Post production di Cristiano Regina (Voice off)

Il 21 ottobre è stato proiettato il documentario “La parte che resta“, nell’ambito del dibattito “Senza fissa dimora e Salute Mentale”.

“La parte che resta” è stato realizzato nei mesi estivi del 2014 presso il centro accoglienza Caritas Porta Aperta. Il dormitorio, di 25 posti letto, ospita adulti maschi, italiani e stranieri. Agli ospiti è offerto vitto completo e, in caso di necessità, i servizi di ambulatorio medico e consulenza legale. Ciascuno degli utenti presta la propria opera volontariamente in cambio di accoglienza. La durata media della permanenza è di sei mesi.

Il documentario raccoglie le testimonianze di chi ha perso tutto, non ha una casa, una famiglia e un lavoro, e ha ora bisogno di un nuovo riconoscimento sociale. Una piccola comunità con divisione dei compiti in cui il tentativo di ogni giorno è ridefinirsi attraverso una nuova identità, per non perdersi. I ruoli di ciascuno rappresentano le piccole funzioni sociali svolte, che attribuiscono un‘identità sociale che corrispondono ad ulteriori archetipi. Dietro la modifica della morphé, dell’apparenza, che è solo un modo dietro la quale si manifesta la sostanza, c’è un’identità che emerge attraverso delle confessioni private. Anzi, gli ospiti riescono ad essere realmente ciò che sono prestandosi ad essere anche altro.

Ciò che più mi ha colpito dell’esperienza è osservare gli ospiti discutere di politica internazionale, del conflitto israelo-palestinese, della Russia e della Cina. Immaginavo che avere tanti problemi inducesse una depressione che allontana da questioni così lontane, che toglie la voglia e l’energia per affrontare argomenti così distanti dal quotidiano.

Invece l’aderenza al quotidiano, ai problemi teorici e pratici e alla definizione di un ruolo sono le cose più sorprendenti. Come restare aggrappati con le unghie a ruoli e opinioni che definiscono ancora il sé? Una continua ricerca di senso, di recupero del sé, di punti fermi per ridefinire la propria dignità. Le persone che vivono nel dormitorio chi sono realmente? Perché sono li? Hanno accettato la propria condizione? Dichiarare il passato o lasciare il mistero raccontando la quotidianità?

E soprattutto: come si diventa ciò che si è? Poiché tutto intorno a noi cambia incessantemente, e con ritmo crescente, l’unica strada per tutelarci consiste nel preservare la nostra identità, mettendola al riparo da ogni mutamento.

Per essere compiutamente se stessi, è vitale e insostituibile il rapporto, in qualunque modo declinato, con l’altro da sé. Senza metamorfosi, nessuna identità. La struttura –luogo dove trascorrono gran parte del proprio tempo,– diventa luogo assoluto, perso nel tempo e nello spazio. I protagonisti e la loro vicenda diventano così metafore di un presente vicino e spaventoso.