di Anita Eusebi

«Buongiorno maestro, posso sedermi?». Gli stringo la mano, mi guarda di sguincio e sorride, «Ma grazie per il maestro, prego». Mentre fervono i preparativi per la nuova edizione di Màt – la Settimana della Salute Mentale che si terrà a Modena dal 17 al 23 ottobre 2015, i microfoni di Màt hanno raggiunto un modenese d’eccezione, trasferitosi nel dopoguerra dalla montagna, che è già Toscana, nella piccola città, dove la fantasia di bimbo e di ragazzo si perde fra la via Emilia, voltata a cercare quel mare mancante, e il west: Francesco Guccini.

La presentazione del suo ultimo libro Il piccolo manuale dei giochi di una volta, a San Benedetto del Tronto lo scorso 19 agosto, è stata l’occasione per far due chiacchiere con lui in riva al mare sulla scia di interrogativi molto cari al pubblico di Màt, relativi al confine incerto fra follia e normalità, con qualche anticipazione sul prossimo libro di racconti Fra un matrimonio e un funerale per non parlare del gatto, in uscita per Natale. Si aggiungono i ricordi degli anni della rivoluzione basagliana, quando un’altra grande forza spiegava allora le sue ali, con aneddoti legati al suo concerto nella tarda primavera del ‘70 al manicomio San Benedetto di Pesaro e qualche anno dopo all’ex manicomio San Giovanni di Trieste.

Prima della videointervista scherza, tiene a precisare fin da subito «la salute mentale non è la mia materia». Ma è ben noto quanto Guccini sia sempre stato molto attento e sensibile ai temi sociali e come sia stato particolarmente abile nel ritrarre nelle sue canzoni il mistero delle vite attraverso splendidi quadri di umane fragilità. La bellezza delle parole e il significato profondo di queste ne fanno un grande acrobata della malinconia nel giocare la vita a colpi di rime e assonanze sapientemente scelte. Da qui la straordinaria autodefinizione di burattinaio di parole. «Ah, Samantha… è vero», commenta.

Sono personaggi all’apparenza anonimi – piccole storie ignobili, così solite e banali come tante si direbbe – quelli che abitano le sue canzoni, eppure emergono con forza da protagonisti: in un soprannome, in un gesto, in uno sguardo, in un vestito fatto di stracci e stranezza, in una nostalgia segreta o nei goffi voli d’azione o di parola è raccontata la storia personalissima e intensa di ognuno. Sono anime smarrite, nascoste dietro il vetro d’un bicchiere, o talora perse nella crudele solitudine del diverso. E dove fuggire per non esser diverso? O per non essere uno di quelli a cui dicevano il matto e non morire beffato dalla sorte? Basterebbero in fondo quattro soldi di civiltà per dare senso e valore a parole come rispetto…

Frugando dentro alle nostre miserie Guccini racconta così di esistenze spese in tanti giorni uguali e duri, accarezzando con estrema poesia il farsi d’ombra delle cose, l’angoscia e la noia di minuti lunghi come il sudore e ore che tagliano come falci e il dolore di coloro che stanchi del mondo, si arrendono e si lasciano annegare nell’acqua leggera. L’altro da me diventa spesso nelle sue canzoni il mio volto, il mio specchio, in una lezione di vita e di saggezza senza pari. Una tela affascinante, ma un po’ troppo delicata è allora un giro di parole meraviglioso, di quelle parole che comprendono e accolgono i labirinti oscuri del vivere quotidiano. «Ma le ho scritte io queste?», e ride.

Un personaggio tra tutti, Antenòr. Il pensiero va alla vita che gioca d’azzardo e ci birilla come bocce da biliardo prendendosi a volte terribilmente gioco di noi, e a come la vita sia comunque un gioco da giocare, fino in fondo a tutti i costi. Nonostante tutti i peggiori drammi e ossimori esistenziali. «Antenòr è un esempio emblematico, viene sfidato a duello e non può rifiutare, deve ammazzare uno e non sa neanche il perché, ma deve farlo, sennò ci perde la faccia. Ecco, questo per dire – spiega Guccini – che la vita ci fa a volte dei giochi strani, ci birilla appunto. Delle porte si aprono, altre si chiudono, senza troppe spiegazioni o nessuna». Come a dire che la vita resta irrimediabilmente un qualcosa di segreto e ambiguo, e le nostre domande alla luna ombrosa non avranno risposta.

«La malattia mentale è ancora oggi, purtroppo, un tabù, e alcune patologie sanno suscitare nient’altro che sospetto, diffidenza, paura, anche se certi vissuti sono solo apparentemente distanti e lontani da quelli dei cosiddetti “normali”», così scrive Guccini nel 2011 nella prefazione all’album Psicantria. Manuale di Psicopatologia Cantata di Gaspare Palmieri e Cristian Grassilli. «La felicità dell’anima e la “guarigione” sono a portata di mano, se si ha vicino la guida giusta: basta solo un piccolo sforzo, basta imparare a prendersi cura di sé. Gaspare Palmieri è psichiatra, e Cristian Grassilli psicoterapeuta. Lavori misteriosi. Professioni che, come la mia, mettono addosso un bel po’ di ansia da prestazione, di responsabilità». E aggiunge, «riflettendo sulle parole di certe canzoni tornano alla memoria gli esempi e gli insegnamenti degli italiani migliori, di Maria Montessori e di Franco Basaglia».

Chi sono dunque i matti se non, come dice Guccini, «persone che sentono nel profondo, che subiscono il peso dell’esistenza, che sono troppo sensibili»? Matti e normali: ha poi senso fare distinzioni del genere e perdersi in inutili questioni di etichette? Personalmente preferisco dar retta a chi un tempo cantava che gli uomini son tutti uguali