di Laura Solieri

 A giudicare dalle statistiche, la cosiddetta depressione è il maggior mal di vivere della nostra epoca. E in una società che anela essere felice, che rivendica il diritto di essere felice e invece è depressa, dovremmo finalmente iniziare a farci le domande giuste per trovare le risposte più appropriate per costruire insieme una società che cura, un società aperta, includente e non escludente.

 Una società che cura è una società aperta, includente e non escludente. Abbiamo eliminato, in Italia, i 76 grandi manicomi, quasi uno per ogni provincia. Erano i luoghi della deportazione dei corpi inadatti, imperfetti, macchine rotte, i manicomi erano come tanti sfasciacarrozze di macchine umane inaggiustabili. Ce lo racconta lo psichiatra Piero Cipriano che il 26 ottobre 2018 ore 17 presenterà a Modena presso La Fonte (via Fonte da San Geminiano Ovest 13) il  suo libro “Basaglia e la metamorfosi della psichiatria” (Elèuthera, 2018), in un appuntamento a cura dell’associazione Insieme a Noi.

«Basaglia e suoi sodali, hanno chiuso i manicomi obbligando allo stesso tempo la società ad un profondo cambiamento – dice Cipriano a cui abbiamo chiesto qual è la società che cura e come contribuire, insieme, alla sua creazione – La società che per due secoli aveva rinchiuso il folle corpo rotto, testa rotta, è stata costretta a riprendersi il corpo rotto che aveva espulso da sé e deportato. E però non bastava obbligare, bisognava convincerla, convincerla che compiere questo processo inverso (dal vomito del corpo rotto all’incorporazione del corpo rotto) era etico, era terapeutico. Se una società la convinci, ecco che rischia, perfino, di diventare una società terapeutica, una società che cura, che si cura, che si prende cura dei suoi elementi deboli, dei suoi corpi fragili. La società è pertanto costituita da tanti singoli, i quali devono cominciare essi stessi a non voltarsi dall’altra parte. Aprire le porte (non solo dei CSM, dei SPDC, delle comunità terapeutiche) ma in generale; aprire le porte è uno stile di vita, così come lo è aprire i porti, e consentire l’attraversamento del suolo a tutti, non solo ai nativi, non solo ai sani».

Guardando in prospettiva ai quattro decenni trascorsi dall’approvazione nel 1978 della legge 180, che sancisce la chiusura dei manicomi, Cipriano compila un’agile storia della psichiatria per raccontare le metamorfosi del dispositivo manicomiale: a partire dal manicomio concentrazionario inventato da Pinel nel 1793, passando per il manicomio chimico (psicofarmaci e categorie diagnostiche) affermatosi negli ultimi decenni, e arrivando al manicomio digitale prossimo venturo, dove la rete diventerà il panottico perfetto da cui non si potrà sfuggire.

Cosa intendiamo per “metamorfosi della psichiatria”?

La psichiatria è cangiante, sempre mutevole come il Proteo, il personaggio della mitologia. E tuttavia nella sua mutevolezza è riuscita ogni volta a declinarsi più in manicomi (o se vogliamo in iatrogenia) che in iatria. Allora è necessario innanzitutto saperli individuare i manicomi, la iatrogenia, i cangianti dispositivi in cui la psichiatria si trasforma. In questo senso ci viene incontro la lezione kafkiana. Uno psichiatra se è non proprio un automa, un giorno si sveglia e si ritrova immondo insetto. Nel senso che non è ciò che pensava di essere, specialista della complessità, ma banale specialista del pericolo. Allora ha due alternative. O accettare di essere l’immondo insetto, il Gregor Samsa tecnico del controllo, oppure contesta, ricusa, rigetta, rilutta (ecco l’intellettuale riluttante di cui scrive recentemente Pier Aldo Rovatti). Ovvero resta nell’istituzione, nei servizi di salute mentale, ma per cambiarli.

Lei parla di manicomio digitale prossimo venturo: quanto ci accorgiamo realmente che il mondo online, la rete, è un manicomio/rischia di diventare un manicomio?

Per ora il manicomio digitale non esiste ma potrebbe esistere, ce ne sono le avvisaglie, non solo nei racconti o nei film distopici (vedi alcuni episodi di Black Mirror). Il manicomio digitale, panottico a 360 gradi, sarà un modo con cui la rete, il web, questa società della trasparenza si saprà embricare con gli altri manicomi fatti di muri (il manicomio concentrazionario) e quelli fatti di etichette diagnostiche e farmaci (il manicomio chimico). Un esempio? Il progetto in fieri negli USA. Il Proteus Digital Health, o qualcosa di simile, dove l’internato digitale assumerà il farmaco connesso con sensore ingeribile il cui percorso verrà controllato dallo psichiatra prescrittore direttamente dal suo tablet. Questo paziente, internato (o internauta) digitale sarà l’androide perfetto. Figuriamoci poi quanto il controllo diverrebbe ancora più pervasivo se un tale meccanismo si collegasse con il social network della persona. Ogni assunzione del farmaco decine di like, la non assunzione sanzionata dal dislike.

Qual è il maggiore mal di vivere della nostra epoca?
A giudicare dalle statistiche è la cosiddetta depressione. Tutti sono depressi. Una società che anela essere felice, che rivendica perfino il diritto di essere felice, eppure non solo non è felice, ma non è neppure serena, tranquilla, così così, neutra, no: è proprio depressa. Talmente depressa che vuole uccidersi. Il maggior narratore di questi tempi, David Foster Wallace, che si impicca dieci anni fa, è l’emblema di questa società performativa che si deprime e si uccide. Ed è un paradosso, perché ci raccontano che esistono dei missili farmacologici intelligenti antidepressivi. E non fanno effetto? E non ce la danno la felicità? Cosa è successo? Sette miliardi di terrestri di cui 400 milioni sono depressi, 60 milioni sono bipolari, un miliardo o forse più senz’altro ansiosi. Oh? Che vi sta succedendo?
Vuoi sapere il mio punto di vista?
In breve: i nuovi manuali diagnostici fanno depresso anche chi potrebbe essere semplicemente stanco. Questa società si stanca, si inchioda da sola a un eccesso di lavoro, si sfinisce, un filosofo, Byung-Chul Han, parla di società della stanchezza conseguenza di una società della performance. Gli psichiatri però trasformano la stanchezza in depressione e il gioco è fatto. Aggiungi poi che gli psichiatri propongono i loro missili intelligenti come cosmetici psichici, psico-doping, una sorta di cocaina legalizzata. Ma ciò non rende più performative le persone ma le ingaggia in un destino di dipendenza farmacologica e disturbo psichico. Ed ecco l’epidemia di depressione. Il male del secolo. Tutto il mondo aspira a essere felice e però è depresso.