di Anita Eusebi

“János Boka fissò pensosamente davanti a sé, e per la prima volta nella sua anima di ragazzo balenò l’idea di ciò che è propriamente questa vita, per la quale noi, suoi schiavi, ora con gioia ora con dolore, lottiamo.” Con queste parole si chiude I ragazzi della via Pál di Ferenc Molnár, tra i più noti classici della letteratura per ragazzi. Nel ricco cartellone di spettacoli teatrali che andranno in scena nel corso di Màt 2015, Ragazzi della via Paal, conversa/azione in un tempo a cura della Società Italiana Formazione Psichiatria Penitenziaria e Forense è liberamente tratto proprio dal romanzo ungherese. Ricontestualizzato nella realtà drammatica degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, lo spettacolo, che si terrà martedì 20 ottobre alle ore 21.00 presso il Teatro Tempio a Modena, vede protagonisti sul palco Adolfo Ferraro, ex direttore del manicomio giudiziario “Filippo Saporito” di Aversa, e Giuseppe Rosano, ex internato, e giocando sulle due diverse esperienze racconta l’istituzione dal punto di vista di chi per anni l’ha vissuta, al di là del cancello e delle mura.

Pochi oggetti sulla scena, ma significativi. Simboli dei ricordi dolorosi della reclusione, della libertà sognata, di una quotidianità di oggi che sempre è nuova conquista verso la costruzione di un futuro tutto da reinventare. Luci soffuse accompagnano l’intimità di riflessioni ed emozioni. Parole amare e al tempo stesso piene di speranza raccolte in un copione scritto a quattro mani da Ferraro e Rosano, in un dia-logos teatrale tra l’una e l’altra esperienza.

«Eviterei di parlare in senso stretto di spettacolo. Non a caso lo abbiamo chiamato conversa/azione: è cioè una conversazione con degli agiti che vuole raccontare la reclusione e l’emarginazione di chi non è omologato, con tempi, schemi e meccanismi che sono in qualche modo quelli del teatro», afferma Ferraro. «L’idea è nata quando ho smesso di essere direttore dell’Opg di Aversa e sono andato in pensione. Tra i molti rapporti che ho mantenuto con i miei ex pazienti c’è stato in particolare quello con Peppe. Parlando con lui mi sono accorto via via che le nostre vite avevano avuto molti punti in comune, fino all’incontro nella modalità dolorosissima della reclusione della malattia mentale in Opg. Chissà in quante occasioni e situazioni ci eravamo già incrociati senza saperlo! È così che ci è tornato in mente il romanzo I ragazzi della via Pál, ci siamo immaginati come due che si rincontrano dopo tanti anni in una sorta di altrove indefinito, all’inizio non si riconoscono, poi si confrontano e man mano riaffiorano i ricordi. La legnaia di un tempo a Budapest si trasforma negli ambienti bui dell’Opg, le sopraffazioni dei fratelli Pasztor si traducono nell’assenza di diritti…».

Ragazzini che giocavano insieme da piccoli e che la vita ha poi allontanato secondo destini differenti, si ritrovano ormai vecchi e stanchi e dialogando scoprono di essersi spesso incrociati senza riconoscersi e di aver condiviso in particolare nella loro vita l’esperienza dell’Opg, ma con ruoli ben diversi. Vittime e carnefici, entrambi, in modo altrettanto diverso. Inizia così la conversa/azione tra i due protagonisti sui temi del disagio mentale, di una cura improbabile in un ambiente che è insieme carcere e manicomio, della contenzione, dei maltrattamenti, dei suicidi in Opg, dello stigma sociale, dell’assenza delle istituzioni, dei diritti negati. In un’atmosfera amichevole, quasi leggera, domande, dubbi e riflessioni si alternano a racconti di vita vera, vissuta sulla propria pelle, con piena consapevolezza degli errori e orrori di ciascuno. «Ferraro come ex direttore dell’Opg e io come ex internato abbiamo deciso di mettere su questo spettacolo non tanto per lo spettacolo in sé, quanto per lanciare un messaggio alla cittadinanza, per sensibilizzare l’opinione pubblica. Molte persone non sanno come funzionano queste cose, come vengono trattate le persone con problemi psichici. Riteniamo invece sia giusto che la gente sappia», commenta Rosano.

Non banale l’idea di un dialogo teatrale tra un ex direttore e un ex internato. Ma com’era nella realtà il rapporto tra il direttore di Opg e un internato? «Come “direttori” di Opg, eravamo un misto di direttore di carcere e direttore di manicomio, dotati direi di un certo delirio di onnipotenza che personalmente ho sempre cercato di tenere a freno. Io vengo dalla scuola di Sergio Piro, mi ha insegnato che è molto importante avere un rapporto con i pazienti, stabilire una relazione, e questo è quello che ho sempre fatto. All’interno delle mura dell’Opg il mio rapporto con i miei pazienti era assolutamente umano», sottolinea Ferraro.

Intenso anche l’altro punto di vista: «Mentre ero internato Adolfo Ferraro per me era “il direttore”, e lo è rimasto anche dopo, per molto tempo» racconta Rosano. «Sarebbe finito là questo rapporto nato come medico-paziente se non fosse stato per il fatto che casualmente ci siamo rincontrati, e abbiamo iniziato a frequentarci come due persone che hanno avuto esperienze diverse. Facciamo parte dello stesso tessuto sociale e la vita ci ha portato a incontrarci in varie situazioni, pur con ruoli differenti, ma ciò non costituisce un muro, una barriera, un tabù. Ormai l’abbiamo superata questa cosa. Oggi possiamo dire di essere due uomini che sono diventati “quasi amici”. Anche attraverso l’istituzione. Soprattutto direi, nonostante l’istituzione. Ora ci diamo finalmente del tu, non mi è stato semplice superare la sua identità di direttore dell’Opg, ma mi è venuto incontro e il rapporto si è trasformato nel tempo, per volontà di entrambi. Non più un rapporto tra medico e paziente, ma fra due persone. E così, ragionando insieme, è nata l’idea dello spettacolo».

«Il copione ha vari livelli di lettura, ha sì alcuni elementi “spettacolari”, ma vuole essere soprattutto il racconto di un’esperienza doppiamente importante perché non univoca, ma bilaterale», spiega Ferraro. «Quando mi chiamavano nelle università o in altre occasioni a parlare di Opg, invece di andare da solo e portare il mio punto di vista io andavo con Peppe, che aveva modo così di raccontare anche il suo punto vista. Naturalmente, oltre al raccontare “per gli altri”, si è trattato di un lavoro interno, molto personale, per entrambi. Peppe mi chiamava ancora “direttore” fino a poco tempo fa. Ora non più. Via via si è passati al rispetto in relazione alle persone, e non più ai ruoli. Per cui in questo momento io rispetto Peppe non per il suo essere un mio ex paziente, ma per quello che è come persona. A gennaio è venuto a Napoli il giornalista del Tg2 Valerio Cataldi, autore dell’inchiesta del 2007 sugli Opg Pazzi criminali, per un’intervista e tra le varie cose ha chiesto a Peppe “ma ora tu e il direttore che cosa siete?” e Peppe ha risposto “quasi amici”, proprio come nel film».

Una particolare attenzione quella per le attività teatrali da parte di Ferraro, nota anche negli anni durante i quali è stato direttore dell’Opg. «Il fatto di recludere il disagio mentale è un qualcosa che toglie la possibilità di esprimersi, e la toglie a tutti, sia internati che direttori. Anche a direttori come me che hanno sempre cercato di denunciare tutta una serie di situazioni», precisa Ferraro. «Quando ero direttore ci tenevo che i miei pazienti facessero laboratori teatrali, e intendo l’essere in grado si esprimere se stessi attraverso il meccanismo del teatro. Certo, c’è sempre il rischio del “guarda il pazzo che fa lo spettacolo”, perché poi questo è lo stigma alla fine, però occorre non farsi fermare da questo tipo di commenti e pregiudizi. Il teatro è stato un aiuto fondamentale alla cura, ha permesso a molte di queste persone di tirare fuori una parte di loro stessi. E questo è ciò che importa. Ricordo con emozione quando facemmo lo spettacolo Aspettando Godot di Samuel Beckett, Peppe interpretò Vladimiro e fu bravissimo. Che dire, uno che sta in Opg veramente aspetta Godot…».

«Devo ringraziare Adolfo – replica Rosano – per aver scoperto questa mia passione per il teatro. Ho iniziato a fare dei laboratori grazie a lui, ci teneva molto che in Opg si facesse questo tipo di attività. Era importante tirare fuori dal guscio le persone con problemi, molti si chiudevano in se stessi fino all’abbandono totale. Una volta abbiamo recitato anche al Mercadante di Napoli, davanti a una platea di 500 persone, ti lascio immaginare l’emozione, da lì in poi la paura del pubblico è passata di botto. Si trattava di Aspettando Godot, io ero uno dei due attori principali. E oggi il fatto di fare ancora teatro è molto importante per me. Il teatro mi dà la possibilità come di guardarmi allo specchio, di vedere certe sfaccettature del mio essere che normalmente invece mi sfuggono, e quindi di approfondire la conoscenza di me stesso. Di lavorare su me stesso. Questo è un aspetto che forse lo spettatore non coglie. È importante da un lato sensibilizzare il pubblico, ma è altrettanto importante continuare a lavorare su se stessi, sempre».

Le parole di entrambi esprimono con forza quanto sia importante portare in teatro i temi della salute mentale, sia per sensibilizzare il pubblico sia per l’aspetto terapeutico per le persone con problemi psichici quando sono loro stesse gli attori sul palco, e a maggior ragione quando re-interpretano esperienze vissute direttamente in prima persona. «Sul palco racconto diversi passaggi del mio vissuto – ribadisce Rosano – io la contenzione l’ho vissuta realmente. E la voglio raccontare, è un messaggio che voglio trasmettere. Il senso di sgomento, la paura, i trattamenti brutali… Perché degli operatori debbano obbligarti a subire certe cose proprio non lo capisco! C’erano addirittura infermieri che maltrattavano i malati, aizzavano i più scombinati psichicamente verso i più deboli, con minacce e metodi bruschi. La giustificazione? Rispondevano “si è sempre stato fatto così”, e quindi continuavano a fare così. Io ho letto alcuni libri di Franco Basaglia, come L’istituzione negata, e so bene che le cose dovrebbero funzionare in modo diverso. Ci vogliono persone competenti, preparate adeguatamente, per aiutare chi ha problemi psichici, ci vogliono i dovuti modi, dialogo e impegno. Io sono del parere che le persone vadano trattate diversamente, se una persona ha bisogno di cure, l’istituzione deve fornirle e decentemente. Legare una persona non significa curarla, significa mettere da parte la ragione, e il cuore. Sono queste le contraddizioni assurde dell’Opg».

A sei mesi dalla chiusura per legge degli Opg, quello di Aversa, come gli altri, è ancora aperto. «Ci sono oggi circa 50 persone. Stanno avviando la costruzione di due Rems e l’Opg diventerà a breve un carcere a custodia attenuata. Molto probabilmente gli internati pericolosi che sono ancora in Opg andranno a finire in una sezione psichiatrica del carcere», spiega Ferraro. «Io non penso comunque che le Rems possano essere la vera soluzione, certamente non è quello per cui abbiamo lottato. Lo scopo non è quello di avere un “manicomio migliore”, così facendo il modello culturale manicomiale non cambia, e non a caso Castiglione da Opg è diventato Rems senza cambiare di una virgola». Anche Rosano commenta con un filo di amarezza, «Per legge sarebbe chiuso l’Opg di Aversa. In realtà non è così, mancano le misure alternative, e ancora molte persone restano prigioniere dei ritardi, diciamo così».

Adolfo Ferraro e Giuseppe Rosano saranno anche tra gli ospiti della tavola rotonda Teatro e Salute Mentale che si terrà a Màt 2015 il 21 ottobre. L’incontro, nell’ambito del quale sarà presentato il progetto “Teatro e Salute Mentale” della Regione Emilia-Romagna, sarà occasione per tanti attori e operatori a livello nazionale di raccontare la propria esperienza teatrale, terapeutica e artistica, quale importante contributo alla costruzione di una salute mentale di comunità.