di Anita Eusebi

«Luca e Marco dapprima furono ricoverati nelle loro stanze. Dopo alcuni mesi cominciarono a uscirne. Dopo altri mesi ancora cominciarono a uscire fuori dall’ambulatorio e a venire nella sala d’attesa. Dopo quasi un anno andavano e venivano dalla cucina. Poi cominciarono a salutare, a conoscere persone, a dialogare con piccole frasi educate. Poi hanno iniziato a parlare anche nelle conferenze e nei gruppi di auto mutuo aiuto. Io, come loro, sono una sopravvissuta», racconta Rossella.

«Grazie anche all’intervento della mia psichiatra, ho ritrovato nel mio passato storie di violenza inaudita, confuse tra i ricordi di un percorso cominciato alla rovescia. E ho cominciato a capire, e a lavorare su me stessa. Ho iniziato a partecipare anche ad attività ricreative. Volevo sentirmi in mezzo alla gente, ma all’inizio non facevo amicizia, non volevo parlare con nessuno. Non ci riuscivo. Il dialogo a due non mi era più familiare. E mi autoconvincevo, come accade a molti, che fossero i farmaci a indebolirmi, per non vederla come una mia personale sconfitta. Dormivo la maggior parte del tempo, ma non per stanchezza. Ero depressa, aggressiva. Pian piano – c’è voluto tempo – ho cominciato a instaurare delle relazioni, dei legami. Anch’io passai dal non parlare con nessuno prima al concentrarmi poi su alcune persone, e poi ancora a fare amicizie. In un certo senso passai anch’io, come Luca e Marco, dalla sala d’attesa alla cucina. Mi sentivo curata e questo mi rendeva combattiva, creativa, attiva. Dentro di me cresceva il desiderio di tornare a fare le cose di una volta». E oggi? «Non sono guarita al 100% – commenta Rossella – ma sto certamente meglio, e ho diminuito i farmaci. Come sto? Sto nella vasca con i pesci. Quando uno di questi guizza penso che potrei fare altrettanto anche io. Io ci credo alla mia guarigione. Io penso che guarire si può, ci sono riuscite tante altre persone, e ci riuscirò anch’io».

Guarire dalla guarigione, un bel titolo quello dell’incontro Parole Ritrovate dell’edizione 2015 di Màt. Un appuntamento che si rinnova e si arricchisce ogni anno di più, una giornata che costituisce un vero e proprio laboratorio sociale. Un evento del quale, pur a distanza ormai di parecchie settimane, tornano in mente parole ed emozioni. “Guarigione”, un termine che è stato declinato in tante forme diverse, dalle più estreme e radicali di chi ha dichiarato di vedere la guarigione come nient’altro che un’utopia oppure di chi ha rivendicato di essere perfettamente guarito o di non essere mai stato malato, alle tante posizioni intermedie di chi ha fatto appello all’accettazione dei compromessi che comporta il processo di cura o la società stessa, senza dimenticare il proprio potere contrattuale. Comune a tutti gli interventi, è emersa con forza la tensione interna che si porta dietro un concetto di questo tipo, e con la quale si deve continuamente fare i conti. Una sorta di paradosso irriducibile, con cui devono confrontarsi psichiatri, operatori e pazienti, alla pari. Si rafforza la consapevolezza di sé da parte di chi vive l’esperienza del disagio psichico, e ciò è di aiuto nel trovare la forza di reagire alla sofferenza che si ha dentro. E cambia anche il modo di porsi dello specialista, con il quale è fondamentale stabilire una relazione, instaurare un dialogo, un rapporto di fiducia, costruire cioè qualcosa che vada oltre il farmaco. «Tu ora vai dallo specialista e ti chiede “come stai?”. Non è più come succedeva prima. Ed è molto bello». Un mondo intero di significati nelle poche parole di Angelo Bagni, presidente dell’Associazione Idee in Circolo.

È vero che purtroppo non dappertutto le cose funzionano come dovrebbero. Ma il grande lavoro svolto a Modena in questi anni, a livello di partecipazione, coinvolgimento, inclusione appare eccezionale. «Conosco persone che stavano molto male e il vivere momenti di socializzazione, facendo attività di vario tipo, prendendosi impegni e responsabilità, li ha via via completamente trasformati», ha commentato Tilde Arcaleni, presidente dell’Associazione Insieme a Noi. «È molto importante non restare sempre concentrati solo su se stessi e sul proprio stato di “malattia”, occorre mantenere un’apertura verso il mondo esterno, e soprattutto mantenere speranza e fiducia che le cose possano andare meglio».

«Diverse prospettive ed esperienze che insieme si confrontano e si arricchiscono ben rappresentano come la diversità sia qualcosa cui occorre assolutamente dar il senso di un valore, e non qualcosa da cui ci si debba tenere a distanza. E il risultato di tali diversità che si compongono, per partecipazione, contributi e risonanze, è qualcosa di magico e inestimabile, che diventa patrimonio di ciascuno di noi», ha affermato Fabrizio Starace, direttore del DSM-DP di Modena. «Le persone che hanno un problema, ossia lo presentano a chi se ne prende cura, non sono un problema. “Presentare un problema” significa offrire al sistema di cure e alla comunità una straordinaria opportunità per interrogarsi sul perché quel problema sia sorto. Il manifestarsi di quel problema, che può avvenire da parte dei più vulnerabili e fragili, è comunque espressione di qualcosa che lavora dietro le quinte della comunità intera e dunque riguarda ciascuno di noi. In tal senso, ciascuno nel suo ruolo e ambito operativo, è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità. Solo in questo modo si può attivare un circolo virtuoso che consente, prendendosi cura del disagio del singolo, di promuovere la salute mentale della comunità intera».

Una parola chiave, la stessa di sempre: “dignità”. «Il rispetto della dignità delle persone con disturbi psichici è condizione essenziale perché ciascun cittadino si senta a pieno titolo membro della comunità cui appartiene. “Essere degno di” sembra condizione naturale, fisiologica – ha proseguito Starace – ma non è così per le persone che sono in situazioni di vulnerabilità e marginalizzazione. Parlo delle persone con disturbi psichici ma anche dei migranti, degli anziani, dei detenuti, dei senza dimora. Quelli che qualcuno chiama “lo scarto” della società. Affermando il loro diritto rafforziamo quello di tutti, anche se questo comporta affrontare difficoltà e contraddizioni. Questo è il nostro compito, non solo come operatori della salute mentale. Questo è il compito di una società, di una comunità, che vuole “guarire” se stessa».

Significativo e carico di speranza l’aneddoto raccontato dallo psichiatra Paolo Vistoli, che vede protagonista Cesare Musatti, il decano degli psicanalisti italiani, e anticipa in pieno il senso del concetto di guarigione intesa come “recovery”. Quando gli chiesero «Fino a quando una persona può curarsi?», lui rispose «Finché una persona ha la capacità di amare». Gli domandarono allora «E la capacità di amare fino a quando dura?». Rispose ancora, «Fino alla morte».