Essere a sostegno, per davvero, dei più fragili, di Laura Solieri

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Il 18 Ottobre 2021

Essere a sostegno, per davvero, dei più fragili

di Laura Solieri

A 16 anni dalla sua introduzione nel codice civile, la Legge 6/2004 istitutiva della figura dell’Amministratore di Sostegno, che veniva presentata come una forma di tutela giuridica più “leggera” rispetto all’interdizione e all’inabilitazione, è diventata uno strumento attraverso il quale è possibile limitare fortemente la libertà e violare i diritti degli interessati. Sorge quindi spontanea la domanda: chi tutela i diritti degli amministrati? E quali sono gli elementi di crisi degli amministratori di sostegno, oggi? Se ne è parlato a Màt con diversi relatori tra cui Gisella Trincas, presidente Unione nazionale delle associazioni per la Salute Mentale e Giuseppe Tibaldi, direttore dei Servizi Psichiatrici dell’area nord del Dipartimento di Salute mentale di Modena, per riflettere insieme su come migliorare le buone pratiche ed evitare che questo ruolo assuma aspetti di ulteriore menomazione.

Come si è evoluta dal 2004 ad oggi la figura dell’amministratore di sostegno? E’ uno strumento che ha risposto e risponde adeguatamente ai bisogni per cui è nato o le criticità sono di più dei benefici?
I diretti interessati hanno sollevato il quesito sulla differenza che non sempre è percepibile tra la figura dell’amministratore di sostengo che si allinea con il punto di vista dell’amministrato e quella del tutore. Il punto delicato – dice Tibaldi – è che ci sono amministratori di sostegno che si avvicinano molto di più alla figura del tutore che non alla figura dell’amministratore e non c’è uno standard, un criterio oggettivo, che consenta di capire quali sono le condizioni in cui l’amministrato perde la prerogativa di essere sempre soggetto attivo, mettendo in crisi una legge nata proprio per rendere possibile la presenza di una figura che svolga una funzione di supporto al soggetto fragile, senza prendere decisioni autonome. 

Come Unasam avevamo accolto positivamente l’approvazione della Legge sull’amministrazione di sostegno – spiega Trincas – Ne abbiamo seguito tutto l’iter parlamentare, sollecitandone l’approvazione perchè si presentava come uno strumento giuridico che poteva evitare l’interdizione delle persone con sofferenza mentale e favorire i processi di emancipazione sostenendole in un percorso di ripresa. Ben presto però si è rivelata un boomerang perchè di fatto ha facilitato una forma strisciante e più agevole di “interdizione” nel momento in cui alle persone viene tolto ogni potere decisionale sulle proprie risorse e sulla propria vita.

Quali sono i maggiori elementi di crisi degli amministratori di sostegno che ravvedete dal vostro osservatorio e cosa si dovrebbe fare per potenziare la tutela dei diritti degli amministrati?
Nella salute mentale i soggetti che attraversano l’esperienza della sofferenza hanno diritto di essere proprietari delle decisioni che li riguardano, elemento qualificante dei percorsi di ripresa e di tutela del profilo di cittadinanza attiva. – spiega Tibaldi – Abbiamo bisogno di un amministratore di sostegno alleato nei percorsi di ripresa e di tutela dei diritti, perché per noi dei servizi è importante che l’utente mantenga questo profilo di cittadino attivo anche quando ha l’amministratore di sostegno. Già dai primi anni di approvazione della Legge 6/2004  si iniziavano a manifestare, nella sua applicazione sul territorio nazionale, situazioni in contrasto con la norma lesive dei diritti delle persone beneficiarie. In particolare si sono andate a costituire Associazioni di Amministratori di Sostegno come se si trattasse di una professione e non di un impegno civile volontaristico e gratuito – prosegue Trincas –  Questo ha comportato il pagamento di un “indennizzo” mensile (autorizzata dai Giudici Tutelari) prelevato direttamente dal conto corrente dei beneficiari gestito dagli amministratori di sostegno. Autorizzazioni concesse anche quando i beneficiari erano in possesso della sola pensione di invalidità civile e indennità di accompagnamento, senza che i beneficiari ne venissero informati. Si affidano decine di “incarichi” (fino anche a 60 o 100) ad una stessa persona, generalmente avvocati, commercialisti, operatori, ma anche servizi sociali dei Comuni, come si faceva con le interdizioni di massa! Queste sono solo alcune delle maggiori criticità che abbiamo riscontrato (in contrasto con quanto stabilito dalla norma) e portato a conoscenza della Ministra della Giustizia Cartabia: molti provvedimenti di nomina vengono assunti senza sentire preventivamente i beneficiari; i decreti istitutivi trasferiscono agli amministratori di sostegno la gestione del conto corrente e ogni decisione riguardante i beneficiari senza tener conto del diritto all’autodeterminazione sancito dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità anche psichica. Tanti amministratori di sostegno possono agire in piena libertà (con obbligo di rendicontazione annuale), con mandato ampio, entrando nel merito e nella decisione di qualunque atto riguardante la vita della persona beneficiaria. Viene violato l’art.410 del codice civile secondo il quale “l’amministratore di sostegno deve tempestivamente informare il beneficiario circa gli atti da compiere nonché il Giudice Tutelare in caso di dissenso con il beneficiario stesso”;
vengono segnalati casi in cui i beneficiari o i loro familiari non riescono ad interloquire direttamente con i Giudici Tutelari per segnalare comportamenti non conformi alla Legge che violano i diritti umani. Ad amministratori di sostegno viene attribuito anche il compito di autorizzare l’inserimento in Comunità Terapeutica o RSA senza il consenso del beneficiario, o, in tempo di Covid-19, prestare il consenso alla vaccinazione.
L’Unasam ha presentato alla Ministra Cartabia un documento, elaborato in collaborazione col proprio Comitato Scientifico, per l’elaborazione di Linee Guida per la corretta applicazione della Legge 6/2004 in maniera uniforme sull’intero territorio nazionale.
Il Coronavirus ha sollevato tanti quesiti, anche e soprattutto in tema di salute mentale. Quali sono per voi i passi più urgenti da fare per una migliore gestione delle tante criticità emerse?
Occorrono politiche sanitarie e sociali che rimettano al centro dell’interesse pubblico la tutela della salute mentale nel rispetto dei valori e dei principi della Legge 180 e della Legge 833. Interventi finanziari importanti e un approccio culturale che superi il grave arretramento compito in questi ultimi tre decenni, le difformità organizzative, formative e pratiche esistenti nel Paese tra le regioni e all’interno delle stesse. Una verifica puntuale del Parlamento (attraverso una relazione annuale da parte del Ministero della Salute) sul rispetto delle norme italiane e delle Raccomandazioni internazionali. I servizi territoriali di salute mentale devono essere aperti e integrati nella e con la comunità locale. Devono essere attraversati dalle associazioni di volontariato, dei familiari e degli utenti. Devono coprire un bacino di utenza di non oltre 60/80 mila abitanti ed essere capaci di conoscere il territorio in cui operano e intercettarne i bisogni. Gli operatori dei servizi – sostiene in particolare Trincas – devono essere preparati professionalmente per lavorare sui percorsi individuali di ripresa (attraverso la metodologia del budget di salute), devono abbandonare qualunque pratica coercitiva e lesiva dei diritti umani e ricercare costantemente il consenso libero e informato, devono saper dialogare con l’impresa sociale e favorirla. Non devono agire in contrapposizione con le associazioni dei familiari e degli utenti ma ricercare la collaborazione nel rispetto dei diversi compiti istituzionali e delle differenti responsabilità rispettandone l’autonomia. Le nostre Associazioni devono favorire un rapporto di buona alleanza con i servizi di salute e sollecitare un confronto democratico con le istituzioni locali e regionali. Tutta la cittadinanza, attraverso campagne di promozione della salute mentale promosse dalle istituzioni e dalle associazioni dei familiari e degli utenti, deve sapere dove e a chi rivolgersi in caso di necessità e deve poter raggiungere il centro di salute mentale agevolmente. I luoghi della salute mentale devono essere ubicati nei contesti urbani, accoglienti e ospitali. 

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