salute. Essere socialmente connessi non dipende soltanto dal numero delle relazioni, ma dal sostegno che riceviamo e offriamo attraverso di esse e, soprattutto, dalla loro qualità.
La dimensione relazionale della vita psichica. La storia della psicologia e della psichiatria ci ricorda che la vita psichica non si sviluppa nell’isolamento. Già Freud aveva posto la relazione con l’altro al centro della costruzione della vita psichica; nel corso del Novecento, la teoria dell’attaccamento e gli sviluppi successivi della psicologia hanno mostrato quanto le relazioni contribuiscano alla costruzione della sicurezza, dell’autonomia e della capacità di riconoscere e regolare le emozioni.
Oggi anche le neuroscienze sociali studiano le complesse interazioni tra processi biologici e mondo sociale, mostrando quanto profondamente la dimensione relazionale appartenga alla nostra natura.
Ma la capacità umana di connettersi va oltre la relazione tra singoli individui. Yuval Noah Harari ha sottolineato come una delle caratteristiche che hanno segnato la storia di Homo sapiens sia proprio la capacità di cooperare in gruppi molto ampi, costruendo reti fondate su significati e narrazioni condivise.
Diventiamo noi stessi attraverso le relazioni, ma attraverso le relazioni costruiamo anche gruppi, società e comunità. Prospettive nate in epoche e discipline differenti convergono così su un punto: la relazione non rappresenta soltanto il contesto nel quale viviamo, ma una dimensione fondamentale del nostro sviluppo, del nostro benessere e della nostra salute mentale.
Le relazioni come parte della cura. La salute mentale è forse l’ambito della medicina nel quale appare con maggiore evidenza che nessuno si cura da solo e, nello stesso tempo, nessuno può curare da solo.
L’assistenza offerta dai servizi del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche si fonda prima di tutto sulle persone e sulle relazioni. La competenza tecnica è indispensabile, ma acquista efficacia all’interno della comunicazione, dell’empatia, della fiducia e dell’alleanza terapeutica. In salute mentale la relazione tra professionista e persona assistita non è soltanto il mezzo attraverso il quale viene offerta una cura: è essa stessa parte della cura.
Quella relazione, tuttavia, non è mai isolata. Intorno a essa esiste una rete: familiari, operatori, équipe multiprofessionali, servizi sanitari e sociali, scuola, enti locali, associazioni, Terzo settore, volontariato e comunità. La qualità della salute mentale di un territorio dipende anche dalla qualità delle connessioni tra questi soggetti.
Connettere i servizi, connettere i saperi. Connettere significa costruire continuità tra sanitario e sociale, tra ospedale e territorio, tra infanzia e mondo adulto, tra servizi e comunità. Significa mettere in relazione competenze professionali differenti e riconoscere, accanto al sapere tecnico, il valore del sapere che nasce dall’esperienza delle persone che vivono direttamente il disagio psichico e delle loro famiglie.
Ma non basta che servizi diversi si coordinino continuando a lavorare separatamente. Occorre progettare insieme. Co-programmazione e co-progettazione consentono di costruire una responsabilità condivisa tra istituzioni, Terzo settore e cittadini, valorizzando la complementarità di ogni sapere, competenza e risorsa.
Dalla cura alla vita nella comunità. C’è poi un’ulteriore connessione sulla quale questa edizione di Màt vuole richiamare l’attenzione: quella tra sistema di cura e vita della comunità.
Il disagio psichico non si lascia rinchiudere entro i confini di un ambulatorio, di un reparto o di una diagnosi. La salute mentale dipende anche dalla possibilità di avere una casa, relazioni affettive e sociali, un lavoro o un’attività significativa, opportunità di formazione, autonomia e partecipazione alla vita della propria comunità.
È qui che la connessione tra sanitario, sociale e comunità acquista il suo significato più concreto: non soltanto offrire prestazioni, ma contribuire a creare le condizioni affinché ogni persona possa esercitare pienamente i propri diritti, costruire relazioni significative, partecipare alla vita sociale e realizzare il proprio progetto di vita.
Fondamentale è, quindi, il passaggio dal lavorare per le persone al lavorare con le persone. La persona non può essere identificata con una diagnosi e considerata soltanto destinataria di una prestazione: la sua esperienza, le sue preferenze, le sue risorse, la sua autodeterminazione e le sue aspirazioni future devono trovare spazio nella costruzione del percorso di cura.
Màt: creare connessioni. Ed è probabilmente questo uno dei significati più autentici di Màt.
Da sedici anni la Settimana della Salute Mentale porta la salute mentale fuori dai luoghi nei quali abitualmente opera e la fa entrare nelle piazze, nei teatri, nelle scuole, nei luoghi della cultura e della vita quotidiana. Fa incontrare utenti, familiari, professionisti, associazioni, volontari, istituzioni e cittadini: persone che arrivano da esperienze e punti di vista differenti e che, proprio attraverso l’incontro, possono mettere in discussione distanze, stereotipi e pregiudizi.
Màt è anche questo: creare occasioni perché persone e mondi diversi possano incontrarsi.
In un tempo nel quale possiamo essere permanentemente collegati e, nello stesso tempo, profondamente soli, abbiamo bisogno non tanto di moltiplicare le connessioni, quanto di prenderci cura della loro qualità. Di costruire legami che non ci chiudano, ma ci aprano agli altri; che non cancellino le differenze, ma permettano di dialogare; che sappiano trasformare la vulnerabilità da esperienza individuale da nascondere in qualcosa che una comunità sia capace di riconoscere e
accogliere.
Donatella Marrama
Direttrice DSMDP, AUSL Modena