di Anita Eusebi

«La guarigione non passa solo attraverso la presa in carico da parte dei servizi, ma anche attraverso il recupero di un proprio ruolo sociale», afferma Fabrizio Starace, Direttore del Dipartimento di salute mentale e dipendenze patologiche di Modena. «L’azione sul contesto sociale e culturale di riferimento, che vede proprio i soggetti “esclusi” come protagonisti attivi, dotati di contrattualità sociale e impegnati a svolgere vari livelli di interlocuzione per realizzare iniziative di promozione della propria condizione, è un’azione importante che ricolloca i soggetti deboli in una chiara posizione di cittadinanza attiva». Nelle parole di Starace i tratti fondamentali del concetto di recovery, di cui si tratterà a Màt 2015 in occasione del convegno del 19 ottobre Recovery: una sfida possibile, presieduto da Marco Rigatelli, Ordinario di Psichiatria presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Ma di cosa parliamo esattamente quando parliamo di recovery?

«Il concetto di “recovery” attraversa oggi culture e pratiche della salute mentale e rappresenta certamente la sfida più grande all’ideologia medica, sottolineando il ruolo attivo delle persone con esperienza di problemi psichici e i fattori di significanza connessi alle loro storie, alle loro vite», afferma Roberto Mezzina, ospite di Màt 2015 e Direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste, nell’inserto Costruirsi una vita al di là della “malattia mentale”, uscito sul n. 290, 3/2015, di Animazione Sociale. Riflessioni che riprendono in parte e rielaborano alcuni contenuti del libro Guarire si può, a cura di Izabel Marin e Silva Bon per la Collana 180 – Archivio critico della salute mentale. «Recovery ha probabilmente poco o nulla a che fare con il guarire secondo la comune accezione. Benché la parola guarigione rappresenti bene la più alta aspirazione di coloro che soffrono, di qualunque malattia si tratti, essa rischia di risultare fuorviante nell’ambito della salute mentale, soprattutto se usata in chiave biologica», prosegue Mezzina. «Si tratta di un processo complesso, non lineare e multidimensionale. Ed è innanzitutto un costrutto dell’individuo, un fatto personale, e in tal senso dunque un concetto altamente soggettivo, sia nei suoi elementi costitutivi che nei suoi modelli esplicativi. La persona in sé ne è il fattore determinante».

Tra coloro che interverranno a Màt 2015 in occasione della tavola rotonda sulla recovery anche Antonio Maone, psichiatra del Dipartimento di salute mentale Asl Roma/A e curatore con Barbara D’Avanzo, responsabile del Laboratorio di Epidemiologia e psichiatria sociale dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, del libro Recovery. Nuovi paradigmi per la salute mentale. «Da alcuni anni il paradigma della recovery registra una straordinaria diffusione nei linguaggi delle politiche sanitarie, delle pratiche dei servizi e della ricerca nel campo della salute mentale. Accanto all’accezione biomedica, in termini di esito clinico, risultato del trattamento e remissione dei sintomi, si parla di recovery “personale”, ovvero di “risveglio” di un’identità positiva, in cui il disturbo mentale viene considerato come solo uno degli aspetti della persona nella sua totalità», spiega Maone.

«La malattia mentale infatti non può essere ridotta esclusivamente alle sue manifestazioni sintomatologiche; non può, per sua natura, rimanere confinata nel dominio biomedico e oggetto di un approccio tecnologico, in attesa che il supposto “squilibrio chimico” venga riparato. La malattia mentale, come già aveva messo a fuoco Franco Basaglia, è esperita dal soggetto e si manifesta nell’ambiente umano soprattutto attraverso il suo “doppio”, cioè come una profonda e catastrofica erosione del senso di sé, della dignità e dell’auto-efficacia. Bisogna considerare che nessuno, sano o malato che sia, può affrontare e superare le domande incessanti e le sfide che pone la vita se non sente di poter ricondurre le scelte, le decisioni, le responsabilità, a una dimensione interna, personale, unica, che dalle stesse scelte viene rinforzata. È proprio questo esercizio di autodeterminazione che nel disagio psichico viene, pur con le migliori intenzioni, sottratto o compromesso. Recovery rappresenta dunque, prima di tutto, il tentativo di restituire al soggetto questa possibilità. E i processi di guarigione, in tal senso, non possono essere intesi solo come lotta contro i sintomi della malattia, ma devono essere sostenuti dallo sforzo di ripristinare il controllo sulla propria vita».

Cosa devono fare i servizi di salute mentale per favorire percorsi di recovery? «I servizi orientati alla recovery dovrebbero tener presente che si tratta di processi tipicamente non-lineari, soggetti pertanto a battute d’arresto, fasi di stallo e riprese: ciò implica la necessità di un approccio caratterizzato da pazienza, ascolto, tatto, tenuta delle aspettative nel lungo termine», prosegue Maone. «I servizi dovrebbero anche riconsiderare profondamente il loro ruolo e le loro competenze, prima di tutto attraverso la rinuncia a “sapere meglio” quali siano i reali obiettivi e desideri del paziente, e attrezzandosi piuttosto a creare le condizioni per farli emergere e a sostenerli per come vengono soggettivamente espressi. In ciò si realizza un’autentica azione di empowerment: sul piano politico, attraverso il riconoscimento di diritti e la disponibilità di opportunità e risorse, e sul piano relazionale/terapeutico, poiché il risveglio della speranza di recuperare un’identità positiva, sulle cui basi “ricostruirsi una vita”, è possibile, o quanto meno facilitato, solo se la “nuova” identità viene riconosciuta, rispettata e valorizzata nell’ambito di un contesto interpersonale».

Quello che si intende per recovery nell’ambito della salute mentale è dunque un processo profondamente e autenticamente personale, un “recupero di sé”, una nuova assunzione di responsabilità rispetto a se stessi, alla malattia, alla società. Il ridefinirsi come persona, ossia lo sviluppo di una nuova percezione di se stessi e di una propria identità, implica a sua volta la ridefinizione del problema mentale come parte integrante della propria vita, dunque l’accettazione della malattia. In altre parole, la recovery è un riappropriarsi della propria vita al di là della malattia, nonostante la malattia, cioè malgrado la sofferenza e le limitazioni causate dal disagio psichico.

Nelle pratiche orientate alla recovery giocano allora un ruolo fondamentale da un lato la dimensione “condivisa” con familiari, amici, operatori o pari, dall’altro la costruzione di progetti con la cittadinanza, orientati alla lotta allo stigma, esterno e internalizzato, all’inclusione nella comunità locale, alla promozione della soggettività dei cittadini con disagio psichico e al sostegno della loro contrattualità. D’altro canto, il riconoscimento del protagonismo degli utenti e di un sapere esperienziale, prezioso quanto quello professionale, comporta per gli addetti ai lavori un’importante ridefinizione dello stesso modello operativo. Ma le risposte offerte dalle politiche di salute mentale tradizionali della maggior parte dei servizi appaiono al riguardo spesso insoddisfacenti, sbilanciate sul versante ospedaliero-residenziale invece che su quello dell’inclusione sociale, e lontane dal valorizzare la soggettività delle persone con disagio psichico.

A Modena il progetto Social Point del Dipartimento di salute mentale, l’associazione di familiari e amici Insieme a Noi e l’associazione di utenti Idee in circolo costituiscono senza dubbio un buon esempio di una metodologia globale di presa in carico assistenziale, di progettualità sociosanitaria, coerente con i principi di empowerment, recovery e lotta allo stigma. L’iniziativa stessa Màt – Settimana della Salute Mentale, a cadenza annuale, costituisce il laboratorio e la sintesi degli elementi di innovazione e cambiamento culturale che il Dipartimento di salute mentale ha condotto negli ultimi anni. È il momento culminante in cui assumono visibilità i progetti personalizzati di inclusione sociale e i progetti collettivi di cittadinanza attiva, rivolti a utenti, che quotidianamente arricchiscono il lavoro clinico e terapeutico dei servizi di salute mentale, conferendo ad esso ampiezza di respiro e di prospettiva.

“Se la guarigione avviene, si tratta della guarigione di un corpo ignaro di sé, dei propri bisogni, delle proprie malattie e della propria salute, privato di ogni possibilità di partecipare e lottare per ottenerla […]. Una cura diversa non può che muoversi in questa direzione, offrendo una terapia che sia stimolo a una riappropriazione di sé […] l’unica premessa a una possibilità di cura per la malattia dell’uomo è un rapporto diverso, soggettivo, partecipato nella vita e, quindi, nella malattia.” Così scriveva Franca Ongaro Basaglia in Salute/Malattia. Le parole della medicina, negli anni della “deistituzionalizzazione della malattia”, oltre che dei luoghi che contenevano e oggettivavano il malato. Deistituzionalizzazione, emancipazione, responsabilità, guarigione, inclusione sociale e cittadinanza: parole antiche che risuonano nel termine moderno di recovery.