di Anita Eusebi

“Un’implicazione importante e un’efficace politica di riduzione del danno è la legalizzazione di tutte le droghe”, così scrive Don Andrea Gallo nel Cantico dei drogati. E prosegue: “A sentire questo molti tromboni cominciano a sbuffare e in tono scandalizzato si sussurrano l’uno nell’orecchio dell’altro: ‘Ma allora qui si vuole un società di drogati’. Stupidaggini. Legalizzare le droghe vuol dire, prima di tutto, darsi nuove regole”.

Si tratta di un tema chiaramente molto complesso e controverso per le tante e diverse implicazioni di tipo sociale, culturale, medico, legislativo, economico. Un tema che da sempre divide l’opinione pubblica, assumendo toni talvolta anche molto accesi. Eppure, comunque la si pensi al riguardo, l’avvio in generale di una politica pragmatica sulle droghe, soprattutto quelle cosiddette “leggere”, non può che costituire ragionevolmente un segno di maturità civile, culturale nonché democratica di un Paese. Questo il filo conduttore del dibattito, ricco e articolato, di carattere politico-sociale dal titolo Politiche sulle droghe leggere, che si è tenuto a Modena lo scorso ottobre in occasione della Settimana della Salute Mentale.

«Mi sono fatto promotore di un intergruppo parlamentare di lavoro per stilare quest’anno il disegno di legge sulla legalizzazione ad ampio spettro della cannabis. Sono passati anni e anni e le ragioni di un medio, intellettualmente libero, antiproibizionista sono ancora lì, anzi probabilmente sono aumentate; le ragioni invece di chi diceva “la cannabis fa male, non bisogna legalizzarla, bisogna proibirla e stroncare il traffico”, sono abbastanza evaporate. Nel senso che la cannabis resta un consumo di massa, ovunque. Va tenuto presente che è la sostanza più diffusa tra i giovani e ha esempi internazionali di legalizzazione», ha affermato l’On. Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli esteri, ospite dell’edizione 2015 di Màt. «E a questo vanno aggiunti anche segnali importanti, come quello della Direzione Nazionale Antimafia che nella sua ultima relazione ha messo esplicitamente, nero su bianco, una richiesta ai parlamentari di depenalizzazione».

Il testo di legge organico, stilato pescando in parte dai disegni di legge precedenti, prende seriamente in considerazione vari aspetti importanti. «Primo punto, la coltivazione, individuale o associata di tre-cinque piante in casa, con pieno riconoscimento giuridico. Secondo, il mercato. Quindi filiera, produzione, trasformazione, rigorosamente tutto controllato fino alla vendita finale, e relativa tassazione. Terzo punto della legge, la cannabis terapeutica. In Italia, in teoria, è previsto attualmente il diritto dei pazienti alle cure con farmaci a base di cannabis, se prescritti naturalmente dal medico. Ma di fatto è una gincana quasi impossibile», ha spiegato Della Vedova. «Io sono dunque molto fiducioso. Penso cioè che si arriverà presto alla legalizzazione della cannabis, perché la situazione con la cannabis legale è chiaramente migliore che con la cannabis “criminale”, e a cambiare politica anche sul resto delle droghe».

Altro ospite di rilievo al dibattito a Màt 2015 Franco Corleone, fondatore del Forum Droghe e Garante dei Diritti dei detenuti della Regione Toscana, con lunga esperienza in termini di battaglie sul tema. «In Italia, la questione della canapa e della politica delle droghe in generale ha avuto oscillazioni importanti, fasi molto diverse. Occorre innanzitutto non dimenticare la svolta proibizionista e punitiva nel 1990 con la legge Iervolino-Vassalli voluta fortemente da Bettino Craxi e che reputo sia stata un grave errore politico. Poi il referendum nel 1993, poi ancora la Fini-Giovanardi che per otto anni ha imperversato con un modello che è quello dell’ideologia della droga. Senza alcun distinguo fra legali, illegali e composizione stessa delle sostanze, si è fatto tutto un calderone e tutte sono state identificate alla stessa maniera come “la droga”. E quindi punite, che si trattasse di detenzione o di spaccio non faceva differenza, con una pena da sei a vent’anni di carcere. Il che significa, per capirci, una pena superiore alla violenza sessuale e alla rapina aggravata», ha puntualizzato Corleone. «C’è voluta la Corte Costituzionale, nel 2014, per dire che quella legge era stata approvata inserendola in maniera truffaldina in un decreto legge sulle olimpiadi invernali di Torino e per porre quindi il problema del mancato rispetto dei fondamenti della democrazia, di “una violenza contro il parlamento”».

Dunque, siamo tornati ora nella sostanza alla Iervolino-Vassalli del 1990? «Esatto. Tale legge riconosce la differenza delle sostanze fra le cosiddette “leggere” e le cosiddette “pesanti”, ma non è certamente, come dicevo, una situazione soddisfacente. Occorre fare passi avanti», ha commentato Corleone. «Il mito della guerra alla droga nel mondo che ha origini lontane: la demonizzazione della canapa, il proibizionismo, il prevalere della morale sul diritto risalgono a oltre cento anni fa. È una battaglia non solo impossibile, ma anche sbagliata. È un pensiero unico che è stato costruito a vantaggio delle narco-burocrazie che speculano su questo, e niente più. I contadini del Sud America sono stati massacrati, i territori sono stati inquinati… La questione della politica delle droghe non è un problema di sanità e di salute, è un problema di geopolitica. È una questione di politica internazionale».

E ha aggiunto alcuni dati. «Le carceri continuano a essere piene di tossicodipendenti e di persone che violano la legge sulle droghe per detenzione di sostanze stupefacenti. E per cosa entrano in carcere? Nel 49,16 % dei casi, per cannabinoidi (marjuana, hashish, piante). Dal 1990 ad oggi, sapete inoltre quante persone sono state segnalate ai prefetti per essere state colte con una sostanza in mano? Quasi un milione. E di questi l’80% per uno spinello. È questo il senso della guerra alle droghe? La criminalizzazione e la stigmatizzazione di un milione di persone, e di giovani soprattutto? Penso sia necessario uscire da questa persecuzione di massa, occorre senza dubbio un cambio di passo, una nuova politica sulle droghe, a cominciare dalla regolamentazione della cannabis. I fenomeni sociali vanno gestiti con intelligenza e messi in condizione di non creare illegalità. Vanno governati, non criminalizzati. Questa è la scommessa che va fatta, e che può far fare un salto di civiltà e di cultura al nostro Paese».

Un’impresa auspicabile. Certo non semplice, soprattutto quando a priori bisogna confrontarsi con leggende metropolitane da sfatare, ci si muove tra mille grandi contraddizioni e si finisce per correre dietro a inutili fantasmi. Molto interessante al riguardo l’intervento provocatorio dello psichiatra Ugo Zamburru, responsabile nazionale Arci delle politiche di welfare e tra i fondatori del Caffè Basaglia di Torino, che ha richiamato l’attenzione su altro tipo di complessità e contraddizioni, in particolare la tendenza recente e diffusa a correggere e psichiatrizzare comportamenti di bambini e adolescenti con trattamenti farmacologici con antidepressivi e anfetamine, considerati “terapeutici”. «A questo punto diventa un po’ difficile, se non perlomeno piuttosto incoerente, somministrare prima anfetamine, a scopo diciamo terapeutico, e criminalizzarli poi se fanno uso di cannabis, no?», ha commentato Zamburru. Ecco, forse una riflessione anche in tal senso non guasterebbe.