di Anita Eusebi

La dichiarazione contro la tortura, firmata dalle Nazioni Unite nel 1975, dà la seguente definizione: «Per tortura si intende ogni atto mediante il quale siano inflitti intenzionalmente a una persona dolore o sofferenze gravi, sia fisici sia mentali, allo scopo di ottenere da essa informazioni o una confessione, di punirla per un atto che essa o un’altra persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, per intimidirla o sottoporla a coercizione, o intimidire o sottoporre a coercizione un’altra persona». “Legare i pazienti al letto, nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura e nelle case di cura o di riposo, risponde ai criteri della punizione e dell’intimidazione”, così scrive lo psichiatra Piero Cipriano nel libro La fabbrica della cura mentale.

Ospite di Màt 2015 lo scorso 19 ottobre per la presentazione del suo nuovo libro Il manicomio chimico, Cipriano torna a richiamare l’attenzione sui temi della contenzione meccanica e chimica nell’ambito della salute mentale. «La psichiatria da due secoli a questa parte, da quando è nata con Pinel, ha svolto prevalentemente il ruolo del carceriere», ha spiegato Cipriano. «Negli ultimi decenni la contenzione è divenuta apparentemente meno carceraria e più “scientifica”, caratterizzata cioè dalla diade diagnosi-psicofarmaco. Ma non per questo meno preoccupante. Le pratiche di contenzione meccanica, che costituiscono la forma più brutale di contenzione, non sono comunque sparite. Passano piuttosto sotto silenzio. Di per sé sono illegali, non è previsto da nessuna parte che si possano fare, ma si mettono in atto ovunque, sia nei luoghi della psichiatria come gli Spdc, sia negli altri reparti degli ospedali, sia nelle case di cura o negli ospizi».

Contenere” non ha un’accezione necessariamente negativa, ha un suono quasi dolce e sfumature varie di significato, fa pensare all’abbraccio materno che contiene il bambino per proteggerlo dai pericoli di cui non si rende conto, agli argini di un fiume che contengono la piena e proteggono coltivazioni e case. Contenere, nel senso positivo del termine, significa mettersi in gioco nella relazione, apre a un circolo virtuoso. “Legare” è diverso, rende chiara l’idea della violenza e ci riporta alla realtà. Perché è questo che si fa ancora oggi spesso in psichiatria, con le fasce e con l’abuso di psicofarmaci. «Non esiste il medico astratto, così come non esiste il paziente astratto. Ogni caso è a sé. Ma ci sono mille modi ed espedienti per evitare almeno la contenzione meccanica – ha precisato Cipriano –, c’è la contenzione ambientale, in uno spazio chiuso ma il più possibile accogliente; quella chimica, di cui si può fare un uso sapiente; o fisica, intendo il “tenere” una persona come si fa coi figli, e ancora quella relazionale, che è la forma più auspicabile di contenzione, è il porsi in maniera empatica con la persona con disagio».

Tema centrale del nuovo libro è la “psichiatria chimica”, il manicomio “astratto e invisibile che recluta i sani” attraverso il trattamento farmacologico a cui si ricorre oggi con superficialità e avventatezza per ogni minimo malessere. Un tempo l’oggetto di studio principale della psichiatria era la schizofrenia, oggi sembra esserlo la depressione: tra una revisione e l’altra dei manuali diagnostici di riferimento e il lancio sul mercato dei “nuovi cosmetici”, emozioni e stati d’animo legati ai fatti della vita di ognuno come la paura, l’ansia, la rabbia, la timidezza, la disattenzione, vengono ormai riconosciuti come patologie da curare. Con i farmaci.

«Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi circa 400 milioni di persone soffrono di depressione, 21 milioni di schizofrenia. Tra l’altro, non si sa che cosa sia la depressione, non vi è cioè una definizione univoca e riconosciuta scientificamente valida. Si potrebbe dire che “la depressione è quella cosa che si cura con gli antidepressivi”, ma questa è una tautologia e porta poco lontano. La mia ipotesi è che tale pseudo-pandemia di disturbi affettivi e dell’umore sia molto iatrogena – ha commentato Cipriano – e sia stata determinata via via negli anni proprio dai manuali diagnostici e dal fatto stesso che le persone, diagnosticate appunto depresse, assumono come fosse niente ansiolitici e antidepressivi per tutta la vita».

In Lutto e Melanconia, Freud scrive: “È assai rimarchevole il fatto che nonostante il lutto implichi gravi scostamenti rispetto al modo normale di atteggiarsi di fronte alla vita, non ci passa mai per la mente di considerarlo uno stato patologico e di affidare il soggetto che ne è afflitto al trattamento del medico. Confidiamo che il lutto verrà superato dopo un certo periodo di tempo e riteniamo inopportuna o addirittura dannosa qualsiasi interferenza”. Oggi anche il dolore del lutto è depressione? «La tristezza conseguente alla perdita di una persona cara nel DSM III veniva riconosciuta “normale” per un anno, altrimenti era depressione; nel DSM IV si parlava di massimo due mesi; nel DSM 5, massimo due settimane. Nel futuro DSM 6, la soglia massima sarà di due giorni? È chiaro allora da dove vengono fuori 400 milioni di depressi, su 7 miliardi di persone quanti siamo nel mondo. Ci sono oggi vere e proprie epidemie di disturbi che un tempo non c’erano, non perché siamo diventati più bravi a individuarle e a diagnosticarle, ma perché si coglie quello che in realtà non si dovrebbe cogliere», queste le riflessioni critiche di Cipriano.

«È come se al prossimo mondiale di calcio allargassero le porte di 5 centimetri, fra due mondiali di altri 5, e così via. Accade allora che fra tre o quattro mondiali le partite cominceranno a finire 20 a 5, 18 a 11 e così via, e tutti saranno lì a chiedersi “Ma che succede? I portieri non sono più bravi? Gli attaccanti sono diventati più forti?”. No, è solo che hanno allargato le porte e si fa goal più facilmente. Ed è quello che sta accadendo con i manuali diagnostici: gli psichiatri fanno diagnosi oggi che decenni fa non avrebbero fatto». Il punto è allora: perché si è deciso di allargare le porte? «Direi che il fatto che la metà degli psichiatri che hanno revisionato le successive versioni dei manuali avessero rapporti economici con le case farmaceutiche, e in particolare tutti quelli che hanno riscritto le parti sui disturbi dell’umore, possa bastare come risposta».

Di certo, investire di un significato patologico condizioni di disagio tra le più comuni del vivere quotidiano non può che portare a una moltiplicazione delle categorie diagnostiche e a una sovra-medicalizzazione, incapace di distinguere i cosiddetti “falsi positivi”. Senza considerare poi tutte quelle forme che vanno incontro a remissione spontanea e/o grazie a un appropriato sostegno psicologico. Ma quanto si è disposti a investire in relazioni terapeutiche oltre che in pastiglie?

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