“È trattando gli altri con dignità
che si guadagna il rispetto per se stessi”

Tahar Ben Jelloun

Mai come negli ultimi anni si è reso evidente come la Salute Mentale di Comunità in Italia abbia saputo interpretare – in largo anticipo rispetto a tutte le altre articolazioni della sanità pubblica nate dalla Riforma del 1978 – i principi della prossimità territoriale delle cure, della domiciliarità e de-ospedalizzazione degli interventi, del lavoro sui determinanti sociali di malattia.

Con il numero dei posti letto più basso dei Paesi Ocse, una frequenza di trattamenti obbligatori che è anche 20-30 volte inferiore a quella di molti Paesi anglosassoni o scandinavi, l’Italia ha mostrato da lungo tempo che è possibile fare a meno degli Ospedali psichiatrici e più recentemente anche degli Ospedali psichiatrici giudiziari, ponendo fine ai trattamenti inumani e degradanti che in quei luoghi si perpetravano. È possibile, cioè, affrontare i disturbi psichiatrici sul territorio, nei luoghi di vita, attraverso una rete capillare di servizi di comunità, in grado di stabilire contatto e presa in carico, evitando contestualmente l’istituzionalizzazione della sofferenza. Inoltre, con l’azione combinata e coordinata d’interventi sanitari e sociali, con la reale intersettorialità della Salute Mentale nelle politiche dell’istruzione, del lavoro, della casa, dell’inclusione comunitaria, l’Italia ha dato corpo e sostanza ai principi di cittadinanza e di non discriminazione invocati dalle Carte fondamentali Italiana, Europea, delle Nazioni Unite.

I risultati conseguiti, che fanno di questo sistema di cura e inclusione sociale un vero e proprio laboratorio di comunità a cielo aperto, cui Organismi Internazionali e altri Paesi guardano come modello per azioni riformatrici locali, sono resi possibili dalla visione che li guida, orientata a garantire, promuovere ed incrementare i diritti umani delle persone che attraversano condizioni di disagio psichico.

E tuttavia, perché questi diritti non rimangano sulla carta o siano affidati alla retorica della comunicazione politica – si pensi al rispetto della dignità dell’individuo e alla pratica ancora tristemente diffusa della contenzione meccanica, o al diritto alle pari opportunità per il pieno sviluppo della persona umana e alle intollerabili diseguaglianze sul piano dell’inclusione sociale e lavorativa delle persone che hanno attraversato la malattia mentale – è decisivo quello che questi titoli giuridici consentono concretamente di realizzare.

In un’epoca di pluralismo antropologico non si può declinare una visione della salute mentale come strumento di garanzia dei diritti senza riconoscerne, a livello individuale, le regole che comporta (si consideri, in altro ambito, il recente, acceso dibattito sull’obbligatorietà dei vaccini) e senza farsi carico delle conseguenti responsabilità, a livello istituzionale. In salute mentale, più che in altre branche della sanità pubblica, non è accettabile l’assunzione di neutralità del tecnico (o del politico) di fronte alle scelte che è chiamato a compiere. Il pendio scivoloso della “banalità del male”, in salute mentale è dietro l’angolo.

Credo che l’unica possibilità che abbiamo per coniugare il rispetto dei diritti umani con il mandato di cura che ci viene affidato da pazienti e familiari sta nell’accettare e praticare un’opera di continua de-costruzione e ri-costruzione delle nostre prassi, in cui i trattamenti rappresentino le traiettorie cui concorrono – per determinare prognosi favorevoli – le presenze funzionali dei servizi, la dialettica inter-istituzionale, il dialogo aperto con i diretti interessati. Per far questo occorre che la salute mentale esca dal perimetro delle proprie strutture e raccolga le sfide poste dalla complessità del suo oggetto di intervento, radicalmente mutato dall’epoca della chiusura dei manicomi. Oggi “fare salute mentale” nei pazienti autori di reato, nei migranti, in chi fa uso di sostanze, nei giovani e negli adolescenti, impone nuovi strumenti, nuovi luoghi, nuove alleanze e rapporti inter-settoriali, nuove modalità di interconnessione.

Anche quest’anno la Settimana della Salute Mentale di Modena, con la ricchezza dei suoi eventi, la diversità delle prospettive, l’autorevolezza degli interventi, la molteplicità dei luoghi in cui si svolge, si propone come occasione – ormai consolidata e riconosciuta ben oltre i confini della nostra provincia – per studiare e pensare assieme, generare nuovo sapere, immaginare nuovi percorsi.

Sono convinto sia un buon modo per avvicinarci al quarantennale della 180, una legge rivoluzionaria che tutti lodiamo, ma che pretende – per mantenere inalterato il suo portato riformatore – un incessante impegno di ricontestualizzazione.

Fabrizio Starace

Direttore, DSMDP Modena