di Anita Eusebi

«La quinta edizione di Màt – Settimana della Salute Mentale di Modena si tiene quest’anno in un periodo di particolare difficoltà per la Sanità Pubblica italiana. Oggi il patrimonio di competenze professionali, di scelte organizzative, di reti collaborative che caratterizza il settore della Salute mentale nel nostro Paese è messo seriamente a rischio dall’ulteriore preannunciato ridimensionamento dei finanziamenti alla sanità», dichiara Fabrizio Starace Direttore del Dsm-DP di Modena. «L’Italia ha mostrato da tempo che è possibile fare a meno degli Ospedali Psichiatrici e più recentemente anche degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ponendo fine ai trattamenti inumani e degradanti che in quei luoghi si perpetravano – prosegue Starace –, è possibile cioè affrontare i disturbi psichiatrici sul territorio, nei luoghi di vita, attraverso una rete capillare di servizi di salute mentale di comunità, evitando l’istituzionalizzazione della sofferenza e dando corpo e sostanza ai principi di cittadinanza e di non discriminazione invocati dalle Carte fondamentali Italiana, Europea, delle Nazioni Unite. Ora il futuro di tutto ciò rischia di essere compromesso».

In anteprima rispetto all’apertura ufficiale della Settimana della Salute Mentale, il 16 ottobre si entrerà nel vivo dei temi caldi della salute mentale con il seminario dal titolo La crisi dei Dipartimenti di salute mentale nella Sanità delle Regioni. Nonostante le conquiste ottenute e il coraggio delle nuove sfide attuali, appare evidente una generale sofferenza a livello nazionale dei sistemi di welfare e dei servizi per la salute mentale in particolare. Senza dimenticare vicende recenti e drammatiche che hanno alimentano non poche riflessioni, dalle morti di persone sottoposte a TSO alla denuncia per sequestro di persona di coloro che restano internati in Opg, strutture chiuse per legge sulla carta lo scorso 31 marzo, ma ancora sostanzialmente aperte nella realtà dei fatti.

«Molti servizi si ritrovano troppo spesso a scimmiottare, e anche malamente, l’attività ambulatoriale di altre pratiche mediche fondate sul binomio diagnosi e terapia, farmacologica o chirurgica a seconda dei casi. L’approccio è cioè prevalentemente bio-medico, nonché inadeguato”. E la psichiatria finisce per non trovare risposte. Non quelle giuste», afferma Vito D’Anza, Direttore del Dsm di Pistoia e portavoce nazionale del Forum Salute Mentale, che sarà tra i numerosi ospiti della tavola rotonda all’anteprima di Màt 2015. «Ci sono pratiche manicomiali che persistono in tanti, troppi, servizi di salute mentale e che arrivano a negare i più elementari diritti delle persone con disturbo mentale». Realistico e senza troppi giri di parole, D’Anza viene così dritto al punto e racconta le sue preoccupazioni: «Gli studi degli ultimi decenni, studi che provengono da oltreoceano e oltremanica e non solo da “ideologizzati basagliani”, hanno portato alla salute mentale, alla recovery, all’empowerment, ai temi dell’abitare-lavoro-socialità, a un ruolo rinnovato degli operatori nel percorso di guarigione. Ciò nonostante, nel Paese che ha realizzato la riforma più significativa al mondo, resistono modelli e logiche manicomiali tragicamente inadeguati».

Come affrontare una situazione così complessa? «La direzione su cui insistere è quella di modalità assistenziali coerenti con una riduzione dell’ospedalizzazione e della residenzialità sanitaria, orientate verso forme più flessibili e personalizzate di residenzialità sociosanitaria, sostegno alla domiciliarizzazione degli interventi, prossimità territoriale delle cure», puntualizza Starace. «A ciò si aggiunge la valorizzazione delle risorse formali e informali, promuovendo e incentivando il protagonismo delle forme associative territoriali, vero “capitale sociale” della comunità, e degli utenti stessi, che partecipano non più soltanto come consumatori, ma diventando a loro volta produttori di beni e servizi. È sul territorio che si vince o si perde la battaglia per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale – insiste Starace –. Il settore della salute mentale deve cogliere le sfide del rinnovamento. A partire da un’accurata riflessione sullo stato attuale dei servizi territoriali per la salute mentale, sulla loro reale capacità di far fronte alla diffusione sempre più ampia di condizioni di malessere, all’emergere di nuove forme e di nuovi soggetti del disagio. In un sistema sanitario che voglia realmente interpretare i principi di equità e giustizia sociale, è fondamentale che la salute mentale torni ad essere una priorità delle politiche sociali e sanitarie dei territori locali, e questione di interesse nazionale. Affinché valga per tutti i cittadini, a prescindere da dove sono nati o risiedono, il diritto alla salute costituzionalmente garantito».

Occorre cioè farsi carico con coscienza e responsabilità delle nuove difficoltà, non girare la testa dall’altra parte né tanto meno adattarsi per rassegnazione o sfinimento. Perché, come scriveva Jiddu Krishnamurti, “Non è segno di una buona salute mentale essere ben adattati a una società malata”. Ecco, questo sarà il motto di Màt 2015.