Post Production di Anita Eusebi

“Una persona che attraversa l’esperienza del disturbo mentale rischia di perdere fondamentali diritti personali e sociali. L’impegno di tutti gli attori sociali dovrebbe essere pertanto volto alla difesa e al potenziamento di tali diritti, per garantire le cure, la dignità e il rispetto di ognuno e, più in generale, per promuovere la salute di tutti”. Questo è quanto si legge nella Carta di Trieste, un noto documento redatto nell’idea di fornire ai giornalisti da un lato linee guida in nome di un’informazione corretta ed efficace in termini di salute mentale, dall’altro indicazioni che permettano di contrastare e ridurre lo stigma nei confronti del disagio psichico. Ciò per tentare di risolvere stereotipi e pregiudizi che spesso purtroppo abbondano nei media e comportano una percezione negativa o comunque distorta, alimentando di conseguenza processi gravemente stigmatizzanti.

Ma è davvero così complicato scrivere di salute mentale mettendo insieme la notiziabilità e il rispetto di chi vive condizioni di disagio e di sofferenza? «Beh, innanzitutto è un discorso di buona educazione giornalistica», commenta Bruno Manfellotto, ex direttore de L’Espresso e ospite a Màt in occasione della tavola rotonda Crisi e salute mentale. «Quando ho cominciato a fare questo mestiere, negli anni settanta, il mio primo direttore fu Arrigo Benedetti. Per citare un aneddoto significativo, ricordo che era solito inviare a tutti giornalisti un breve elenco di parole o giri di parole che non voleva assolutamente leggere sul giornale. Tra queste, follia omicida. Da lì un’espressione del genere io non l’ho mai usata, e non la uso mai. È certamente vero che i media hanno un gran peso nel determinare l’opinione pubblica – prosegue Manfellotto – in particolare in questi ultimi tempi segnati dalla crisi. Il giornalista ha sempre il dovere di raccontare la realtà. Ma ha anche la responsabilità di come lo fa. E occorre stare molto attenti: notizie raccontate male, non fondate, non responsabilmente valutate, possono avere effetti negativamente importanti e non trascurabili su chi legge, soprattutto su chi magari sta vivendo già di suo una situazione difficile e delicata».

È facile osservare anche che non sembra esserci, in generale, grande interesse o comunque disponibilità da parte dei giornali nel dedicare spazi ad argomenti e questioni propri dell’ambito della salute mentale, a meno che non si tratti della rubrica dell’illustre psichiatra o di fatti di cronaca occasionali e purtroppo tragici. La vince piuttosto la ricerca instancabile dello schizococco a cui è risolutorio attribuire qualunque responsabilità, come soluzione di tutti i mali. Ci si ricorda poco della salute mentale intesa in senso più ampio, si parla dei “matti” solo quando a ragione o a torto fanno scalpore, quando permettono in qualche modo ai giornalisti di dare una spiegazione facile, rapida e nella maggior parte dei casi sbagliata a vicende drammaticamente complesse, con l’unico risultato di contribuire ad alimentare i soliti e peggiori luoghi comuni. A differenza di altri ambiti del mondo della sanità, raramente trovano spazio sui giornali esempi positivi di storie di chi vive o ha vissuto esperienze di sofferenza psichica, come pure la realtà di associazioni che si rimboccano quotidianamente le maniche tra mille difficoltà.

«Riguardo alla scarsa presenza sulla carta stampata di questi temi non saprei dire se è un discorso di apprezzamento o meno da parte del pubblico, in senso statistico», afferma Manfellotto. «Nei giornali in genere c’è comunque la convinzione che gli argomenti più aspri e duri è meglio evitarli. Innanzitutto perché creano problemi, sono difficili da trattare. Poi perché occorre un minimo di conoscenze e competenze e occorre prestare massima attenzione a quello che si scrive e a come lo si scrive». Come dire, nell’epoca della fretta, delle competenze improvvisate, dei titoloni da urlo, del “se è complicato lasciamo stare, ci piacciono solo le cose semplici”, il rischio che si corre è proprio quello che i giornali preferiscano trattare argomenti più rassicuranti piuttosto che sporcarsi le mani in questioni così complesse. Perlomeno finché non accadono tragedie familiari che, per quanto terribili, ormai però sono “di moda”, quindi ritenuti meritevoli di una certa attenzione.

«La logica dell’informazione purtroppo è proprio quella secondo cui dei “matti” se ne parla soltanto in occasione di fatti eclatanti», sostiene Leonardo Tancredi, direttore editoriale del giornale di strada Piazza Grande e ospite di Màt per il dibattito Senza fissa dimora e salute mentale. «Per esempio, nel caso di delitti familiari, che sono notizie seriali e in quanto tali trovano facilmente spazio sui giornali, il riferimento al “matto” ci scappa quasi sempre, e che il soggetto in questione “matto” lo sia davvero oppure no poco importa. Per altro tipo di notizie e storie, chiedersi se il fatto che non ce ne siano molte sui giornali sia dovuto alla mancanza di interesse da parte del pubblico oppure alla scelta del direttore del giornale, direi che è un po’ un circolo vizioso, un cane che si morde la coda. Ho sempre pensato che chi fa un giornale debba porsi molto questo problema, avere in un certo senso un approccio anche un po’ pedagogico, cioè parlo di questo argomento perché voglio si rifletta su questo tema. Purtroppo però questo succede raramente, capita che molti si preoccupino più di come abbinare lo spazio di inserzione pubblicitaria al tema di cui si sta parlando che di altre questioni».

Non è da tutti avere la sensibilità di interrogarsi sul ruolo e sulle modalità della comunicazione nell’ambito della salute mentale. E spesso purtroppo questioni di salute mentale o comunque temi sociali finiscono per avere protagonista una marginalità offesa, oltre che trascurata, dai canali di informazione. «È una questione molto importante. Ed è uno degli spunti principali sui quali è nato il giornale Piazza Grande», puntualizza Tancredi. «Una delle prime battaglie è stata quella di provare a convincere i giornalisti e il pubblico in generale a non usare nel nostro caso la parola barbone, ed è una battaglia che ancora oggi non è stata vinta, nonostante le persone senza fissa dimora siano tra le più sbarbate che io abbia conosciuto. E c’è una ragione banale, per quanto dolorosa: barbone è una parola composta da 7 caratteri mentre senza fissa dimora ne ha 17, se contiamo come d’abitudine anche gli spazi. Questo per dire che purtroppo è difficile piegare la comunicazione in modo da evitare certe logiche stigmatizzanti. Resta il fatto che anche la singola parola necessita di un’attenzione e di una cura non trascurabile – insiste Tancredi – anche la singola parola può veicolare messaggi importanti. E questo vale per la condizione di senza fissa dimora come per quella di chi ha problemi di tipo psichico».

Sulla questione dell’importanza delle “parole della salute mentale”, le associazioni Idee in Circolo, Insieme a Noi e Social Point di Modena stanno portando avanti dal 2011 un osservatorio permanente di articoli su stampa locale. Tra i risultati parziali di questo studio è emerso un aumento dell’uso fuori contesto di termini propri invece dell’ambito della salute mentale e il ritorno di espressioni come follia omicida o malato mentale, in un riaffiorare preoccupante del pregiudizio della pericolosità sociale. Enrico Grazioli, direttore de La Gazzetta di Modena spiega che «è possibile che gli operatori dell’informazione siano stati ultimamente purtroppo un po’ meno attenti di quanto avrebbero dovuto esserlo. È uno sforzo giusto e dovuto quello che ci viene chiesto, un passo in avanti che dobbiamo compiere. Sarebbe il segnale di un’acquisita consapevolezza delle problematiche che riguardano la salute mentale in cui anche i mezzi d’informazione possono dare un contributo significativo, a cominciare appunto dal non utilizzare magari inavvertitamente o per superficialità una terminologia inappropriata».

Fuori come va? è in particolare la rubrica mensile de La Gazzetta di Modena che dà la possibilità a persone seguite dai servizi, ai loro familiari e alle associazioni di raccontarsi e raccontare esperienze di vita attraverso un’intera pagina messa loro a disposizione. «La sensibilizzazione a freddo o forzata ha scarsi risultati. Il modo migliore di sensibilizzare è raccontare delle storie, – commenta Grazioli – non solo sottoporre la drammaticità di un problema quando questo esplode nei suoi aspetti più gravi. Credo che il senso di Fuori come va? sia proprio questo, dare la possibilità alle persone di raccontare in prima persona delle storie, delle esperienze, delle sofferenze, ma anche dei successi e trasmettere così al resto della comunità un messaggio secondo cui la salute mentale non è una questione di diversità, ma è una risorsa, una possibile ricchezza che tutti dobbiamo imparare ad accompagnare nel suo cammino di difficoltà ma anche a fare nostra per quanto di positivo riesce a darci».

Perché un’informazione fatta di vuoti, parole a caso e pregiudizi sottintesi penalizza i più deboli, ma penalizza anche tutti noi. Lettori o giornalisti non fa differenza, ci danneggia in quanto esseri umani. Non resta allora altro da fare che informarsi bene, documentarsi, approfondire, guardare oltre e soprattutto, come consiglia Grazioli, «non fidarsi mai di semplificazioni a monte che qualcuno può aver fatto per ragioni diverse da quelle della buona informazione».