di Laura Solieri

Da sempre, il linguaggio dei media forma o quantomeno influenza l’opinione pubblica e quando si parla di argomenti importanti e delicati come quelli connessi ai temi della salute mentale, dai giornalisti bisogna esigere preparazione e competenza.

“Non sempre i media approfondiscono adeguatamente le tematiche legate alla salute mentale: spesso c’è una conoscenza superficiale della materia nonostante in rete si possano recepire facilmente strumenti e risorse attendibili, destinati proprio ai giornalisti. Questo atteggiamento va ad alimentare pregiudizi dannosi nei confronti delle persone con problemi di salute mentale, oltre a dare un’informazione non veritiera” spiega Antonio Lasalvia, professore associato di Psichiatria presso l’Università di Verona che il 22 ottobre 2018 interverrà a Modena al convegno “La discriminazione delle persone con problemi di Salute Mentale” (presso Aula Magna del Centro Servizi presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria in Via del Pozzo, ore 9-13).

Il concetto di stigma, di cui il professor Lasalvia parlerà il 22 ottobre, è un concetto ombrello da cui si diramano i concetti di stereotipo, pregiudizio, discriminazione e le componenti cognitive, affettive e comportamentali che da essi derivano.

Le persone con problemi di salute mentale sono vittime di varie forme di discriminazione. Stigma, intolleranza alla diversità, ai bisogni e alle capacità differenti, contribuiscono a queste forme di discriminazione che spesso innescano un circolo vizioso di esclusione e coercizione.

“Bisognerebbe evitare di associare i temi della salute mentale a eventi di cronaca nera, cosa che alimenta lo stereotipo della pericolosità così come l’utilizzo di termini che possono essere offensivi quali pazzo, maniaco, assassino, omicida – prosegue Lasalvia – Quando si parla di salute mentale occorre informarsi e fare parlare le persone con problemi di salute mentale oltre che i professionisti”.

Il disturbo di salute mentale che più di tutti è connotato negativamente è quello della schizofrenia, diventata parola passe-partout usata per descrivere ormai qualsiasi cosa identificabile come strana, imprevedibile, pericolosa, aggressiva se non completamente fuori controllo.

“È un termine che fa parte della Psichiatria – spiega il professor Lasalvia – Il problema è che questo termine tecnico è uscito dal linguaggio dei tecnici ed è  diventato un termine di uso comune che si è caricato di connotazioni negative, logorandosi. Schizofrenia è diventata una parola che indica erroneamente qualcosa di deviante e pericoloso, offensivo e le persone che hanno un problema di salute mentale non gradiscono essere etichettate come schizofreniche perché sentono il peso su di loro di questo giudizio”.

In diversi paesi, come il Giappone e la Corea, questo termine è stato abolito e sostituito con una definizione scientificamente più valida e accettabile da parte di chi ha questo disturbo, e che gli consente di perdere la connotazione negativa di cui abbiamo detto.

“Con la Società Italiana di Psichiatria stiamo conducendo un’indagine per capire cosa ne pensano gli psichiatri di questo termine che piano piano sta uscendo dal lessico ufficiale della Psichiatria, e anche cosa ne pensano gli utenti – conclude il professore Lasalvia – In Corea hanno rinominato e riconcetualizzato il termine schizofrenia in “disturbo della sintonizzazione”. In Giappone oggi si parla di “disturbo dell’integrazione” anche se rimane il problema dei mass media che fanno fatica ad acquisire il nuovo linguaggio. In Italia, trovare un termine alternativo, valido per tutti, è la vera sfida, fermo restando che la sofferenza delle persone resta la stessa. A livello nazionale si fa poco e niente in termini di iniziative e attività di lotta allo stigma; a livello locale, invece, c’è molto più fermento e Modena, in particolare, è una città molto attiva”.