Giovani e lockdown: serve una gestione coerente

di Laura Solieri

Il lockdown ha portato ad un forte incremento delle dipendenze da gaming e social tra i giovani, 

ha attraversato la popolazione dei ragazzi in modo violento ma questo non vuol dire che abbia avuto solo conseguenze negative.

È presto per dire, nello specifico, quali conseguenze ha avuto sul gaming oppure su altri comportamenti a rischio come la dipendenza da social e gioco d’azzardo ma siamo sicuri però di alcuni dati tra i quali l’aumento, durante la quarantena, del 75% del gioco online.

«Tenendo conto che i ragazzi dai 15 ai 19 anni hanno una media di giorni passati online di 5,8 a settimana e questo significa che sono online in continuazione, due sono i temi importanti da affrontare quando si parla di internet, sociale e gaming – spiega Chiara Gabrielli, responsabile del Servizio Dipendenze Patologiche Area Centro del Dipartimento di Salute Mentale dell’Ausl di Modena – Da una parte, il rischio connesso a un utilizzo strenuo degli strumenti informatici che corrono le persone più vulnerabili; dall’altra, però, occorre sempre tener presente che i giovani sono nativi digitali: per questa generazione, il consumo, l’utilizzo dei social, lo stare in rete è qualcosa di identitario». 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, in fase di lockdown, parlava di promuovere il gioco per la socializzazione e preservare il legame interpersonale, riconoscendo al gaming una funzione “protettiva”, sicuramente con un rischio connesso da calcolare. 

Chi tendeva al ritiro sociale ha rischiato di aver strutturato nei mesi del lockdown un’abitudine all’isolamento che ha avuto nell’abbandono scolastico e nel fenomeno dell’hikikomori alcune tra le conseguenze più impattanti. I ragazzi costretti al lockdown hanno inoltre avuto un sovraccarico rispetto al consumo davanti a uno schermo, anche a causa della didattica online, e questo ha aumentato le fatiche e le difficoltà. 

«È necessario riconoscere i segnali del ritiro fin dal principio per evitarne la cronicizzazione e strutturare alcune buone prassi di intervento – spiega Gabrielli – I sentimenti che hanno attraversato i giovani sono i più vari e ci sono studi che indicano anche sentimenti di gioia, nel senso che i ragazzi durante la quarantena hanno trovato una dimensione diversa che non sempre si è rivelata negativa, ma anche sentimenti di rabbia e tristezza e sentimenti di noia come abbiamo avuto tutti. 

Rispetto alle dipendenze nella popolazione giovanile tra i 15 e i 40 anni  – prosegue Gabrielli – il lockdown ha avuto, da un lato, l’effetto di contenimento, dall’altro, invece, abbiamo assistito a un aumento del malessere delle persone perché lo stare chiusi ha provocato un grande disagio, fattore che ci ha portato ad accrescere il lavoro di sostegno a distanza».

È chiaro che il lockdown per persone con tendenza all’isolamento e bassa resilienza rispetto ai temi dell’autostima, della difficoltà alla socializzazione, può portare un grosso rischio fino a parlare di hikikomori, forma di isolamento completo dalla realtà, concetto appartenente all’universo della cultura giapponese.

«Per i ragazzi che hanno vissuto, ad esempio, un fallimento scolastico e quindi tendono e rischiano un isolamento, il gioco e lo stare connessi continuamente, seppur pericoloso, rappresenta però l’unica finestra sul mondo e non bisogna demonizzare, in questo caso, il mezzo informatico. Una delle cose più importanti – conclude Gabrielli – è stata l’apertura delle scuole, che deve essere fatta in sicurezza e in maniera coerente con i luoghi del divertimento. La coerenza è per un adolescente il centro su cui si costruisce come uomo/donna e quindi dobbiamo essere molto attenti, anche nel trovare i giusti linguaggi di mediazione».