Post production di Giorgio Casillo

Ogni anno l’associazione di volontariato “Insieme a noi” e l’associazione degli utenti della salute mentale “Idee in circolo” partecipano, da protagonisti, all’apertura della settimana della salute mentale (oltre che ad alcuni eventi in programma, autonomamente gestiti); succede sempre che le autorità, nei loro interventi, esprimano riconoscenza per la funzione che le associazioni svolgono a favore delle persone con disagio psichico e delle loro famiglie. È accaduto anche quest’anno, all’apertura della 4^ edizione. Ma che cosa hanno chiesto le presidenti delle due associazioni nel loro interventi iniziali? Perché, oltre al riconoscimento, si spera che le sollecitazioni, che da queste provengono, producano cambiamenti nelle istituzioni.

Tilde, la presidente di “Insieme a noi” e del CUFO (Comitato degli Utenti, Familiari e degli Operatori), ha innanzitutto tratteggiato lo stile con il quale l’associazione opera con gli utenti: nelle attività laboratoriali si mescolano utenti, volontari, giovani studenti, che fanno lo stage o i tirocinio e spesso restano da noi come volontari, tutti “alla pari”, senza rapporti gerarchici e asimmetrici. Ha poi proposto che questo sapere esperienziale, proprio dell’associazionismo, possa essere speso anche nei servizi, contribuendo a renderli più attenti alle persone, accompagnando alla prestazione di cura la relazione personale con l’utente; ha ipotizzato che utenti e familiari esperti potrebbero accompagnare gli operatori nelle visite domiciliari: questo, oltre a rendere più facile la relazione tra medico e paziente, potrebbe contribuire a vincere la demotivazione e la solitudine degli operatori (nelle relazioni introduttive della giornata si è accennato al tema del burn-out degli operatori dei servizi di salute mentale).

Su un altro punto, poi, Tilde si è soffermata con passione: la necessità di andare verso la de-ospedalizzazione a favore della territorialità: meno ricoveri e più appartamenti, più interventi sul territorio per ridurre ricoveri e gli interventi nelle strutture. Con una postilla importante, quella di riconvertire le strutture esistenti (secondo il principio che le strutture debbono servire alle persone e non viceversa). Questi spunti, non nuovi per la verità, enunciati nella Settimana della Salute Mentale, hanno il compito, ha concluso Tilde, di dare un contributo a che Màt non si trasformi in una celebrazione rituale ma diventi qualcosa di veramente propositivo per un reale cambiamento (anche il dr. Starace, nel suo intervento ha messo in guardia che nella salute mentale, a proposito del budget di salute, è sempre in agguato l’antico vezzo italiano del gattopardismo).

Paola Relandini, presidente di “Idee in Circolo”, si è soffermata sul ruolo che gli utenti esperti possono svolgere all’interno dei servizi di salute mentale per rendere più efficace il percorso di cura e di “recovery”. È partita dalla costatazione che la crisi spesso porta con sé “cronicità, lunghi ricoveri, eccessive terapie farmacologiche”, anche perché gli operatori, per effetto dei tagli ai servizi, spesso sono costretti ad “effettuare interventi basati più sull’urgenza che su una progettazione condivisa di percorsi di cura a medio – breve termine che restituiscano le persone alla vita, alla cittadinanza attiva, al lavoro, alla casa propria”.

Perciò l’importanza degli Utenti esperti, ”una risorsa potentissima nel diffondere la consapevolezza che guarire e stare meglio è possibile!”, proponendo una convenzione tra Idee in Circolo e il Dipartimento di salute mentale che preveda il loro utilizzo nelle varie sedi dei servizi, con un riconoscimento economico. Il tema della retribuzione, ha continuato, non si trasforma in costi per l’amministrazione, perché “si tratta di utilizzare meglio le risorse che già ci sono”.

Conclude con il riconoscimento che si tratta di un cambiamento importante, ma necessario se non si vuole continuare a “lavorare in un clima che non fa stare bene né utenti né familiari né operatori ed al contempo a sprecare risorse”.

Qualche noterella

Luca Atzori, nel suo intervento introduttivo, in rappresentanza del Comitato nazionale degli utenti della salute mentale, ha lanciato una provocazione che dà da pensare: ha espresso delle perplessità sul termine “utente della salute mentale”, usato nella denominazione delle associazioni di persone

con disagio psichico (associazione di utenti della salute mentale, coordinamento degli utenti della salute mentale, ecc.), proponendo di usare la dizione “cittadino della salute mentale”. Non si tratta, ovviamente, di una scelta solo terminologica, ma di qualcosa di più profondo; il termine utente rimanda alla condizione di chi è preso in carico da qualche altro dei cui servizi fruisce; il termine cittadino rimanda da una parte all’idea che ad un bisogno corrisponde un diritto, dall’altra ad una concezione della persona con disturbo psichico che riconosce a questa una soggettività anche nel suo stato di malattia.