di Anita Eusebi

«Una delle prime riflessioni che dobbiamo svolgere in quanto persone impegnate nell’ambito della salute mentale, è sul livello di priorità che il nostro lavoro ha nell’agenda complessiva della comunità», ha affermato Fabrizio Starace, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche di Modena, in occasione dell’incontro nazionale del Forum Salute Mentale che si è tenuto lo scorso 4-5-6 giugno a Pistoia.

L’analisi di alcune questioni chiave come le organizzazioni, le risorse e le culture dei servizi di comunità mostra chiaramente come il livello di priorità che questo Paese assegna alla salute mentale è purtroppo tra i più bassi dei Paesi Occidentali. Si pensi soltanto all’investimento economico: l’Italia con il suo 5% del fondo sanitario nazionale (5% “dichiarato”, poiché secondo alcuni studi si è molto al di sotto di tale soglia) fa poco meglio dei paesi dell’Europa Orientale. «A fronte di ciò, disponiamo di una rete di servizi di comunità che è un laboratorio a cielo aperto – ha aggiunto Starace –, un modello all’attenzione della comunità scientifica mondiale. Eppure esso viene ignorato innanzitutto in Italia: chi ne cercasse i riferimenti nei documenti governativi in materia di sanità pubblica non ne troverebbe traccia».

Ma qual è la giusta priorità? Occorre ricordare che il tema della salute mentale è un tema cruciale, e non solo dal punto di vista dei diritti e del benessere individuale e collettivo. La salute mentale è al tempo stesso un motore fondamentale per la ripresa economica, la coesione sociale, il rilancio del Paese. «Il nostro impegno deve essere allora quello di trovare gli strumenti idonei perché tale priorità si elevi dalla condizione attuale e ottenga adeguata attenzione da parte della classe politica. Le strategie possono essere diverse e vanno attualizzate nei singoli contesti regionali – ha sottolineato Starace –, in ogni caso si tratta comunque di rilanciare a livello nazionale le battaglie che costituiscono la storia e l’identità della salute mentale in Italia. La campagna per la chiusura degli Opg per esempio è stata e continua ad essere in tal senso molto importante. Altri temi fondamentali da porre all’attenzione pubblica sono la diffusione sempre maggiore di condizioni di malessere, anche a causa della crisi economica, e il ruolo e le criticità dei servizi territoriali e dei dipartimenti di salute mentale in tale contesto. E ancora, la frammentazione e la discontinuità degli interventi, il largo uso, talvolta improprio, dei trattamenti sanitari obbligatori, la tendenza crescente a ricorrere al “posto letto residenziale” spesso indistinguibile dalle vecchie istituzioni totali, la consistenza e la capacità di intervento dei servizi territoriali nel sostenere percorsi e progetti riabilitativi individuali, sono tutte questioni che devono tornare al centro dell’attenzione collettiva. D’altro canto, vi è la necessità di valorizzare le buone pratiche e di diffonderle, traducendone i principi in politiche e strategie per la salute mentale».

In altre parole, il punto centrale sta nel colmare il divario fra le cose che si affermano, anche nei rari documenti di programmazione, e la loro sostenibilità. Tutto ciò senza dimenticare che il patrimonio a cui attingere è certamente quello storico valoriale della sfera dei diritti, ma è costituito anche dalle persone attive in salute mentale, con le proprie competenze e le proprie capacità relazionali, operatori quotidianamente sul campo impegnati a confrontarsi non solo con “problemi tecnici” e patologie, ma anche con mille difficoltà e frustrazioni, in una eterna dissonanza tra i “dovrei”, “vorrei”, e i “ma come faccio?”.

«Il patrimonio tecnologico di competenze e di modalità di intervento messo a punto nell’ambito della salute mentale nel nostro Paese in questi ultimi trent’anni è inestimabile – ha commentato Starace – e non può essere lentamente dissipato, disperso, come sta avvenendo in molte regioni. Anzi dovrebbe essere modello per coloro che oggi si avvicinano a questo straordinario mestiere e che purtroppo continuano a essere immersi in una matrice formativa antica, che non ha saputo cogliere le sfide del rinnovamento. Basti pensare al ruolo rinnovato, non più rivendicativo, antagonista o conflittuale, ma collaborativo e sfidante che hanno oggi gli utenti e le famiglie: un ruolo che impone a noi operatori la fatica di guardare le cose con un occhio diverso, ma consente di ottenere risposte di gran lunga superiori».

Occorre riflettere, d’altro canto, sul sistema complessivo di cui la salute mentale fa parte: un sistema sanitario che continua a essere egemonizzato da modelli teorici e organizzativi di tipo ospedaliero, dove resta ancora ampio il gap tra affermazioni di principio sulla priorità del territorio e la sua realizzazione pratica. E sono pesanti le conseguenze di tali ritardi e inefficienze negli equilibri complessivi del welfare. «Molti servizi, in assenza di una coerenza di sistema, si adoperano per farcela da soli, assumendo una funzione toti-potente e finendo col perpetuare una patologia, piuttosto che farla emergere come contraddizione e affrontarla sul piano politico-gestionale», ha spiegato Starace. «Occorre che la salute mentale sia parte di un sistema che si faccia seriamente carico delle politiche sociali e sanitarie integrate nel territorio. Ed è altrettanto necessario che la salute mentale rivendichi il ruolo centrale che le deriva dalla capacità di vedere la persona nel suo complesso, inserita nella propria comunità di appartenenza, all’insegna di una piena integrazione socio-sanitaria».

Una psichiatria chiamata alla costruzione di risposte e percorsi adeguati ai tempi attuali. Una psichiatria, si direbbe, a cui interessi “più il malato della malattia”. «Non si deve lasciare spazio alle psichiatrie di basso profilo, a quelle da “banco”, a quelle che coltivano i propri orticelli senza badare al bene comune – ha concluso Starace –, la salute mentale deve tornare a essere una questione di interesse nazionale». Questa è la priorità.