Il rapporto con il cibo e con il proprio corpo ai tempi del lockdown 

di Laura Solieri

Durante il lockdown, mentre più della metà degli italiani si dilettava ai fornelli, una fetta della popolazione viveva con maggiore sofferenza il rapporto con il cibo e con il proprio corpo. A livello nazionale, si stima un aumento del 30% dell’insorgenza dei disturbi connessi ai comportamenti alimentari, dato in linea con quello locale: nella provincia modenese, a settembre, i nuovi casi erano 109, a fronte dei 112 registrati nel corso di tutto l’anno scorso.

Perché il Covid ha provocato questo tipo di aumento e, contemporaneamente, la ricaduta e il peggioramento di casi già in carico ai servizi?

«Uno dei motivi principali risiede nel timore di contrarre il virus, timore che aumenta la sensazione di perdita di controllo, cosa che nelle persone con disturbi dell’alimentazione è molto forte e importante» chiarisce la psichiatra Roberta Covezzi, responsabile del Programma per disturbi del comportamento alimentare dell’Ausl di Modena che il 22 ottobre interverrà a Màt all’interno dell’appuntamento Quando il cibo diventa un nemico. Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione ai tempi del Coronavirus. Il cibo è da sempre, di per sé, un mezzo per affrontare un qualche tipo di trauma, in questo caso quello rappresentato dal Covid e in particolare gli adolescenti hanno manifestato il disagio e l’ansia per la situazione attraverso il cibo». 

In questa situazione si generano due tipi di comportamento: chi sente di perdere il controllo e lo perde effettivamente generando episodi di abbuffata; chi, invece, per la paura di perdere il controllo lo rinforza ancora di più accentuando quella che è la restrizione alimentare.

Si ritiene che ci sia 1 maschio con disturbo della nutrizione e alimentazione ogni 10 femmine che presentano questo disturbo; i casi maschili sono in sensibile aumento così come si è abbassata l’età di esordio prima collocata tra i 15  e i 19 anni, mentre ora troviamo anche casi di bambini di 8, 9 anni con questo tipo di disturbo. 

«Questi ragazzi sono abituati a usare come mezzo di compensazione l’esercizio fisico ma il Covid ci ha chiuso in casa e non era più possibile farlo se non all’interno delle mura domestiche – prosegue Covezzi – I giovani che andavano in palestra hanno quindi cominciato a fare attività fisica, a casa, fino ad otto ore al giorno. La condivisione forzata degli spazi con i famigliari ha inoltre portato ad aumentare lo stress di questi ragazzi ma anche a rendersi conto, da parte dei famigliari, che c’erano dei problemi». 

Le stime dicono che ci sono 10 adolescenti su 100 nella fascia di età 12-25 anni che soffrono di questi disturbi ma pochissimi arrivano a chiedere aiuto; il fatto che ci siano state molte famiglie che abbiano preso coscienza del problema durante il periodo di lockdown, giustifica i numerosi nuovi casi registrati nel  2020. 

Rimane comunque difficile fare delle stime perché rispetto a questo tema c’è ancora tanta vergogna e le ragazze non ricevono le cure adeguate nel senso che alcune sono seguite dal ginecologo, altre da una dietista privata, e accedono a cure parziali e spesso non pubbliche.

«Parliamo di un disturbo multifattoriale che coinvolge mente e corpo per cui la cura deve essere multidisciplinare e multiprofessionale – chiarisce Covezzi – Altra cosa fondamentale è che l’intervento deve comprendere le famiglie senza le quali non si va da nessuna parte. In relazione alla pandemia, poi, parliamo di casi già fragili, che devono essere ancora più protetti, con un sistema immunitario con deficit nutrizionali importanti. 

Durante la pandemia abbiamo mantenuto aperto il nostro centro spostando una parte di attività in remoto ma mantenendo tutte le attività in urgenza in presenza e subito dopo la fine del lockdown abbiamo anche aperto un centro diurno per dare una risposta maggiore» dice Covezzi ponendo l’accento su un’altra patologia che durante il lockdown ha registrato aumenti, ovvero l’ortoressia, patologia che fa parte dei disturbi del comportamento alimentare, il cui sintomo principale è l’ossessione appunto patologica nei confronti del consumo di cibo che viene ritenuto cosiddetto sano. 

Descritta per la prima volta nel 1997 da un dietologo americano, si tratta di una patologia molto recente: con il Covid c’è stato un aumento, presumibilmente dovuto allo stress che esaspera una serie di comportamenti disfunzionali.  

«C’è ancora molto bisogno di sensibilizzare su questi temi perché anche se apparentemente molto conosciuti, esistono tanto pregiudizio e vergogna – conclude Covezzi – Da tre anni, entriamo nelle scuole del territorio facendo interventi di prevenzione (quest’anno lo faremo in remoto) e non mancano associazioni attive a livello nazionale, come la Fanep, su questo tema».